STRUTTURA DEL MARXISMO







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STRUTTURA DEL MARXISMO

IL METODO

E’ facile nello svolgimento di un discorso scambiare causa ed effetto. Ciò avviene quando la sequenza temporale dei fatti non è chiara. Allora può accadere di porre come assioma quello che invece occorre dimostrare, cadendo inavvertitamente nella petitio principii. E’ ciò che capita sovente nel marxismo, in quanto non vi è accordo su quelli che sono i suoi compiti. Se lo si considera come una teoria della storia, allora il suo scopo non può essere che quello di porre alcuni principi e sulla base di questi dedurre l’esistenza di processi storici nei quali le formazioni sociali sorgono, deperiscono e sono sostituite da altre, cioè sono investite da processi rivoluzionari. In particolare, trattando della società capitalista, il marxismo deve dedurre la sua transitorietà ad opera di un soggetto rivoluzionario individuato nel proletariato.
Questo discorso dimostrativo è fondato sulla verità delle premesse, che sono le ipotesi, stabilita la quale, esse costituiscono una teoria applicabile a tutto il campo nel quale le premesse hanno senso. Il criterio di verità stabilisce che le ipotesi sono necessariamente indimostrate ma verificate almeno in alcune circostanze, cioè confrontandole con certi dati di fatto. La verifica delle premesse viene in generale effettuata a posteriori, cioè sulle loro conseguenze, quindi indirettamente, operazione logica che però non costituisce una prova, ma una semplice conferma della teoria. Ciò a differenza della verifica a priori, che si compie direttamente sulle premesse, verifica sempre conclusiva ma raramente possibile data l’astrattezza e generalità dei principi. Il diverso valore dei due tipi di verifica sta nel fatto che, secondo la logica formale, se le premesse sono vere lo sono anche le conseguenze, non è vero il contrario: la verità delle conseguenze non implica quella delle premesse. Ma non è qui il luogo dove si possa svolgere un discorso sul metodo ipotetico-deduttivo. Basta dire che, come ogni metodo, viene giudicato dai risultati, cioè dalla sua capacità esplicativa e comunque può essere accettato o meno, ma se viene accettato occorre accettare le conclusioni cui si perviene poiché in tal modo si conferisce loro lo stesso grado di certezza attribuito alle premesse. Quindi secondo questa concezione il marxismo è la dimostrazione del carattere rivoluzionario del proletariato.
A questa idea di marxismo si oppone quella che pure viene spesso considerato alternativamente il suo contenuto, posizione che equivale non solo ad una petitio principii, ma anche al passaggio ad un altro tipo di logica, quella teleologica. Questo è ciò che accade quando, come accade frequentemente, si antepone l’effetto alla causa, cioè si pone a priori il proletariato come classe rivoluzionaria.. Ciò si verifica il più delle volte perché sotto la pressione degli eventi è necessario lasciare la teoria per la prassi rivoluzionaria, e quindi occorre abbandonare ogni dubbio e l’analisi astratta, sempre opinabile, che caratterizza il discorso teorico. Ma porre quel che si deve dimostrare come postulato significa ammettere la possibilità di dedurre immediatamente sulla base di questo unico principio, quello del carattere rivoluzionario del proletariato, tutta la serie di fatti che in realtà, dal punto di vista del metodo ipotetico-deduttivo, dovrebbero costituire il fondamento empirico su cui poggia l’ipotesi. In tal modo quello che nel metodo ipotetico-deduttivo è l’effetto viene posto come causa, la causa come effetto. Ma in questo modo il discorso dimostrativo viene trasformato in discorso teleologico, cioè l’effetto, cioè la conseguenza delle premesse, diviene causa finale e determina come effetti quelle che, secondo l’altro punto di vista, sono cause. In termini logici ciò si traduce nel dimostrare astrattamente la realtà di fatti la cui realtà deve essere fondata mediante osservazioni o procedimenti empirici. Ciò significa postulare che la storia ha come fine la rivoluzione proletaria e quindi la formazione di un proletariato rivoluzionario.

