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sezione TEORIA:

LA LEGGE DEL VALORE COME IDEOLOGIA 3.0
valerio bertello ott 2011/giu 2016
L'ALIENAZIONE (5 capitoli)
valerio bertello nov 2015
le forme di appropriazione 3.0
mag 2014
le forme di appropriazione 2.0
feb 2014
le forme di appropriazione 1.0
ott 2013
l'alienazione 2.0
mar 2014
replica di robert x ILC a "l'alienazione 2.0"
mag 2014
problemi del materialismo storico
ago 2013 - versione 3.0
problemi del materialismo storico
apr 2013 - versione 2.0
trasgressione e moralità
sett 2012
proletariato e divisione del lavoro
apr 2012
partito e movimento.
proletariato e organizzazione

gen 2012 - versione 1.0
la legge del valore come ideologia. valore e rapporto sociale
ott 2011
il rapporto di produzione capitalistica
ago 2011 - versione 2.0
divisione del lavoro, prima parte
diuvisione del lavoro e socializzazione
gen 2010
divisione del lavoro, seconda parte
nov 2010
divisione del lavoro, terza parte
nov 2010
commento a "socialisme ou barbarie" e .... di jean barrot
ott 2010
divisione del lavoro, parte prima: divisione del lavoro e socializzazione
gen 2010
la nascita dell'egemonia americana
nov 09
capitale e forme sovrastrutturali
ott 09
la critica_criticante
giu 09
forze produttive e storia
mar 09
problemi del materialismo storico
1-la teoria della storia
2-attualità dell'operaismo
3-l'operaismo superato
dic 08 - versione 0.1
mondo antico e modernità
apr 08
tra utopia e guerra civile
una questione di metodo

mar 08
storia e teoria- versione 3.0
I parte
la storia
1.operaismo e materialismo storico
2.proletariato e teoria
3-la coscienza
II parte
produzione e consumo
1-il consumo come condizione della produzione
2-le due frazioni del nuovo proletariato: burocrazia produttiva e operatori sociali.
3-caratteristiche del nuovo proletariato: la classe dell'informazione e della socializzazione.
4-carattere unitario del proletariato moderno.
5-la contraddizione
6-il consumo come luogo del superamento.
lug 08
i limiti della teoria radicale versione 2.0
I. comontismo
II. lavorismo e quotidianismo
III. fenomenologia
giu 07
la questione dello sviluppo
1. debolezza del marxismo
2. natura del capitale
3. compiti storici del capitale
4. l'accumulazione
5. il dominio reale
6. divisione del lavoro
7. conclusione
feb 07

sezione "STORIA":

marx, bakunin e la questione dell’autoritarismo di David Adam
giu 2013
bakunin marx commento di v.bertello
giu 2013
commento a " l'esperienza dei comitati di fabbrica nella rivoluzione russa" di rod jones - v.bertello
ago 2012
l'esperienza dei comitati di fabbrica nella rivoluzione russa
apr 2012
la sorgente ungherese - c.castoriadis
ago 1976
determinismo e volontarismo
giu 2011
la rivoluzione H + commenti
giu 2011
la nascita dello stato di israele
feb 09

sezione "ATTUALITA'":

imperialismo globale e grande crisi - castaldo - screpanti
ott 2013
il processo eternit e la nocività sul lavoro - v.bertello
feb 2012
la crisi economica: realtà e finz... - p.mattick
giu 2011
immigrazione: la proletarizzazione impossibile
mag 09
gaza 2009
feb 09
note sul conflitto arabo-israeliano
feb 09
madi a biella
gen 09
arte e materialismo dialettico
gen 09
alla scuola diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 qualcuno ha pensato che tutto fosse permesso...
nov 08
disinformazione e ipocrisia
-l'Italia è una portaerei USA?
-operaismo e terzomondismo
-lottarmatismo e controcultura - set 07
-la questione dello stalinismo - nov 07



teoria

in questa sezione troverete articoli e scritti teorici...

ultima inserzione:
LA LEGGE DEL VALORE COME IDEOLOGIA 3.0 ott. 2011/apr. 2016


T E S T I:

LA LEGGE DEL VALORE COME IDEOLOGIA
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capitoli interni:
- lo scambio e il valore
- società mercantili: l'economia di scambio
- valore e proprietà
- forze produttive, rapporto produzione e ideologia

LA LEGGE DEL VALORE COME IDEOLOGIA
stralci dal capitolo "la reificazione"
...Si ha reificazione quando nella pratica sociale le cose sono considerate non prodotto del lavoro sociale, ma alla stregua di semplici oggetti naturali, cioè come se fossero determinati solo da cause naturali. Poiché il lavoro, sia quello comunitario che quello privato ha sempre carattere sociale, la reificazione dei prodotti del lavoro porta con sé anche quella del loro presupposto, cioè del lavoro sociale, e in particolare nel suo aspetto di rapporto di produzione, quindi in generale quella di tutti i rapporti sociali da esso determinati e in definitiva quella degli individui stessi, che ne sono gli attori. Questo potrebbe sembrare anche il contenuto del materialismo storico, che pare attribuire alle cose il potere di creare i rapporti sociali, essendone queste il presupposto. Ma si tratta di una errata interpretazione del materialismo, a precisamente di una interpretazione reificata. Infatti in essa si fraintende il carattere delle forze produttive, identificandole con i mezzi di produzione, mentre in realtà si tratta di lavoro sociale in quanto i mezzi di produzione (macchinario, edifici, scorte, etc.) non sono e non vanno considerati come semplici oggetti materiali, ma come prodotti del lavoro sociale. Il risultato della concezione reificata del materialismo storico è una visione deterministica della storia, simile alla visione statica che ne dà la borghesia. Mentre prendere posizione a favore del punto di vista sociale significa accettare il principio secondo il quale il lavoro sociale determina specifici rapporti di produzione come rapporti tra individui, quindi modificabili dagli stessi. Ma la visione reificata ha un suo carattere oggettivo...
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l'ultimo testo "L'ALIENAZIONE" sostituisce le precedenti versioni che seguono
struttura del marxismo II (seconda parte)mag 2015
L'ALIENAZIONE
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capitoli interni:
PRMESSA A L'ALIENAZIONE

