FORZE PRODUTTIVE E STORIA







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FORZE PRODUTTIVE E STORIA

1. Il determinismo economicista

Secondo il materialismo storico la società si presenta come successione di stratificazioni. Alla base vi sono le forze produttive, che possono essere identificate con i fattori della produzione. Queste costituiscono il fondamento dei rapporti di produzione, cioè della struttura sociale, “forme di sviluppo delle forze produttive”, che ne costituiscono il contenuto. Nel loro insieme rapporti di produzione e forze produttive, forma e contenuto, costituiscono unitariamente il modo di produzione, cioè il modo in cui viene prodotta la base materiale della società. Il modo di produzione determina tutti gli altri rapporti e produzioni della società, cioè la sovrastruttura: rapporti giuridici, politici, famigliari, etc. e le produzioni intellettuali connesse: diritto, scienza, filosofia, religione, arte, letteratura, etc.
Questo modo di descrivere e comprendere l’assetto sociale è stato oggetto di molte critiche, fra le quali la più controversa è l’accusa di determinismo meccanicistico. Se la struttura della società è determinata dalla sua base economica, tutto ciò che il soggetto pensa e i fini che vuole perseguire non sono il risultato di una scelta libera, e comunque il loro esito è sempre strettamente condizionato dalla struttura materiale in cui il soggetto agisce. Il rilievo è fondato poiché lo stesso Marx afferma recisamente “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è al contrario il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”
Un tale determinismo costituiva una contraddizione grave per il materialismo storico, in quanto tale teoria si proponeva di analizzare e comprendere la storia e in particolare la formazione sociale attuale, il capitalismo, al fine di formulare previsioni riguardo la transizione verso una società superiore, il comunismo. Questa società, secondo Marx, si caratterizzava innanzitutto come la prima società nella quale il corso della sua storia sarebbe stato coscientemente determinato dal corpo sociale stesso, per la prima volta costituitosi in soggetto. Il determinismo economico contraddice questa prospettiva e ne rende impossibile la realizzazione poiché esclude che la coscienza, quale elemento derivato dalla base materiale, possa costituire un fattore di evoluzione storica.
Ma la contraddizione è solo apparente. In effetti questo schema deterministico si attagliava perfettamente al quadro della storia trascorsa fino al tempo di Marx, dove effettivamente il determinismo economico spiegava perfettamente tutta la storia conosciuta. Ma una teoria storica è essa stessa un prodotto storico, e non può rimanere immutata nel tempo, soprattutto in una epoca come la nostra nella quale un decennio vale più di un secolo dei tempi passati. E rispetto ai tempi di Marx il capitalismo, pur rimanendo tale, ha mutato completamente aspetto divenendo qualcosa che Marx stesso aveva vagamente preconizzato, ma che non poteva rappresentarsi nella sua concretezza. Il capitalismo attuale è quello della Seconda Rivoluzione Industriale, un capitalismo che non ha quasi nulla in comune con quello della Prima. Considerando quello nei suoi caratteri essenziali, diviene necessario modificare il quadro storico delineato dal materialismo storico classico, che non risulta più deterministico.

2. Le forze produttive

Nel materialismo storico non è chiaro che cosa si intenda per forze produttive. In definitiva tutto in una società contribuisce, direttamente o indirettamente, alla produzione. Quindi vi è certamente una varietà di forze produttive: naturali e sociali, materiali ed intellettuali, individuali e relazionali, qualitative e quantitative. Si possono identificare con quelli che vengono chiamati i fattori di produzione: terra, mezzi di produzione, forza lavoro. Ma si tratta in realtà di una loro specificazione. Le forze produttive possono essere così classificate:

- naturali: la terra e i fattori geografici, cioè conformazione e composizione del suolo, il clima, i prodotti spontanei.
- sociali:
intellettuali: la scienza (conoscenza teorica e pratica)
materiali: tecnologia (macchine e immobili)
relazionali: divisione del lavoro e mercato (cooperazione e scambio)