Stabiliti quali sono i compiti della teoria, possiamo chiederci quale è la strada percorsa da Marx. Difficile individuarla, dato il carattere scarsamente metodologico delle sue ricerche e dei suoi scritti. Probabilmente entrambe le strade. Certamente, dato l’impianto hegeliano e dialettico della sua logica, si può dire che a grandi linee segue la prima. Ma anche la seconda non è da escludere dato il carattere scientifico che voleva imprimere alla sua teoria. Qui non è possibile affrontare tale spinoso problema, che lasciamo volentieri alla esegesi marxista. Del resto è più importante individuare i principi su cui è fondato discorso marxiano e verificare se sono sufficienti a fondare il marxismo come discorso ipotetico-deduttivo. Questo è un compito titanico, del resto, a nostra conoscenza, mai affrontato. Quindi ci riferiremo al lavoro effettuato da Marx nello svolgimento della sua teoria. Infatti il discorso complessivo di Marx sembra più improntato da questa linea di pensiero. Cioè Marx vuole dimostrare l’inevitabilità della fine del capitalismo ad opera del proletariato, il che equivale alla dimostrazione del carattere rivoluzionario del proletariato, che viene dedotto da tre principi: la concezione materialistica della storia, la definizione di valore e il concetto di alienazione. Questi tre principi sono a loro volta fondati su dati empirici, dai quali derivano per induzione sia a priori che a posteriori. Cioè sia i postulati che le conclusioni sono verificati da osservazioni. Naturalmente il discorso marxiano non procede con il rigore della logica formale, in quanto per questo sarebbe necessario tradurre il tutto in un discorso formalizzato trasformazione probabilmente impossibile in tale contesto e nemmeno necessaria dati gli scopi cui esso tende, la mobilitazione delle coscienze. Quindi si tratta di un discorso persuasivo più che dimostrativo, più attinente alla retorica che alla logica. Del resto qui la logica formale sarebbe difficilmente applicabile dato che nel discorso marxiano persistono tracce di logica dialettica, incompatibile con quella formale. Tuttavia l’impresa non è impossibile, almeno operando sulle linee essenziali del discorso marxiano.

Per quanto riguarda il materialismo storico il discorso marxiano più sviluppato disponibile, per quanto incompleto, è quello svolto nell’Ideologia Tedesca. Qui, come in altri luoghi, vengono tratteggiate le classi, l’idea di forze produttive e di rapporti di produzione, i concetti di infrastruttura e sovrastruttura. Per quanto concerne il secondo principio, naturalmente il lavoro migliore in assoluto di Marx è quello esposto nel Capitale. Qui dalla definizione di valore si deducono lo scambio, la merce, il denaro, la divisione del lavoro, la concorrenza, il capitale, il lavoro salariato, infine il plusvalore. Cioè la teoria del valore è posta come dimostrazione dell’esistenza del plusvalore. Riguardo l’alienazione, si ha la digressione sul feticismo della merce, che compare nel Capitale. Naturalmente numerosi riferimenti a questi principi e concetti da loro derivati si possono rinvenire ovunque nell’opera marxiana, soprattutto, per il materialismo, nel Manifesto, nel capitolo sui modi di produzione precapitalistici dei Grundrisse, nella Prefazione al libro primo del Capitale, mentre per l’alienazione sono indispensabili i Manoscritti del 44 e il capitolo VI inedito del Capitale. Ma complessivamente si tratta solo di frammenti di un’opera non solo incompiuta ma appena abbozzata. Infatti Marx più che svolgere una teoria completa in un testo dedicato espressamente alle questioni di metodo, si è preoccupato quasi esclusivamente di applicarla alla realtà storica. Cioè Marx è restio a porre al centro del discorso i principi teorici, cioè a porre i principi in forma astratta. Per cui troviamo la sua teoria espressa o in aforismi folgoranti ma dispersi o in prolisse narrazioni storiche dove i principi teorici appaiono diluiti e servono perlopiù come categorie ordinatrici dei fatti, non come principi generali da dimostrare sulla scorta dei fatti. Infatti la raccolta di materiale empirico costituisce solo una metà del discorso dimostrativo, quella della fondazione, quella in cui si deducono i principi dai fatti. Successivamente i principi vanno messi al lavoro, deducendo da essi le loro conseguenze in campi empirici diversi da quello nel cui ambito sono stati elaborati e verificando i risultati sui dati disponibili. E’ questa verifica quella decisiva per la teoria, che se ha successo, è conclusiva se si tratta di una verifica delle premesse, mentre non costituisce mai la prova definitiva della sua verità ma solo la corrobora. Marx si dimostra troppo empirico e rifiuta questa seconda parte del metodo, giudicando questa, che costituisce la generalizzazione dei fatti conosciuti, una operazione che si pone nel campo della filosofia della storia, “la cui virtù suprema è d’essere sovrastorica”, come egli dichiara polemicamente. Ma questo in realtà è proprio il suo maggior pregio, quello di superare la molteplicità caotica dei singoli fatti empirici, di per sé frammentari, quindi essenzialmente muti, cioè di far parlare i fatti collegandoli in un discorso unificante, che anche quando non può esprimere la realtà sottostante in forma inconfutabile, può tuttavia rappresentare una verità probabile, qualora trovi riscontro nei dati disponibili, ciò che costituisce una conferma di quanto è stato dedotto teoricamente.
