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LA QUESTIONE DELLO SVILUPPO

“Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta.”
Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto

1. Debolezza del marxismo.

Ciò che costituisce il maggior punto di forza del marxismo è anche la sua più grave debolezza.
Infatti le posizioni che si possono assumere di fronte alla questione dei mutamenti sociali sono molteplici, ma si possono ridurre alle seguenti. Alcuni credono che la rivoluzione possa realizzarsi solo quando sono date certe condizioni storiche, altri invece che sia possibile in ogni momento. I primi sono gli attendisti, i secondi gli immediatisti. Poi vi è chi ritiene che queste condizioni possano essere prodotte dagli individui, e sono i volontaristi, e chi pensa che si determinino indipendentemente da essi, come un fenomeno naturale, e questi sono i deterministi. Infine alcuni sono dell’opinione che tali condizioni siano di natura spirituale, e sono gli idealisti, mentre altri le identificano nei rapporti materiali fra individui, in particolare quelli economici, e sono i materialisti.
Su queste coordinate si collocano in generale le correnti teoriche e i movimenti rivoluzionari. Rispetto ad esse il marxismo rappresenta, come scienza della storia, il fondamento teorico del movimento reale, materiale ed ideale, inteso come ciò che produce il comunismo, movimento che trova la propria origine nello sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale. Così il comunismo viene collocato nel flusso storico e la soggettività rivoluzionaria, cioè il volontarismo, viene liberata dalle secche dell’utopismo, cioè dell’immediatismo e dell’idealismo, e dall’arbitrarietà ad esso connessa, e diviene certa di sè. Ma questo ha un prezzo, poichè se il marxismo si caratterizza come scienza, esso si espone all’ideologia scientista, la quale porta con sé il determinismo, e quando esso emette un giudizio negativo del presente. – in pratica (quasi) sempre e ovunque, dato il predominio della falsa coscienza, o pensiero borghese che dir si voglia, - ciò conduce all’attendismo, e quindi fatalmente al riformismo, o peggio, all’inerzia.
Quindi l’uscita dall’utopismo sembra sfociare irrevocabilmente nel riformismo, ma anche, reciprocamente, il rifiuto di questo conduce a quello. La via per svincolarsi da tale dilemma può essere trovata solo riuscendo a considerare il capitale e i movimenti sociali che lo mettono in discussione nella loro essenzialità, per quello che realmente sono.

2. Natura del capitale.

In ultima analisi la società borghese rappresenta una fase storica di transizione, di per sé instabile, sospesa tra storia e preistoria, e quindi non reale. Infatti la società borghese non possiede una fisionomia sua propria, al contrario della società naturale, in gran parte immersa nella natura immediata e quindi determinata dalla natura stessa, e della società comunista, autonomizzatasi dalla natura, quindi capace di autodeterminazione. Al contrario il carattere della società borghese è accidentale, dominato dall’interesse individuale, e quindi non possiede una struttura sociale, non una forma politica, oscillando perennemente tra gli estremi dello stato sociale e del fascismo, né un pensiero unitario ma solo un coacervo caotico di scienze particolari.
Ciò accade perché il capitalismo segna il passaggio dai modi di produzione agricoli (dispotismo, schiavismo, servitù, etc) a quelli industriali, cioè prima a quelli di transizione costituiti infatti dai vari capitalismi, ancora seminaturali (liberale, monopolistico, di stato, manageriale, etc.), fino alla compiutezza del comunismo. Sospeso tra società naturali e comunismo, il capitalismo esaurisce rapidamente la sua funzione storica, sebbene, come tutte le formazioni sociali, sia dotato di una considerevole inerzia storica, la quale può far sì che possa sopravvivere a se stesso a tempo indeterminato. Anzi, sebbene a causa della sua intrinseca instabilità, possa regredire ad uno stadio anteriore, ricadendo nella barbarie, come avevano preconizzato Marx e la Luxemburg, (possibilità realizzatasi poi con il fascismo).

3. Compiti storici del capitale.

Ma ha esaurito il capitale la sua missione storica ? Per stabilire ciò è necessario comprendere quali siano i compiti storici del capitale. In generale ogni società tenta di emanciparsi dalla sua dipendenza dalla natura, cioè da fame, infermità, guerre (le società naturali con un successo limitato, e quindi chiamano ciò “vivere in armonia con la natura, o con gli dei”), sviluppando le proprie forze produttive. Ma nel compiere ciò si determina una restrizione della libertà (naturale) degli individui (doveri verso la famiglia, la comunità, gli dei, che generano privilegi, proprietà e strutture gerarchiche), cioè l’alienazione naturale è sostituita da quella sociale, e ciò tanto più quanto più il processo è progredito. La società borghese costituisce la fase più elevata ed ultima di tale processo, che in essa assume una forma peculiare. Cioè il capitalismo combatte l’alienazione naturale tramite l’industrialismo, ma mentre si emancipa dalla natura la società borghese è sempre più dominata da una sua parte che si è autonomizzata rispetto alla totalità sociale, pur continuando ad esserne parte integrante, anzi essenziale. Si tratta dell’economia e della classe che in essa si identifica, e l’alienazione sociale prende la forma dell’anarchia di mercato e del feticismo della merce. Quindi l’economia se rispetto alla natura supera l’alienazione, verso la società ne crea una nuova, nella forma di una seconda natura che domina la società stessa, sebbene da essa prodotta. Il comunismo è il movimento che, superando lo stadio borghese di sviluppo dell’economia, toglie l’alienazione sociale. La sua scommessa è che ciò sia possibile senza ricadere nell’alienazione naturale.