STRUTTURA DEL MARXISMO I
STRUTTURA DEL MARXISMO II

ALIENAZIONE I
ALIENAZIONE II
ALIENAZIONE III

PREMESSA A “L’ALIENAZIONE”

Tratto distintivo della logica dialettica è che gli enunciati - in essa sono denominati concetti - ammettono come vera anche la negazione di un concetto. Quindi il principio di non-contraddizione, uno dei fondamenti della logica formale viene escluso. Ne consegue che nella dialettica i concetti possono essere contradditori, anzi devono esserlo in quanto proprio perché sono negati dai loro opposti, sono in realtà concetti in movimento, alla ricerca di una sintesi, cioè di una formulazione che li renda veri insieme ai propri opposti.

Anche la contraddizione dunque è sempre in movimento e assume aspetti mutevoli che la porteranno alla sua risoluzione.

Così è per il concetto di alienazione. Perciò nei testi seguenti il suo carattere contradditorio appare in forme cangianti, le quali esprimono tale concetto in formulazioni in apparenza diverse ma in realtà complementari, in quanto descrivono la stessa cosa da punti di vista diversi.
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l'ultimo testo "L'ALIENAZIONE" sostituisce le precedenti versioni che seguono
struttura del marxismo II (seconda parte) mag 2015
struttura del marxismo mar 2015
l'alienazione. parte prima. generalità ago 2014
l'alienazione. parte seconda. il nazionalismo ago 2014
l'alienazione. parte terza. alienazione e nazionalismo ago 2014


LE FORME DI APPROPRIAZIONE 3.0

Conseguenza del materialismo storico è che lo sviluppo delle forze produttive, quindi del lavoro sociale in quanto divisione del lavoro, porti necessariamente ad una socializzazione crescente delle strutture sociali, cioè alla piena realizzazione della società come comunità. Questo movimento reale trova corrispondenza a livello sovrastrutturale nel pensiero economico di ogni epoca, in particolare in quello della società borghese in quanto fase culminante di tale sviluppo. Per questo essa prelude necessariamente al comunismo e in parte lo anticipa. La sua logica interna e le contraddizioni che ne seguono, sia a livello concettuale che pratico, la spingono verso tale approdo. Certamente non sono le idee e le loro contraddizioni il motore della storia, ma sono tuttavia la rappresentazione ideologica, quindi distorta ma anche allusiva, delle forze reali del movimento storico, cioè quelle dell’attività pratica umana, la cui forma più alta è il lavoro sociale. E’ possibile seguire i due sviluppi, quello del movimento reale e quello ideologico, come processi che si illuminano a vicenda. Specialmente chiarificatori sono i concetti fondamentali dell’ideologia borghese in campo economico, in particolare il concetto di proprietà, per il quale si può affermare che lo sviluppo delle sue contraddizioni va nella direzione del comunismo...

le forme di appropriazione 3.0>> mag 2014 ultima versione
le forme di appropriazione 2.0>> febb 2014
le forme di appropriazione 1.0>> ott 2013

L’ALIENAZIONE 2.0 - IL TESTO è DA CONSIDERARSI SOSTITUITO DALLE ULTIME 3 VERSIONI SULL'ALIENAZIONE DELL'AGOSTO 2014
Marx e l’alienazione

Marx in quanto materialista coerente prende in considerazione anche l’influenza del modo di produzione sulla coscienza sociale. Indubbiamente si tratta di una questione sovrastrutturale, ma che ha molta importanza a livello soggettivo in quanto qui si colloca la critica dell’ideologia. Certo in ciò Marx, dichiarando la sua discontinuità rispetto a Hegel, deve ammettere anche la sua continuità con il medesimo, e quindi riconosce il suo debito verso Hegel. Per cui più che capovolgere materialisticamente la dialettica hegeliana corre il rischio di venirne travolto facendo ad essa molte concessioni e traendone un discorso nebuloso e contradditorio. Ma non si può negare che, come tutti i discorsi hegeliani, questa contaminazione della dialettica produce un grandioso ed abbagliante affresco dal quale traspaiono concetti che, sebbene solo abbozzati, sono carichi di suggestioni che meritano di essere sviluppate, seguendo in ciò Marx che già aveva percorso un buon tratto di questo cammino effettuando il celebre rovesciamento dell’idealismo hegeliano.

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L'alienazione 2.0>>
mar 2014


REPLICA di ROBERT x ILC a "L'ALIENAZIONE 2.0 / Marx e l'alienazione" di VALERIO BERTELLO"

... in generale, la problematica del tuo testo mi pare decisamente “illuminista” e marcata dalla ricerca di un punto di vista esterno all'ideologia. Il problema, per conto mio, è appunto quello di problematizzare la posizione dell'osservatore rispetto al fenomeno osservato o descritto: se si afferma che l'essere determina la coscienza, bisogna arrivare ad affermare che anche la propria coscienza (in questo caso teorica) non è meno determinata dall'essere di quella di chiunque altro; insomma bisogna avere il coraggio di fondare la propria teoria del feticismo all'interno del feticismo stesso, e non all'esterno.