Considerando in particolare la teoria del materialismo storico, poiché essa è stata fondata da Marx sullo studio della storia dell’Europa occidentale, questa operazione equivale alla fondazione dei principi del materialismo deducendoli in un campo limitato ma ben conosciuto. Ovviamente ogni applicazione in tale campo dei principi da esso dedotti ha un valore semplicemente tautologico, poiché non si può ricavare da essi che quello da cui si è partiti. Per ottenere i frutti che la teoria può produrre, è necessario applicarla in un campo più esteso di quello originario. E’ quello che fece Marx applicando il materialismo all’Europa orientale e all’Asia. Questo è un campo storico che ha avuto una evoluzione parzialmente diversa rispetto a quella dell’Europa occidentale per cui il materialismo ivi applicato può fornire previsioni che non si accordano con i fatti, quindi deve essere parzialmente modificato per accordarsi con i dati storici o rigettato, scelta per la quale non esistono regole generali. Ma in altri casi verrà confermato fornendo così una verifica della sua validità come legge universale. Quindi, come per ogni teoria la sua validità è solo questione di circostanze, questione che può essere risolta solo mediante l’analisi dei singoli casi. E’ anche ciò che sostiene Marx, il quale tuttavia è troppo drastico nel limitare la validità del materialismo storico all’Europa occidentale. Può essere che le cose stiano proprio così, ma non necessariamente. L’ampliamento del campo d’applicazione è per una teoria sia il banco di prova per la verifica della sua validità, come anche ciò che porta al suo naufragio. Nel primo caso essa viene confermata e quando le verifiche crescono di numero cresce la sua affidabilità, cioè la certezza che sia una descrizione esatta e generale della realtà. In questo senso preciso si può parlare di determinismo. Quindi non è la realtà che ha carattere deterministico, ma il fatto che la realtà può determinare la teoria fino a renderla una immagine esatta della realtà stessa. Quindi la realtà è determinata in quanto la teoria aderisce sempre più strettamente alla realtà. Anche nel caso in cui la teoria entra in crisi, non basta una singola smentita per affossare una teoria, occorrono fallimenti ripetuti. ma anche allora prima di dichiarare una teoria inadeguata si può tentare il suo salvataggio modificandola parzialmente in modo di accordarla con i fatti, ciò che si può sempre fare. Ma ciò significa allargare il campo in cui la teoria è tautologica, quindi indebolirla. Oppure si può giudicarla irrecuperabile, ciò che però avviene solo quando una nuova e diversa teoria sorge all’orizzonte.
Conseguenza del metodo ipotetico-deduttivo è che il ben noto aforisma di Marx “Anche quando una società è riuscita a intravedere la legge di natura del proprio movimento, non può saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento”, diviene una ovvietà, in quanto afferma che si può generalizzare quanto è avvenuto in luoghi e tempi diversi. Di qui il carattere deterministico delle leggi ma che è piuttosto un carattere del metodo. Si può generalizzare solo ciò che è deterministico.