Marx le accomuna qualificandole come fattori che hanno avuto uno sviluppo storico. Infatti in origine si presentano come forze naturali, ma con l’evoluzione dei modi di produzione assumono sempre più carattere sociale, sia materialmente che nelle relazioni sociali, cioè quello di essere prodotti sociali e di divenire sempre più l’elemento caratterizzante le società umane. La società cioè si caratterizza come comunità che non è più in contatto diretto con la natura, ma “interpone” tra sé e la natura dei manufatti che mediano sia la produzione che la fruizione dei beni necessari alla sua esistenza. Ma questi manufatti, come i beni di cui mediano la produzione, sono sempre più la materializzazione di esperienza teorico-pratica sociale e storica, raccolta e codificata in rappresentazioni simboliche. Quindi in realtà ciò che viene interposto è sempre più una rappresentazione della natura in termini di una “teoria” della stessa, per cui fra tali forze produttive assumono storicamente importanza crescente la produzione intellettuale in generale e la scienza in particolare, in quanto forma raggiunta e adeguata della conoscenza, forza produttiva che sussume sotto di sè tutte le altre. Infatti riduce la tecnologia a una sua applicazione, fa dei fattori naturali altrettante scienze, così come dei fattori relazionali: la divisione del lavoro diviene scienza dell’organizzazione, lo scambio scienza economica (matrici input-output). Infine fa di se stessa una attività sociale formalizzata e organizzata (metodologia scientifica e organizzazione della ricerca).
Ciò comporta un radicale mutamento del concetto stesso di forza produttiva. Infatti inizialmente lo sviluppo delle forze produttive è casuale e spontaneo, cioè naturale, ed ha luogo essenzialmente nella sfera della produzione. Quelle materiali, cioè che nascono come tecniche artigianali, sorgono infatti nel corso del processo stesso di produzione, per tentativi ed errori, nella precarietà di tentativi quasi sempre falliti, nel timore perenne di allontanarsi da procedure sperimentate o di sbagliare accidentalmente, ma nella consapevolezza che talvolta l’errore casuale può aprire la via a grandiose scoperte. In mancanza di una reale comprensione dei processi naturali, di un modello di natura affidabile che potesse essere di guida all’esplorazione di sentieri nuovi, mantenersi fedeli alle tradizioni era una scelta obbligata. Solo successivamente, con la costruzione di rappresentazioni della natura sempre più verosimili e sperimentate, con l’acquisizione di una metodologia scientifica affidabile, lo sviluppo di nuove forze produttive assume sempre più il carattere di una impresa intellettuale, sottratta sempre più all’empiria cieca e subordinata ad una teoria sempre meno vuota, cioè fine a se stessa. Difatti in precedenza la ricerca scientifica aveva avuto tradizionalmente il carattere di attività privata di tipo dilettantistico, avulsa da ogni rapporto con la realtà del quotidiano, separatezza di cui la scienza andava fiera, almeno fino alla nascita della scienza moderna e della sua vocazione alla trasformazione del mondo, profetizzata da Bacone e attuata poi solo nel corso della Seconda Rivoluzione Industriale, in cui il suo carattere di forza produttiva per eccellenza viene realizzato nel suo sviluppo pianificato in istituzioni apposite (Politecnico) e nelle unità produttive stesse, divenendo un lavoro specialistico.
Tutto ciò è vero anche per le forze produttive di carattere relazionale. Il loro sviluppo ha inizio originariamente nella comunità primitiva autosufficiente, con scarsa o nulla divisione del lavoro, se non come coordinamento di sforzi individuali di singoli in grado di svolgere l’intero compito anche da soli (ad esempio, caccia collettiva, opere di irrigazione). Solo successivamente si ha lo sviluppo dei mestieri e ancora più tardi quello della divisione del lavoro al loro interno, che ha luogo effettivamente solo in epoca contemporanea. Anche lo scambio si realizza inizialmente solo all’esterno della comunità, in quanto in essa ognuno, come gruppo famigliare, è autosufficiente e lo scambio riguarda solo l’eccedenza del prodotto e beni superflui. Solo in seguito lo scambio diviene regolare e i gruppi famigliari iniziano a produrre non più esclusivamente per l’autoconsumo, ma per lo scambio, cioè iniziano a produrre non valori d’uso ma merci.
La storicità connota le forze produttive anche per il loro carattere quantitativo e qualitativo. In passato gli sviluppi qualitativi, che corrispondono all’introduzione di nuove tecniche che ne soppiantano altre, sono sporadici e appaiono come eventi casuali, intervallati da lunghi periodi di lento sviluppo quantitativo, come è stato per l’invenzione dell’agricoltura, che dopo la sua istituzione ha dominato la storia per millenni estendendosi quasi solo quantitativamente. Solo recentemente, con lo sviluppo della ricerca scientifica come attività produttiva specifica, lo sviluppo complessivo delle forze produttive è divenuto prevalentemente qualitativo. Cioè si è aperta un’epoca in cui l’innovazione tecnologica è permanante, e prevalente rispetto alla moltiplicazione di unità produttive tecnologicamente simili, in quanto il tasso di profitto si mantiene alto solo per chi introduce per primo l’innovazione, in quanto la concorrenza tende a ridurlo rapidamente.