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Replica di Robert x ILC >>
mag 2014


PROBLEMI DEL MATERIALISMO STORICO 3.0

1. UNA TEORIA DELLA STORIA

Il materialismo storico si presenta come una teoria della storia e strumento di comprensione del presente, ma proprio per questo pone alcuni problemi che devono essere approfonditi. Ciò che segue si propone di richiamare l’attenzione su tali questioni sia nel merito che nel metodo, suggerendo possibili linee di approccio alla loro formulazione ed approfondimento. Quanto al metodo, si intende qui seguire quello scientifico, almeno in linea generale, cioè nella misura in cui è applicabile a contenuti storici. Il presente saggio si propone dunque di vagliare il materialismo storico sottoponendolo al filtro del metodo scientifico e constatare quanto di esso sotto questo profilo rimane valido, quindi se è logicamente coerente e se regge il confronto con l’oggettività, cioè con i dati empirici.

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versione precedente>>


TRASGRESSIONE E MORALITA' (7.0)
PREMESSA

Quando la teoria marxiana scende sul terreno della prassi tratta in maniera pressoché esclusiva il problema delle condizioni sociali necessarie allo svolgimento dell’azione politica. Ma non afferma quasi nulla sui contenuti di questa azione e sulle loro forme organizzative. Questa impostazione è coerente con il contesto in cui sorge il marxismo, che è quello di una critica radicale del comunismo utopico e quindi del rifiuto di fornire ricette “per l’osteria dell’avvenire.” Infatti per Marx “La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma soltanto da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia società in via di disfacimento” (La guerra civile in Francia). E ancora con Engels “Il comunismo non è una dottrina ma un movimento [storico] … Il comunismo è risultato della grande industria” (I comunisti e Karl Heinzen). Sul piano pratico quindi non è necessario inventare nulla.
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PROLETARIATO E DIVISIONE DEL LAVORO

L’AUTORGANIZZAZIONE COME POTENZIALITA'

La divisione del lavoro è la questione centrale della rivoluzione. Riguarda il problema dell’organizzazione a tutti i livelli, quello dell’organizzazione del proletariato come movimento politico, quello dell’organizzazione della produzione nella società comunista, e quello dell’organizzazione politica e sociale nella stessa.
La prima questione che si pone è se nel comunismo la divisione del lavoro debba essere abolita. La risposta è chiara e immediata: la divisione del lavoro è nella società sviluppata la base della socialità. Nelle società tradizionali non era così: legami di sangue, lingua, e costumi tramandati da una tradizione conservatrice e indiscutibile erano il cemento che univa gli individui in gruppi sociali estremamente coesi. Anche se poi il legame fondamentale andava ricercato nella necessità di difesa contro popolazioni circostanti. Con lo sviluppo della società di classe questi rapporti naturali hanno assunto una importanza assai inferiore ai rapporti economici, che sono divenuti gli unici rapporti sociali necessari. Infatti la società capitalistica è costituita essenzialmente da individui che hanno fra loro come unici rapporti necessari quelli economici, e che sono per tutti gli altri aspetti della loro esistenza sociale assolutamente incondizionati. Quindi la risposta alla questione è che è impossibile abolire la divisione del lavoro perché è alla base del legame sociale nella società moderna. Ma la vera risposta è un’altra. La divisione del lavoro è la vera grande forza produttiva della società capitalistica, che l’ha sviluppata in una forma peculiare, la divisione del lavoro manifatturiera, che ha aumentato prodigiosamente la produttività del lavoro. Quindi tale abolizione sarebbe un atto regressivo, quindi impossibile secondo il materialismo storico, in quanto implicherebbe il crollo delle strutture produttive attuali e un ritorno alla barbarie. In verità il materialismo contempla questa possibilità, ma solo come conseguenza del fallimento di un processo rivoluzionario, eventualità che qui non prendiamo in considerazione, dato che postulato fondamentale di ogni discorso sulla rivoluzione è che questa sia inevitabile, anzi già in corso.
Quindi la divisione del lavoro va mantenuta come forza produttiva progressiva. Ma qui sorge immediatamente un altro problema...
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PROLETARIATO E ORGANIZZAZIONE - 27 gen 2012
Un discorso sull’organizzazione deve iniziare da un dato di fatto: il movimento rivoluzionario sta attraversando una fase di ricostruzione, fase che segue la chiusura di un ciclo, quello delle lotte degli anni 70, che si è concluso, come è necessario, quando le forze in campo hanno raggiunto i propri limiti storici. Ciò non significa che il ciclo sia terminato con una sconfitta. E’ vero piuttosto che tali lotte hanno mutato i rapporti tra proletariato e borghesia, creando così un nuovo contesto con il quale le classi dovranno misurarsi. Quale sia il contesto è un discorso che va oltre i limiti della presente nota. Qui si vuole solo rimarcare che se si vuole affrontare la nuova fase senza un inutile fardello di falsi problemi è necessario liberarsi della sindrome della sconfitta.
Quindi, anche limitando il discorso alla questione dell’organizzazione, occorre innanzitutto fare un minimo di chiarezza sul piano storico. Nell’ultimo grande movimento di massa che nel capitalismo avanzato sia andato vicino ad un rovesciamento rivoluzionario dello stato borghese, il maggio francese del 1968, i due modelli di organizzazione del proletariato, partito e movimento, che si erano fino a quel momento contrapposti...
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LA LEGGE DEL VALORE COME IDEOLOGIA (3.0)
VALORE E RAPPORTO SOCIALE
Dai classici, Marx incluso, la teoria del valore-lavoro viene piuttosto postulata che dimostrata. Che le merci vengano in generale scambiate al loro valore viene in sostanza dato per acquisito in base al fatto empirico che ciò che è all’origine della loro esistenza come merci è il lavoro. Ma ciò non implica affatto che le merci vengano scambiate al loro valore. Innanzitutto viene subito ammessa una eccezione, che però comprende il solo caso interessante, la società di classe, cioè quello nel quale i prezzi differiscono dai valori in quanto comprendono, oltre al lavoro, il plusvalore. Infatti nel prezzo della merce è incluso non solo il costo del lavoro ma anche la rendita, in tutte le sue forme, le principali essendo quella industriale o profitto e quella fondiaria. Per cui già Smith definisce il prezzo come somma di redditi. Marx parte da tale definizione, la “formula trinitaria”, per dimostrare che il lavoro è l’unica fonte del plusvalore e che salario non è un reddito, se per reddito si intende una partecipazione al plusvalore. Anzi il lavoro come salario è parte del capitale. In realtà, come già adombrato da Marx che però mantiene una concezione quantitativa del valore-lavoro, il valore in quanto costo di produzione è essenzialmente un rapporto sociale, e come tale è già determinato nei rapporti di forza tra le classi nella sfera della produzione...
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IL RAPPORTO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO

CARATTERE DUALE DEL RAPPORTO - versione 2.0 - 12 ago 2011

Nel modo di produzione capitalistico il rapporto di produzione si presenta in due forme: nella sfera della circolazione come scambio tra capitale e lavoro e in quella della produzione come dominio del capitale sul lavoro. (1) Questa forma duplice è tanto più singolare in quanto si tratta di rapporti tra loro antitetici. Il primo, che ha come presupposti sociali la proprietà privata e la libertà dei soggetti, implica la divisione sociale del lavoro ed è ereditato da formazioni sociali precedenti. Il secondo è fondato sulla volontà dispotica del capitalista, il quale domina completamente il processo produttivo conferendogli una forma caratteristica, creazione specificamente capitalistica, quella della divisione manifatturiera del lavoro. Rapporto questo che si pone come negazione del precedente sia in relazione alla libertà del lavoratore, in quanto esso è sottoposto al dominio del capitale, sia in relazione al lavoratore come proprietario, in quanto esso viene spogliato totalmente del prodotto del proprio lavoro...
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DIVISIONE DEL LAVORO, PRIMA PARTE:
DIVISIONE DEL LAVORO E SOCIALIZZAZIONE - gen 2010

“Il lavoro annuale di ciascuna nazione è il fondo donde originariamente si traggono tutte le cose necessarie e comode della vita, le quali annualmente consuma, e le quali consistono sempre o nell’immediato prodotto di quel lavoro o in ciò che col medesimo dalle altre nazioni si acquista.”

Così A. Smith inizia “ex abrupto” la sua “Indagine”, ponendo il lavoro come fondamento dell’esistenza non solo di ciascuna nazione, ma dell’insieme delle nazioni, cioè dell’umanità tutta. Infatti dichiara esplicitamente che il lavoro nella forma di bene utile o viene consumato immediatamente o viene scambiato con altro lavoro. Ma si può constatare che la parte di lavoro scambiata è storicamente sempre aumentata fino a divenire all’epoca di Smith quella di gran lunga preponderante. Quindi la sua asserzione significa che in realtà il lavoro si presenta come totalità, e se l’umanità sussiste su questa base unitaria, anch’essa costituisce necessariamente una totalità.
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DIVISIONE DEL LAVORO, SECONDA PARTE

LE DUE DIVISIONI DEL LAVORO

Nella prima parte si è considerato lo sviluppo della divisione del lavoro ponendo la produttività come unico fattore determinante l'affermazione storica di una forza produttiva. Ciò è in ultima analisi vero, ma questo sviluppo è strettamente intrecciato con fattori sociali, innanzitutto i rapporti di produzione, che non possono essere trascurati. Quindi occorre riprendere il discorso ponendo tali rapporti in primo piano.

1. Le due divisioni del lavoro e la contraddizione fondamentale

Il capitalismo sviluppa la divisione cooperativa del lavoro, cioè la cooperazione manifatturiera, come proprio modo specifico di produzione, conferendo al lavoro sociale un nuovo livello di sviluppo che ne fa una forza produttiva integralmente nuova...
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DIVISIONE DEL LAVORO, PARTE TERZA

DIVISIONE DEL LAVORO E MATERIALISMO STORICO

La critica del capitale è la critica della sua pretesa all'appropriazione dell'intero prodotto, non soltanto del plusvalore. Ma per non cadere in un atteggiamento donchisciottesco é necessario muovere una critica che parta dall'interno del capitale, che mostri cioè come esso, proprio in base ai suoi stessi principi, non possa esistere che transitoriamente. Occorre dunque ricercare le sue contraddizioni, mostrare cioè come non possa essere quello che pretende di essere e quindi perché sia destinato a scomparire. Solo quando questo compito sarà assolto sarà possibile indagare quali nuovi principi, storicamente prodotti dall'impossibilità di esistenza del capitale, portino al suo superamento.