Pertanto i problemi si semplificano. Infatti la vexata quaestio della comune rustica si dirime immediatamente. Secondo il materialismo storico la comune rustica è destinata a decadere e ad essere superata dal dispotismo o dalla città stato. In effetti ciò è accaduto ovunque in Europa occidentale e quindi si puà tentare di generalizzare questa evoluzione all’Europa orientale e all’Asia. Ma tale generalizzazione è confermata in quanto è accaduto jn queste aree, soprattutto in Asia con la nascita del dispotismo. Quindi il materialismo storico su tale questione è confermato. Non vi è altro da aggiungere se non discutendo i dati empirici oppure rigettando il metodo, ciò che è solo una scelta soggettiva in quanto mentre il metodo è la base di ogni dimostrazione nei limiti del suo ambito, proprio per questo non può essere a sua volta dimostrato. Ma solo corroborato. Cioè può essere giudicato solo confrontando i risultati della teoria con il materiale empirico. Ma in mancanza di un criterio oggettivo la valutazione dei risultati è soggettiva. Cioè il metodo è frutto di una libera scelta, sulla base di criteri indipendenti dal metodo stesso.

Pertanto si può affermare che in linea generale Marx si è posto il compito di dedurre il carattere rivoluzionario del proletariato. Per questo è necessario dimostrare la caducità delle formazioni sociali, ma non solo, occorre trarre dai fatti storici il carattere specifico della rivoluzione proletaria. Ciò viene compiuto partendo da tre principi indimostrati ma verificati su fatti storici. Il primo principio è il materialismo storico che stabilisce che le basi materiali di una società determinano i rapporti di produzione e questi i rapporti sociali in generale e la sua sfera spirituale, cioè la sovrastruttura. Non il contrario, come afferma l’idealismo. Quindi per trasformare la società è necessario partire dalla sua struttura economica. Il secondo principio definisce questa struttura economica a partire dalla nozione di valore, da cui si deduce quella di plusvalore, la cui esistenza condanna il proletariato ad essere in perenne conflitto con la società di cui è parte. Infine l’alienazione definisce il modo di operare delle forze produttive sui rapporti di potere. Consideriamo alcuni aspetti di questi principi e come portino alla rivoluzione proletaria.

SCIENZA E FORZE PRODUTTIVE.

Il contenuto del materialismo storico è sintetizzato dal noto aforisma “Non è la coscienza degli uomini che determina la loro essere, ma è al contrario il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Ciò significa che la struttura materiale di una società condiziona le sue istituzioni, cioè la sua sovrastruttura. Consideriamo un caso particolarmente importante di rapporto tra struttura e sovrastruttura, quello tra scienza applicata e visione del mondo della società. Infatti tale rapporto fornisce coerentemente una conferma storica della coerenza del materialismo storico e una spiegazione delle origini del metodo scientifico, che costituisce anche una sua giustificazione.
La scienza in quanto principale forza produttiva del capitale è ciò che determina il rapporto di produzione capitalistico e il suo carattere fondamentale di rapporto di sfruttamento. Infatti tale rapporto si concretizza con una massiccia introduzione delle macchine nei processi produttivi, macchine che determinano un maggiore controllo della forza lavoro, e quindi del dominio del capitale sul lavoro. Ma incrementando la produttività del lavoro ne aumenta l’intensità e quindi il plusvalore.
La scienza dominando il rapporto di produzione determina anche ogni altro rapporto sociale, cioè i rapporti sovrastrutturali, anche quelli connotati come attività intellettuale. Tale predominio determina non solo i contenuti del pensiero ma anche il modo di pensare, cioè la struttura stessa del pensiero, quindi il modo di elaborare i contenuti del pensiero. Il pensiero scientifico è una sintesi di razionalismo ed empirismo che costituisce il carattere essenziale del metodo scientifico, cioè sperimentalismo e matematizzazione dei dati dell’esperienza. Quindi il modo di pensare della società attuale in quanto società del capitale, è empirico e razionalistico.
Poiché la nascita del pensiero scientifico coincide con la nascita del capitale, da quel momento storico la visione del mondo è cambiata, si è liberata delle astrazioni religiose che fino ad allora ne avevano limitata la portata. La rivoluzione sociale attuata dalla borghesia è stata simultaneamente una rivoluzione scientifica. Ovviamente ciò non significa che sotto il capitale ogni individuo sia uno scienziato, cioè un indagatore delle leggi naturali, ma semplicemente che nella vita di ogni giorno tende ad impostare il proprio modo di pensare razionalmente ed empiricamente. Cioè che gli individui accettano come verità solo ciò che possono toccare con mano e che sono in grado di pianificare un’azione come sequenza di atti concatenati, processo prima concepito astrattamente, poi realizzato concretamente, volto a conseguire un fine. Questo generico atteggiamento nel confrontarsi con l’esperienza immediata è già sufficiente a mettere in crisi il modo di pensare anteriore cioè il pensiero religioso. E’ quello che è avvenuto, cambiando radicalmente la visione del mondo che dominava incontrastata fino ad allora, quella religiosa. Fatto di cui non ci rendiamo pienamente conto, perché la religione, quella reale, ha dovuto scendere a patti con la scienza. Nella sua autenticità non esiste più da un pezzo e tale modo di pensare è ormai irreversibilmente superato.