3. Il passaggio alla storia cosciente

Poiché non vi è conoscenza senza coscienza (e viceversa, che altrimenti è sempre falsa coscienza), il risultato complessivo di tale processo di sviluppo delle forze produttive come forze intellettuali, è che questo sviluppo storico, che costituisce l’origine del movimento storico complessivo, tende a passare sempre più sotto il controllo cosciente della società. Infatti dopo essere divenuto risultato dell’attività scientifica lo sviluppo delle forze produttive non si trasforma in attività puramente sovrastrutturale ma continua ad essere a parte integrante della struttura, però senza perdere il suo carattere di attività sovrastrutturale, extralavorativa, in quanto non totalmente integrabile in una struttura istituzionale. Si tratta della facoltà umana della creatività, che sorge e si sviluppa come attività gratuita, come esuberanza intellettuale, come gioco altamente sofisticato, attività il cui svolgimento può essere favorito creando le circostanze adeguate, ma che non può essere indirizzato nè tanto meno determinato.
Proprio per questo suo doppio carattere di attività che si svolge a cavallo fra la sfera del consumo e quella della produzione, trattandosi ad un tempo sia di scienza applicata che di tecnologia scientifica, costituisce modernamente il momento in cui la sovrastruttura può retroagire sulla struttura, infrangendo il rigido determinismo che lega la prima alla seconda. Infatti per il materialismo storico classico le forze produttive determinano i rapporti di produzione (struttura) e questi tutte le attività intellettuali, che sono parte della sovrastruttura “alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale”. Cioè “è l’essere sociale che determina la coscienza”, e questa “non ha storia”, cioè storia cosciente o coscienza di sè. Solo le forze produttive, quale primo motore della storia, hanno una storia, perché sono esse che la producono. Ma questo è vero solo nel prime fasi dello sviluppo storico complessivo. Infatti le forze produttive inizialmente fanno la storia come storia incosciente, perché originariamente il loro sviluppo ha luogo in modo casuale nella sfera produttiva. La scienza, che nel passato si sviluppa nella sfera del consumo, non ha alcun rapporto con esse, se non quello di esserne inconsapevolmente determinata. Solo con il passaggio al capitalismo si produce una saldatura tra scienza e tecnica, cioè tra una attività sovrastrutturale e una strutturale, dove la prima viene a determinare la seconda, quindi se stessa. In definitiva si verifica per la prima volta nella storia la retroazione di una attività legata alla sfera della coscienza, quindi (potenzialmente) alla libertà, su una attività condizionata e condizionante, cioè deterministica e fonte di tutto il determinismo sociale, ponendola in grado di dominare quella che è la fonte del movimento storico, lo sviluppo delle forze produttive. Quindi qui emerge storicamente la possibilità per la società di governare se stessa, di passare dalla storia incosciente a quella cosciente. Ma poiché la frantumazione della società in classi è legata proprio all’impossibilità di autodeterminanrsi che ha caratterizzato finora le società umane, tale passaggio che coincide con quello a una società senza classi.