Secondo il materialismo storico, ciò che determina il movimento storico di una formazione sociale è la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Quindi...
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COMMENTO A "SOCIALISME OU BARBARIE" E LA NATURA SOCIALE DELL'URSS DI JEAN BARROT (1972)

L'articolo, al di là del tema obsoleto - il carattere del socialismo sovietico -presenta tuttavia un interesse immediato di carattere più generale. Infatti la rilettura di quel testo costituisce una buona occasione per misurarsi con questioni per lo più date per scontate o peggio superate, mentre in realtà si tratta dei fondamenti di qualunque critica al capitale che intenda realmente essere tale.
La questione teorica centrale, attorno alla quale ruota tutto il discorso è quella del rapporto tra scambio e ripartizione...
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IL CONFLITTO SOCIALE

E' sempre stata ambizione delle scienze umane quella di costituire un sapere nel senso unitario in cui lo sono le scienze della natura, cioè una scienza fondata su un unico metodo, quello scientifico, e su un unico principio fondamentale, quello causale. Coloro che operano in campo sociale hanno sempre agito secondo principi pragmatici più o meno esplicitati, ma lontani dal costituire una teoria, e comunque contrapposti fra loro. Circostanza che in questa disciplina ha sempre costituito fonte di incertezza e perplessità.
Vi è un'unica significativa eccezione, l'economia, che ha sempre asserito di costituire una scienza del comportamento sociale secondo l'accezione delle scienze naturali. Non a caso essa è alla base dell'economia politica, quale sua applicazione in campo sociale nel senso più estensivo del termine. Nell'ambito dell'economia politica il socialismo scientifico è la teoria più comprensiva e conseguente, in quanto pone integralmente l'economia come propria base e dichiara suo campo d'indagine e d'applicazione tutta la storia. Quindi il socialismo scientifico non è solo un'applicazione dell'economia alla società ma una teoria che considera l'economia una teoria della storia. Cioè come afferma Marx "l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica".
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LA NASCITA DELL'EGEMONIA AMERICANA

Il mondo attuale è segnato dall'egemonia di un'unica grande potenza, gli Stati Uniti. Non si può comprendere nulla del mondo attuale se non si riconosce questo dato di fatto. Ma tale comprensione è a sua volta subordinata a quella del conflitto mondiale che ha attraversato gran parte del Novecento, che a ragione viene denominato "Il secolo americano". Cioè non si comprende il mondo d'oggi se non si comprende la dinamica e gli esiti del conflitto mondiale 1914-89, durato, fra alterne vicende, tre quarti di secolo, che ha ridotto progressivamente il numero delle potenze imperialistiche fino a lasciarne in campo una sola: gli Stati Uniti.

Il conflitto mondiale e l'egemonia americana

Il conflitto mondiale appare come un susseguirsi di guerre locali e generali, di periodi di guerra alternati a periodi di tregua armata, che si può suddividere in quattro fasi:

(1) prima guerra mondiale (1914-18)
(2) primo dopoguerra (1918-39)
(3) seconda guerra mondiale (1939-45)
(4) secondo dopoguerra o guerra fredda (1945-89)
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CAPITALE E FORME SOVRASTRUTTURALI

I. LA SOVRASTRUTTURA POLITICA
1. NEOLIBERISMO
- CLASSI
- PRODUZIONE
- MERCATO E FINANZA
- POLITICA
- RAPPORTI SOCIALI
- REPRESSIONE
- RELIGIONE
- GUERRA
- RAPPORTI INTERNAZIONALI
2. L'ORIGINE

II. LA SOVRASTRUTTURA IDEOLOGICA: L'IDEOLOGIA AMERICANA
1. L'IDEOLOGIA AMERICANA
2. LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA AUTORITARIA

Attualmente nelle analisi come nella percezione collettiva non solo si constata, come fatto abbastanza ovvio, che nel mondo capitalista si è instaurata una egemonia di posizioni conservatrici o anche reazionarie, ma è pure ricorrente l'idea che si sia di fronte ad un ritorno del fascismo. Ma se la prima affermazione è di per sé quasi scontata, la seconda, che viene posta come sua conseguenza, non lo è invece affatto, e va esaminata più a fondo. Che il capitale alterni fasi di sviluppo in cui mostra un carattere progressivo ad altre in cui si presenta in forme reazionarie, è un fatto più volte rilevato nella storia, ma occorre tenere presente che in generale nell'evoluzione di una società ben raramente questa alternanza si verifica come semplice ripetizione. Anzi non appare mai come semplice reiterazione di fasi già superate, circostanza che era già stata notata da Marx e affermata nel noto aforisma da Marx nel tracciare la parabola percorsa da Luigi Napoleone, secondo il quale nella storia una stessa vicenda si presenta una prima volta come tragedia, la seconda come farsa.
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questo testo è il risultato della fusione dei due precedenti testi:
l'ideologia americana
capitale e forme politiche