La differenza tra il pensiero antico e quello moderno sta nella opposizione tra il carattere astratto di quest’ultimo e quello concreto del primo. Infatti il primo vuole oggettivare le proprie costruzioni mentali considerandole la vera realtà, come accade nell’idealismo platonico e quello hegeliano, invece di considerarle per quello che sono, prodotti della mente umana. Mentre il secondo astrae dal concreto frammentario per arrivare nel pensiero alla sintesi che permette di comprendere la realtà concreta. Ma questo non accade solo per la scienza. Anche le espressioni più mature dell’arte moderna si caratterizzano per la loro forma astratta. Anche in questo caso l’astrattismo ha come fine quello della sintesi, cioè vuole esprimere l’essenza delle cose eliminando il superfluo, cioè giungere all’essenziale astraendo dal particolare.

VALORE E VALORE.

Il secondo principio fondamentale è il valore. Il valore di una cosa è il suo costo, cioè quello cui l’acquirente è disposto a rinunciare al fine di appropriarsi un determinato oggetto. Evidentemente il concetto di perdita è soggettivo. Ciò che è una passività per un individuo può essere indifferente o persino un attivo per un altro. Quindi si può acquisire un oggetto in molti modi, secondo i costi, che sono in generale soggettivi e quindi infiniti. I modi di acquisizione si dividono in due categorie, la produzione e lo scambio per le quali si definisce il valore di scambio relativo come rapporto dei costi di produzione. Le due categorie sono indipendenti, per cui volendo acquisire un oggetto si pone innanzitutto il problema: produrre o comprare ? Nel caso di un soggetto isolato la decisione dipende dal costo di produzione soggettivo degli oggetti da produrre o da scambiare. Ma se il soggetto opera in un ambiente sociale si constata che il costo di produzione e il valore di scambio tendono ad eguagliarsi, cioè il secondo viene assorbito dal primo. E il costo di produzione tende ad essere uguale per tutti gli individui. Cioè i diversi costi soggettivi possono avere un certo grado di generalità che dipende dalla diffusione della disponibilità a soddisfare a un certo livello di richieste qualitative e quantitative. Così si può constatare che esistono contropartite universali, cioè in grado di soddisfare qualunque richiesta in un certo ambiente sociale, cioè in un certo mercato. La più universale è il lavoro astratto e socialmente necessario. Questa unificazione è il risultato storico dovuto al dispiegarsi della concorrenza tra produttori indipendenti.
Il tempo di lavoro astratto è il tempo di lavoro in quanto tale, indipendentemente dal suo contenuto, quindi considerato solo quantitativamente nella sua durata temporale e astraendo dalla sua qualità. Considerare il lavoro astrattamente è necessario quando si sceglie di misurare il valore di una merce in tempo di lavoro. Questa scelta ha il vantaggio di chiarire che lo scambio di due merci è uno scambio di tempi di lavoro ma pone il problema della eterogeneità dei lavori utili. Ma così semplicemente si sposta il problema dal valore d’uso dell’oggetto al lavoro che lo ha prodotto, in quanto all’utilità della merce corrisponde una specifica utilità del lavoro che l’ha prodotta. Quindi si tratta ora di confrontare i lavori utili qualitativamente diversi che hanno prodotto le diverse merci. Ciò significa ritornare al problema da cui si era partiti, ma. ora si ha a che fare con un elemento che è causa del prodotto, l’altro essendo la natura. Il problema del confronto si risolve definendo una qualità comune a tutti i lavori utili, il lavoro astratto, cioè il lavoro in generale, quindi una unità di misura e un procedimento di misurazione.Questa qualità comune e la sua misurazione permettono di definire l’equivalenza di due merci eterogenee, cioè tra due quantità di lavori utili diversi. Per Marx questa qualità comune è il lavoro semplice, cioè privo di qualità e “un lavoro complesso vale come lavoro semplice … moltiplicato”. Questa qualità comune viene definita genericamente come “dispendio di cervello, muscoli … umani”, misurata in tempo. Ma questo significa misurare il lavoro come flusso nel tempo