4. La prospettiva

Proprio per questo ciò rimane per ora solo una possibilità, perché non solo il dominio delle forze produttive attuali ma anche del potere di indirizzare il loro stesso sviluppo è nelle mani del capitale, ed è quindi finalizzato al suo interesse di classe, cioè al profitto e alla riproduzione delle condizioni stesse di tale dominio. Ciò ha generato nel rapporto con la scienza e la tecnologia un disagio generalizzato, sintomo di atteggiamento contradditorio. Da una parte vi è la consapevolezza di quanto si sia debitori non solo per una varietà di consumi sofisticati da esse resi possibili e accessibili, ma per la stessa sopravvivenza della specie. Dall’altra è sorta una critica diffusa della scienza e delle tecnologie che da essa hanno origine (Alta Velocità, centrali nucleari, inceneritori, etc.). Questa critica, per un verso assolutamente fondata, è però puramente negativa, considerando solo un aspetto della questione, quello delle realizzazioni puramente speculative, cioè di opere inutilmente costose, trascurando così completamente in generale le potenzialità della scienza come strumento di trasformazione della qualità della vita. Al contrario, l’apprezzamento per il consumo disponibile è cieco di fronte ai prezzi sociali che esso comporta, che sono percepiti in modi apparentemente slegati dalla questione, cioè solo come logoramento esistenziale degli individui.
Certo attualmente riuscire a ravvisare e distinguere le inaudite potenzialità insite nello sviluppo della scienza appare quanto mai problematico, in una società nella quale tutto ciò che esiste si mostra come opera del capitale e illuminato dai suoi bagliori luciferini. Ma il dominio delle forze produttive e soprattutto del loro sviluppo, cioè la conquista di un uso consapevole della scienza, è inscritto nell’attuale linea di tendenza storica. Come attuare un uso consapevole delle forze produttive è un compito storico di cui il proletariato deve farsi carico, insieme a quello di impadronirsi di quelle esistenti, cioè della loro materializzazione in quanto mezzi di produzione. Si tratta non solo di pianificare l’uso di quelle esistenti, ma prevedere le conseguenze di tale uso e di quello di forze che non esistono ancora. Cioè di prevedere le conseguenze dell’interazione reciproca tra forze produttive e società, previsione quindi che deve essere costruita in relazione a condizioni non statiche ma in progressione storica.
Si tratta di una pratica collettiva tutta da inventare, preliminare alla classica autogestione della produzione. Infatti si tratta dell’autogestione del proprio futuro, che deve vedere impegnata la totalità degli individui, ciascuno apportando in essa le proprie esigenze e le proprie competenze. Non solo le tecniche procedurali per affrontare in tale dimensione i problemi, ma i problemi stessi che dovranno essere affrontati non possono essere anticipati oggi, se non per analogia. Ma non vi è dubbio che, in quanto problema fondamentale, quello che si porrà immediatamente sarà la soluzione di quella che è la contraddizione principale dello sviluppo delle forze produttive: il rapporto tra sapere sociale e potere sociale. Infatti lo sviluppo della produttività del lavoro è sempre stato connesso allo sviluppo della tecnica e nel mondo moderno essa ne è totalmente determinata. Ma è pure vero che la conoscenza è potere, anzi lo è proprio per lo sviluppo assunto da questo rapporto. Quindi oggi tale potere è divenuto, o può divenire, totale. Infatti la trasformazione della conoscenza in consumo qualitativo e in lavoro creativo è sempre più subordinata allo sviluppo di una conoscenza specialistica di vasta portata, attingibile solo ad una ristretta cerchia di esperti. Vi è quindi il pericolo di creare una casta di monopolisti del sapere, di stampo platonico, o più concretamente di ricreare una delle condizioni che determinano la formazione di una nuova classe dominante. Infatti occorre rammentare che, se è lo sviluppo delle forze produttive ciò che determina l’assetto della società, questo sviluppo è opera di una classe sociale che non solo dispone di quelle forze in quanto classe proprietaria, ma è anche quella che ne ha il possesso intellettuale, sapendo come utilizzarle. Questo è chiaro fin dall’ascesa della borghesia e basta ricordare quanto questo problema, il ruolo dei tecnici, divenne cruciale nella rivoluzione russa, costringendo i bolscevichi a rimettere nelle loro mani la direzione della produzione.
Quindi la questione della gestione delle forze produttive è determinante nella transizione al comunismo, ma si presta a diversi esiti alternativi, che vanno dall’accesso alla storia cosciente attraverso il loro consapevole controllo, alla possibilità che il loro inarrestabile sviluppo comporti il passaggio ad una ulteriore fase della società di classe.

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Valerio Bertello
Torino, 28 aprile 2009