LA CRITICA CRITICANTE

Ciò che caratterizza la critica rivoluzionaria attuale, in tutte le sue varianti, è l'attacco frontale che sferra alla tecnica. Un aspetto della critica talmente generalizzato da essere sottinteso in ogni discorso tanto da averlo reso apodittico. Così è dato per acquisito quanto in tempi non lontani si presentava in modo del tutto opposto. Infatti nella teoria classica, nel marxismo, il capitalismo era considerato come prodotto dello sviluppo scientifico e tecnico, in quanto tendenza immanente allo sviluppo storico della divisione del lavoro. "L'aumento della produttività del lavoro e la massima negazione del lavoro necessario è la tendenza necessaria del capitale. La realizzazione di questa tendenza è la trasformazione del mezzo di lavoro in macchine." (Marx, Grundrisse) Il comunismo, contestualmente al materialismo storico, era posto come erede del capitalismo proprio in quanto quest'ultimo non era ritenuto in grado di portare a compimento lo sviluppo delle forze produttive che lo avevano generato, costituendo i rapporti di produzione in esso vigenti un ostacolo a tale sviluppo. Infatti il movimento rivoluzionario classico considerava l'istruzione tecnica e scientifica dei proletari come un atto rivoluzionario, in quanto base necessaria per il possesso non solo astrattamente politico ma soprattutto pratico degli strumenti della produzione.
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FORZE PRODUTTIVE E STORIA

1. Il determinismo economicista

Secondo il materialismo storico la società si presenta come successione di stratificazioni. Alla base vi sono le forze produttive, che possono essere identificate con i fattori della produzione. Queste costituiscono il fondamento dei rapporti di produzione, cioè della struttura sociale, "forme di sviluppo delle forze produttive", che ne costituiscono il contenuto. Nel loro insieme rapporti di produzione e forze produttive, forma e contenuto, costituiscono unitariamente il modo di produzione, cioè il modo in cui viene prodotta la base materiale della società. Il modo di produzione determina tutti gli altri rapporti e produzioni della società, cioè la sovrastruttura: rapporti giuridici, politici, famigliari, etc. e le produzioni intellettuali connesse: diritto, scienza, filosofia, religione, arte, letteratura, etc.
Questo modo di descrivere e comprendere l'assetto sociale è stato oggetto di molte critiche, fra le quali la più controversa è l'accusa di determinismo meccanicistico.
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PROBLEMI DEL MATERIALISMO STORICO

LA TEORIA DELLA STORIA
Sett. 2012 - Versione 0.1

Il materialismo storico si presenta come teoria della storia e soprattutto come strumento di comprensione del presente come storia, ma proprio per questo pone alcuni problemi che andrebbero approfonditi alla luce specialmente della grande crisi degli anni 70 e degli eventi successivi. Nel fare ciò si intendono qui seguire metodologicamente, almeno in linea generale, i principi della ricerca scientifica. Cioè un altro risultato del presente saggio è vagliare il materialismo storico sottoponendolo al sottile filtro del metodo scientifico e vedere ciò che rimane, se cioè può reggere il confronto con la scienza, oppure deve essere considerato una filosofia della storia, ciò che Marx respingeva recisamente. Qui non si intende far altro che attirare l'attenzione su queste questioni di merito e metodologiche, suggerendo possibili linee di approccio alla loro formulazione ed approfondimento.
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LA STORIA

OPERAISMO E MATERIALISMO STORICO

Un fatto è chiaro. Di fronte ai successi del capitale la teoria rivoluzionaria ha smarrito se stessa. Se per teoria si intende un discorso sulla trasformazione della società, essa è ridotta ormai a ben poco. O si limita a lanciare anatemi di sapore moralistico, oppure non fa che scrutare le zone d'ombra del capitale alla ricerca dei suoi punti deboli. Ma ciò che (dalla critica) viene mostrato trionfalmente, problemi come la sottoccupazione di massa, il degrado ambientale, le ondate migratorie, la microconflittualità endemica, in realtà è così ovviamente criticabile che il capitale già lo critica da sé. Talvolta - cosa già più interessante - la teoria arriva ancora a considerare le classiche, più o meno oggettive, contraddizioni del capitale, discorso che però la storia ha dimostrato inconsistente, risultando chiaro che il capitale è perfettamente in grado di soddisfare le rivendicazioni economiche avanzate dal proletariato e dimostrare come ogni crisi sia in realtà una pausa nel corso di una crescita quasi ininterrotta.
Appare evidente che nelle correnti analisi sul capitale le categorie critiche, cioè le tradizionali vie di attacco teorico alla società attuale, sono assolutamente inadeguate alla portata assunta dalla questione. La questione non è più, se mai lo è stato, di mostrare la fine necessaria del capitale nelle leggi dell'economia. E' lo stesso sviluppo del capitale a far sì che la vera sfida da affrontare sia se esso rappresenti la forma adeguata di soddisfacimento degli attuali bisogni storici della società, o piuttosto una forma sociale transitoria. Infatti, troppe volte quando gli apologeti del capitale annunciano la fine della storia, la pongono in forma mistificata, considerando la specie umana e i suoi bisogni come dati a priori, come fatti naturali posti una volta per tutte. Ciò permette al capitale di porre all'umanità lo stesso quesito, ma già nei termini stessi in cui lo pone, uniti alla forza persuasiva di una positività apparentemente indiscutibile, il capitale risolve perentoriamente la questione a proprio favore. Certamente il capitalismo, fin dai tempi dell'Illuminismo, l'epoca in cui il capitale era sovversivo e celebrava i suoi massimi fasti teoretici, esso ha sempre posto se stesso come culmine e compimento della storia, però mai con tale tracotanza e mai la teoria rivoluzionaria si è trovata così disarmata di fronte a tale pretesa. Ma questo, a ben vedere, è sempre stato il compito della teoria, cui ha sempre assolto prima ponendo la domanda in termini corretti, ciò che è già in sè una parte cospicua della risposta, in quanto significa creare le categorie adeguate a tale scopo. Dopo di che la risposta è quasi una questione di dettaglio.
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IL PROLETARIATO MODERNO