di una grandezza non definita quantitativamente. Quindi è necessario ritornare alle diverse qualità di lavoro e definirle direttamente come grandezze temporali. Una via percorribile è quella di non considerare il lavoro positivamente come fattore produttivo, cioè come fonte di ricchezza, il cui valore varia secondo la sua utilità, ma negativamente come perdita, ritornando alla definizione di valore proposta da A. Smith. Cioè il tempo di lavoro va considerato immediatamente come tempo il cui contenuto è il fatto che si tratta di una perdita di tempo di vita per poter soddisfare i bisogni, sia quelli necessari che quelli solo piacevoli. Si tratta quindi di una perdita assoluta, in quanto perdita di tempo di vita sacrificato alla vita considerata sia come mera sopravvivenza, cioè semplice esistenza materiale, sia per il contenuto qualitativo che si desidera conferirgli. Qui il mezzo contraddice il fine poiché il lavoro è considerato negazione della vita, cioè l’opposto della vita che è necessario alla vita. Si tratta di tempo alienato che si contrappone al tempo libero, quella che Marx definisce come sfera della libertà che si contrappone alla sfera della necessità. Il tempo libero è consumo di tempo alienato. Quindi è caratterizzato dalla durata, dal lasso di tempo in cui si è privati della libertà.
Quantitativamente il tempo di lavoro astratto che esprime un costo dipende dalla produttività del lavoro stesso in quanto se c’è la possibilità di comprare non conviene produrre se il costo in tempo di lavoro è superiore a quello reperibile sul mercato. In tale regime la molteplicità dei costi computati in lavoro astratto di una merce tende ad equipararsi al livello corrispondente alla quantità di lavoro tecnicamente minimo. Infatti chi produce a quel livello di costo è avvantaggiato rispetto agli altri produttori ed è sicuro di vendere l’intera sua produzione. Mentre gli altri produttori devono adeguarsi a quel prezzo, o lavorando in perdita, per cui prima o poi devono ritirarsi dal mercato, oppure acquisisendo tecniche più produttive. Inoltre i produttori più efficienti sono indotti ad allargare la propria produzione, quindi a specializzarsi. Pertanto la produzione genera sempre un livellamento dei costi ed un incremento costante della divisione del lavoro. Pertanto il costo tende sempre ad assestarsi al livello minimo possibile e a stabilizzarsi a quel livello per tutti i produttori, che sono anche specializzati nella produzione di una certa merce. Questo livello minimo è il lavoro astratto socialmente necessario che nasce dalla concorrenza.
Il concetto di merce è quello di oggetto che possiede un valore, cioè oggetto prodotto da una certa quantità di lavoro misurato dalla sua durata. Stabilito che gli oggetti hanno un valore è facile dedurre il concetto di plusvalore, che sorge quando è possibile acquistare tutto quello che è necessario per la produzione di un oggetto, in particolare il lavoro stesso. Allora si può scoprire che un lavoro può non solo produrre se stesso in termini di valore riproducendo il valore perduto nella produzione del prodotto e da esso assorbito, ma anche un sovrappiù, il plusvalore. Questo plusvalore finché si tratta di produttori indipendenti non pone problemi per quanto riguarda l’appropriazione. Questi sorgono quando i fattori di produzione sono di proprietà differenti. Per la distribuzione il principio è quello che il plusvalore va al proprietario dei mezzi di produzione in proporzione al valore del suo contributo. Ma accade che questo principio non è sempre valido per il proprietario del lavoro. Lo è solo se il lavoro è stato acquistato, quindi solo se si tratta di lavoro coatto, cioè di lavoro salariato. Non lo è se si tratta di lavoro libero. Ciò accade perché nel primo caso lavoratore e proprietario del lavoro sono due persone distinte e il plusvalore va interamente a quest’ultimo. Mentre nel secondo caso il possessore del lavoro è lavoratore solo in potenza poiché non disponendo di riserve e credito non può realizzarsi come tale se non vendendo il proprio lavoro, che diviene lavoro coatto, e rinunciando ai suoi diritti sul plusvalore.

L’ALIENAZIONE.