1. IL CONSUMO COME CONDIZIONE DELLA PRODUZIONE

Dopo la scienza applicata l'altro aspetto cruciale della seconda rivoluzione industriale, direttamente conseguenza del precedente, è che la circolazione del capitale, in particolare il consumo, non viene più considerato un momento separato dalla produzione, ma parte di un unico processo ciclico, il ciclo del capitale. Fino a quel momento esso non si presentava come un processo effettivamente ciclico in quanto condizionato da alcune strozzature nel momento della circolazione, per cui si presentava come un processo lineare e come tale era pensato, avendo il suo significato ai due estremi, all'inizio e alla fine. In tal senso il processo era considerato come valorizzazione del capitale monetario D-D', cioè estesamente D-M1'P'M2-D', dove (in termini di valore) D'=M2>D=M1. Qui il capitale monetario D, dopo aver acquistato sul mercato i fattori di produzione M1=L+MP (fattori di produzione = forza lavoro + mezzi di produzione) assumendo così la forma di capitale merce, si valorizza nella forma di capitale produttivo P, cioè capitale come valore d'uso. Il ruolo di P è solo quello di valorizzare il capitale monetario (1), in quanto in tale forma M1 non solo viene mutato in M2 (prodotto), ma anche valorizzato, cioè M2 è tale che M2>M1. Qui la circolazione risulta scissa in due fasi distinte in cui domina il capitale monetario, cioè da una parte D-M1 e dall'altra M2-D', dove quest'ultima appare solo come realizzazione del profitto, già determinato dalla fase precedente in quanto distribuzione, cioè come ripartizione del prodotto tra capitale e lavoro (2). Nel periodo liberista la trasformazione del prodotto in fattori di produzione è considerata garantita dalla concorrenza, che assicura l'allocazione ottimale delle risorse al prezzo migliore.

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MONDO ANTICO E MODERNITA'

La teoria marxista ha costruito il materialismo storico essenzialmente considerando la transizione dalla società feudale a quella borghese. La trattazione delle fasi storiche precedenti è data in forma schematica nei "Grundrisse'", nelle annotazioni conosciute come "Forme che precedono la produzione capitalista". E tale è sostanzialmente rimasta anche negli sviluppi successivi della teoria, che non ha conosciuto approfondimenti degni di nota. Non a caso, poiché il carattere pratico della teoria rivoluzionaria rende scarsamente interessante una indagine su epoche troppo remote, anche se ispirata ad una interpretazione materialistica. E in ogni caso costituirebbe un quadro di dubbia utilità, dato che per il marxismo, come per Hegel, è il presente che spiega il passato piuttosto che il contrario. Quindi, da quegli appunti poco di interessante è stato tratto, a parte qualche tentativo di ricavarne una filosofia della storia, intento del tutto estraneo ai propositi di Marx, per il quale tali note erano state abbozzate al solo scopo di spiegare la genesi del capitalismo.
Attualmente però, un tale tipo di ricerche può rivelarsi utile in relazione a certe teorie attualmente diffuse nella sinistra antagonista, che possiamo qualificare come neoutopiche. Quella che ha maggiormente attratto l'attenzione è la teoria della decrescita di Latouche, che per fronteggiare la crisi attuale auspica la riduzione drastica del livello dei consumi e la costituzione di piccole unità produttive autosufficienti. Poiché l'autosufficienza costituiva il fine dell'economia nel mondo precapitalistico, può essere interessante una riflessione sulle fasi storiche che hanno preceduto il capitalismo, al fine di individuare le implicazioni economiche e sociali di tale principio.

Ciò che accomuna tutte le fasi precapitaliste è il rapporto di produzione generale,
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TRA UTOPIA E GUERRA CIVILE

UNA QUESTIONE DI METODO


"La credenza nel nesso causale è superstizione"
"Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere"

L.Wittgenstein

Da una parte si parla di "abisso" e di "guerra civile", dall'altra di "natura umana" e di "volontà di vivere". Nella polemica sul testo di Ghirardi tra l'autore e Daniele si fa ampio uso, da entrambe le parti di termini retorici, cioè indefiniti ma di forte impatto emotivo. Dato il contesto della discussione il ricorso a tale linguaggio è accettabile, forse inevitabile, però sarebbe interessante coglierne il contenuto reale, cioè a che cosa sono riferiti tali termini, anche al di là delle intenzioni di coloro che ne fanno uso. Si tratta evidentemente di metafore, ma a che cosa alludono? Chiarire questo è tanto più urgente oggi in quanto nei discorsi della sinistra antagonista è comunissima la pratica di sovradeterminare l'idea di rivoluzione, saturandola di un eccesso di contenuti, per lo più accessori quando non superflui e comunque palesemente in contraddizione tra loro, contenuti che in maniera evidente rispecchiano la visione soggettiva di coloro che li dichiarano, cioè semplicemente le loro filosofie esistenziali erette a sistema universale. Ciò non è di per sé negativo, però si perdono di vista gli elementi essenziali dai quali tali contenuti (spesso anche condivisibili, ma non è questo il punto), possono scaturire. Questi elementi vengono lasciati nel vago, o addirittura volutamente elusi, sebbene siano il fondamento di tali contenuti, mentre questi altri vengono ossessivamente analizzati e differenziati, quasi da ciò dipendesse la possibilità stessa della rivoluzione.
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LA CRISI

"Gli Sciti deridevano coloro che si chiudevano nelle città, dicendo: "Essi vivono non da uomini ma da uccelli, appollaiati sui loro nidi; lasciano la terra che li nutrisce e preferiscono sterili città; pongono la loro fiducia in cose inanimate anziché in se stessi".
. Pietro Patrizio, cronista del III secolo d.C.