Il concetto di alienazione costituisce il terzo principio del marxismo. Esso descrive la modalità del rapporto tra forze produttive e sovrastrutture sociali. Queste forze mostrano una particolarità sconcertante: pur essendo una espressione dell’attività umana, si oggettivano in strutture, sistemi, processi, cioè istituzioni sociali, che sfuggono al controllo di coloro che le hanno create in quanto producono effetti imprevisti, diversi da quelli in vista dei quali tali strutture erano state create. Perciò queste strutture vengono percepite dai loro creatori non nella loro realtà di prodotti dell’attività umana ma piuttosto come fenomeni naturali, perché hanno un carattere imprevedibile ed incontrollabile analogo a quello degli eventi prodotti nell’ambiente naturale. Quando la società si trova in questa condizione allora è una società alienata. Tale rapporto con se stessa provoca una distorsione della coscienza per la quale viene persa la nozione di struttura avente il carattere di prodotto sociale e quindi di prodotto umano. Pertanto il vero carattere dell’attività che ne è all’origine diviene inconscio dando origine a ciò che in ogni società alienata caratterizza l’attività sociale, la falsa coscienza. Quindi anche le descrizione e la teoria di tali fenomeni è una congerie di travisamenti che impediscono una percezione della realtà di tali fenomeni.
Compito primario della società che si trova prigioniera di tali travisamenti è quindi la conquista della coscienza teorica della natura di tali fenomeni e prima di tutto del loro carattere di prodotti sociali, ciò allo scopo di comprendere la dinamica di questi fenomeni, al fine di rimuoverne la causa principale. Questa è indicata dal materialismo che dichiara che la coscienza non possiede una sua autonomia, poiché sorge da una base materiale che la condiziona, cioè dal modo di produzione. Di conseguenza chi dispone di tale base è in grado di determinare la prassi sociale e quindi la coscienza tramite il possesso di tale base materiale. Per cui il conseguimento di una coscienza teorica è subordinato ad un mutamento di tale base e poiché essa è la struttura fondamentale della società il superamento di tale falsa coscienza è uno sviluppo parallelo a quello in cui i produttori si impadroniscono di tale struttura. Ciò implica che se tale struttura è sfuggita al controllo dei produttori ciò è accaduto in quanto i produttori sono stati espropriati di tale struttura, la quale è costituita dai mezzi di produzione. Ciò significa che esiste una classe di non-produttori che sono i proprietari dei mezzi di produzione e una classe per la quale i mezzi di produzione sono estranei in quanto usati contro di loro dai proprietari. Quindi all’origine dell’alienazione vi è una società divisa in classi, essenzialmente in una classe di proprietari non-produttori e una di produttori non-proprietari. Questa è la realtà che sta dietro l’ideologia prodotta dalla falsa coscienza. Poiché la percezione di questa realtà produce la coscienza dell’espropriazione del lavoro dei non-proprietari da parte dei proprietari, il mantenimento di tale falsa coscienza è una condizione fondamentale della perpetuazione dell’alienazione. Alla realizzazione di questo fine vengono usati primariamente i mezzi di produzione, quindi contro i produttori. D’altra parte le forze produttive sono il lavoro sociale e le sue estrinsecazioni. Per cui la causa dell’alienazione sociale è l’alienazione del lavoro sociale, cioè l’alienazione dell’attività produttiva sociale, che è divenuta proprietà di una frazione minoritaria della società.