Il fatto che si sovraccarichi l'aspetto comportamentale dell'idea di rivoluzione richiama una atteggiamento comune negli anni 70, di cui quello attuale appare come un tardo riflesso, quando di fronte ad una vittoria soltanto parziale del movimento di quegli anni, essa venne interpretata come una sconfitta, sebbene evidentemente non lo fosse, e si volle ricercarne le cause in un difetto di volontà eversiva, giudizio più morale che storico, piuttosto che nei limiti posti al movimento dalle forze storiche dell'epoca. La domanda da porsi non è perché il proletariato ha tradito, da cui tutte le conseguenti conclusioni sulla scomparsa delle classi, del proletariato stesso e quindi della lotta di classe, ma quali forze hanno governato il suo movimento e lo hanno condotto alla situazione attuale, che occorre ugualmente definire.
In sintesi, si tratta di questo, in quanto possibile spiegazione teorica. Le forze produttive introdotte con la II rivoluzione industriale, essenzialmente l'applicazione sistematica della scienza alla produzione (industria chimica ed elettrica), hanno determinato un rapporto di produzione (taylorismo e fordismo, cioè parcellizzazione del lavoro e separazione gerarchica tra direzione ed esecuzione), che ha determinato lo sviluppo di una particolare coscienza antagonista nei produttori, quella dell'operaio massa che esigeva l'autogestione, coscienza che a sua volta impediva l'introduzione di nuove forze produttive (l'informatica). Ciò rese necessaria una ristrutturazione, la cui condizione era una sconfitta politica dell'operaio massa, e di conseguenza l'introduzione delle nuove forze produttive come strumento di sottomissione permanente dei produttori, che nello stesso tempo hanno reso necessario un nuovo rapporto di produzione (flessibilità, professionalità, precarietà) nell'ambito del quale le nuove forze produttive poterono essere introdotte e sviluppate.
La crisi attuale...
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LIMITI DELLA TEORIA RADICALE

Non vi è altra fedeltà, non vi è altra comprensione per l'azione dei nostri compagni del passato se non una reinvenzione a livello più elevato del problema della rivoluzione. Ma perché questa reinvenzione sembra così difficile? Essa non è difficile a partire da una esperienza di vita quotidiana libera, da una ricerca della libertà nella vita quotidiana.
Guy Debord, I brutti giorni finiranno

I. COMONTISMO

1. Una vita rivoluzionata

Comontismo ha costituito indubbiamente una esperienza caratterizzata da un immediatismo estremo, quindi dall'idea che la rivoluzione sia realizzabile qui ed ora, anche e soprattutto individualmente. Ma anche da un volontarismo esasperato, quindi dal presupposto che la rivoluzione vada pensata e prodotta. E infine da un radicale idealismo, cioè che decisivi siano i fattori spirituali, quindi i principi o concetti. Esso ha condiviso tali contenuti, esprimendoli compiutamente, con ciò che di più innovativo era scaturito dai movimenti degli anni 70, dove essi si erano manifestati appunto in contrapposizione all'attendismo, al determinismo e al materialismo all'epoca dominanti. Contenuti questi innovativi, che essenzialmente nascevano dalla potenza manifestata dal movimento rivoluzionario del tempo, che aveva raggiunto il suo punto più alto nel Maggio francese, evento storico che era stato appunto percepito e vissuto dalla parte più avanzata del movimento in termini immediatisti, volontaristi e idealisti. Tale pensiero è compendiato nell'idea e nella pratica di una rivoluzione senza transizione, e quindi senza partito rivoluzionario, senza strategia, senza guerra civile e senza dittatura del proletariato e fondata invece sulla trasformazione della vita quotidiana come punto di partenza per realizzare il comunismo, superamento questo della concezione tradizionale di rivoluzione preconizzato dai situazionisti.
Comontismo fu essenzialmente un tentativo radicale e coerente di attuazione di tale principio. Per cui carattere specifico di comontismo fu l'immediatismo, che costituì una attualizzazione in chiave moderna dell'utopismo, in quanto convinzione che realizzando ognuno soggettivamente il comunismo, cioè ponendo ciascuno sé medesimo come individuo immediatamente sociale, ciò avrebbe comportato immediatamente il comunismo oggettivo, cioè la comunità umana dell'essere (denominata, appunto, comontismo = com + ontos + ismo = essere comune = gemeinwesen, in Marx), e la fine della comunità reificata della società borghese.
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LA QUESTIONE DELLO SVILUPPO

"Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta."

Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto

1. Debolezza del marxismo.

Ciò che costituisce il maggior punto di forza del marxismo è anche la sua più grave debolezza.
Infatti le posizioni che si possono assumere di fronte alla questione dei mutamenti sociali sono molteplici, ma si possono ridurre alle seguenti. Alcuni credono che la rivoluzione possa realizzarsi solo quando sono date certe condizioni storiche, altri invece che sia possibile in ogni momento. I primi sono gli attendisti, i secondi gli immediatisti. Poi vi è chi ritiene che queste condizioni possano essere prodotte dagli individui, e sono i volontaristi, e chi pensa che si determinino indipendentemente da essi, come un fenomeno naturale, e questi sono i deterministi. Infine alcuni sono dell'opinione che tali condizioni siano di natura spirituale, e sono gli idealisti, mentre altri le identificano nei rapporti materiali fra individui, in particolare quelli economici, e sono i materialisti.
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no © 2007 Valerio Bertello