Risultato fondamentale della presa di coscienza è la consapevolezza che l’attività umana che si realizza come prassi sociale è il lavoro sociale. Il lavoro sociale si oggettiva nella trasformazione degli oggetti naturali in oggetti sociali i quali costituiscono il mondo umano che così viene creato come parte della natura ma tendenzialmente autonoma rispetto ad essa in quanto essendo prodotto umano è in linea di principio subordinata al suo creatore. Invece accade che gli oggetti sociali si autonomizzano come accade per gli oggetti naturali, per cui nonostante siano un prodotto sociale, vengono considerati alla stregua di oggetti naturali sottoposti a leggi oggettive che dominano il mondo sociale. L’esempio più cospicuo è dato dal mondo delle merci. Qui il lavoro sociale non si è ancora sviluppato in mezzi di produzione materiali ma inizia subito a generare un processo di alienazione. Le merci, questi oggetti creati nell’ambito della divisione del lavoro sociale per soddisfare i bisogni umani, una volta immessi nel mercato iniziano a muoversi autonomamente e invece di essere subordinate ai movimenti dei produttori obbligano i loro creatori ad adeguarsi ai loro movimenti. Quando il lavoro sociale si è sviluppato, cioè sotto il capitale, anche nella produzione accade che i mezzi di produzione, concepiti per alleviare le fatiche del lavoro, in realtà lo rendono oppressivo oltre ogni limite. Infatti ciò accade perché il movimento delle macchine, questi strumenti inanimati e infaticabili, non segue come dovrebbe il ritmo del produttore che lo utilizza ma al contrario il produttore è costretto a seguire il ritmo di lavoro della macchina, che essendo un oggetto inanimato, può in linea di principio essere aumentato a volontà. Come può accadere questo, che la società produca oggetti dai quali scaturiscono risultati del tutto opposti a quelli per cui erano stati prodotti? Ciò è possibile in quanto questi sono oggetti prodotti socialmente, cioè non per il consumo dei produttori, ma per lo scambio. Ma non solo, più precisamente il prodotto viene realizzato per la creazione di plusvalore il quale viene in generale acquisito dal proprietario dei mezzi di produzione, cioè dei mezzi di lavoro (le macchine e le materie prime) e dei mezzi di sostentamento (i salari dei produttori). Quindi il proprietario ha un precipuo interesse ad aumentare la produttività del lavoro in quanto maggiore è la massa del prodotto e maggiore è il plusvalore.
Più in generale si può dire che nella società capitalista la maggior causa di alienazione sta nel fatto che essa ha come fondamento la scienza, perché è dalle sue applicazioni ai processi produttivi è scaturito il macchinismo. Ma se la scienza costituisce la grande forza produttiva della società attuale, di essa si è appropriato il capitalismo, perciò appare come forza produttiva del capitale, sebbene la scienza come forza produttiva sia piuttosto un prodotto storico. Di qui il suo carattere ambivalente che ne fa una forza produttiva alienata. Da un lato costituisce una forza costruttiva in quanto ha determinato un enorme aumento della produttività del lavoro sociale. Ma dall’altro appare come una forza distruttiva poiché il suo sviluppo è accompagnato da un parallelo sviluppo dell’alienazione, cioè dalla perdita del controllo sociale di tali forze, che si autonomizzano producendo più danni che vantaggi, ad esempio problemi ambientali, ma non solo. Tali conseguenze negative dello sviluppo della scienza applicata non contraddicono il fatto che essa è la forma assunta dal lavoro sociale al culmine del suo sviluppo. Ma esso è pervenuto a tale apice in concomitanza con la nascita e l’affermazione del capitale che ha costituito il contesto sociale dello sviluppo della scienza ma anche del suo lato oscuro.
Così anche per le merci. Il mercato e lo scambio sono l’altra grande forza produttiva, perché danno luogo alla divisione del lavoro. Anch’ essa giunge al sua completo sviluppo sotto il capitale. ha anch’essa il suo lato negativo. Poiché i produttori operano in un regime di concorrenza ciascuno ha interesse a vendere la propria merce, cioè il proprio prodotto, al prezzo più alto e a comperare al prezzo più basso. In un regime di concorrenza i due livelli tendono ad identificarsi e rimane sul mercato chi riesce a mantenere quel prezzo. Il prezzo di mercato perciò è frutto di una molteplicità di scambi indipendenti il cui risultato, un prezzo di mercato oscillante che nessun produttore può determinare definitivamente. Se il produttore ha come unica risorsa il suo lavoro si trova in balia di eventi imprevedibili, come se vivesse ancora allo stato di natura. Quindi l’aver costruito un mondo umano in cui trovare riparo dalle contingenze della vita selvaggia sembra in realtà un cambiamento in peggio delle sue condizioni di vita. Se prima disponeva di tutta la natura e le sue infinite risorse, per quanto precarie, per ricavare da essa la sopravvivenza, ora dispone di un’unica risorsa il suo lavoro specializzato, per ricavarvi da vivere. Quindi si trova perennemente in pericolo perché se il suo lavoro è fuori mercato non possiede alcuna altra riserva se non una forza lavoro totalmente squalificata, da cui può ricavare ben poco.

Valerio Bertello
Torino, 21 marzo 2015