4. L’accumulazione

Pertanto i compiti storici del capitale si possono ridurre a uno solo: l’abolizione definitiva dell’alienazione naturale quale premessa necessaria all’instaurazione del comunismo. Tale processo storico presenta un aspetto quantitativo, l’accumulazione, e un aspetto qualitativo, l’estinzione delle società naturali. Per quanto riguarda il primo che sia esaurito non è possibile affermarlo con certezza, perché ciò dipende dal livello di accumulazione necessario per l’edificazione del comunismo, livello che può essere determinato solo nel corso della realizzazione del comunismo stesso. Quindi, il criterio non può essere considerato determinante, e nulla si può dire se non che deve essere raggiunto un livello di accumulazione sufficiente a garantire i diritti fondamentali, condizione necessaria al comunismo (che potrebbe anche rivelarsi sufficiente). Appare evidente che, almeno nei paesi sviluppati, esso sia stato raggiunto, e se è vero che nei PVS si muore tuttora di fame, tuttavia l’ipersviluppo delle aree avanzate permette di risolvere agevolmente il problema (basterebbe all’uopo una frazione di quanto viene investito in armamenti). Infatti, nonostante ciò, gli attuali movimenti anticonsumistici pongono effettivamente tale questione, criticando il livello dei consumi, e quindi della produzione, capitalistici, sia qualitativamente che quantitativamente. I movimenti ecologisti per la crescita zero, o anche per la decrescita (Latouche), indicano con la loro diffusione che l’accumulazione ha superato la soglia dell’abbondanza, almeno in relazione al comunismo.

5. Il dominio reale.

L’altro criterio di giudizio invece è in qualche modo oggettivo, e considera il grado in cui il capitale ha trasformato il mondo precapitalistico, imponendo ovunque il suo modo di produzione. Ciò si valuta non certo considerando la sola sfera del consumo, ma innanzitutto quella della produzione, e precisamente il modo di produzione, più che il prodotto o la tecnologia disponibile in astratto. Quando la trasformazione è totale allora si può affermare che il capitale ha esaurito la sua funzione, e quindi che combatterlo radicalmente è storicamente possibile e progressivo. Ma quando la trasformazione è completa ? Quando non esistono più ambiti geografici e sociali estranei alla società capitalistica, e ogni aspetto dell’esistente è piegato alle sue esigenze, cioè diviene fonte diretta o indiretta di profitto. Situazione questa, dove massima è l’espansione e l’integrazione del capitale, in cui paradossalmente è possibile scorgere in filigrana la possibilità concreta del comunismo.
Si può agevolmente constatare che l’instaurazione del capitale come sistema totalitario, ciò che Marx chiama dominio reale, si è già realizzata, sia estensivamente che intensivamente. Estensivamente il capitale si è ormai imposto come modo di produzione egemonico in tutto il globo, già dal tempo di Marx e fino agli angoli più remoti della terra. Quanto allo sviluppo intensivo esso è impressionante, cioè quanto al grado in cui dominio reale ha permeato la società, si può osservare che ovunque, e nei paesi sviluppati in modo particolare, il capitale è giunto non solo ad impossessarsi della produzione e ad organizzarla secondo le proprie modalità ed esigenze, ma ciò è avvenuto anche nel settore del consumo, cioè della riproduzione della forza lavoro, arrivando così a dominare l’intero ciclo della circolazione del capitale, e quindi pervenendo alla gestione ed al controllo totalitari del sociale.
Ciò significa che il settore dei servizi alla persona, che in passato usciva dalla sfera d’azione del capitale in quanto gestito da entità ad esso esteriori, come la famiglia, la chiesa o la piccola borghesia delle professioni, e successivamente dallo stato, ora è divenuto fonte di profitto. Se a ciò aggiungiamo l’estendersi dei servizi al consumo (marketing, informazione, pubblicità, tempo libero), si osserva che non solo i bisogni sociali sono utilizzati per produrre profitto, ma che i bisogni del capitale, - cioè il profitto, - producono i bisogni sociali, cioè il profitto produce se stesso. Per cui i bisogni attuali sono alienati, e si presentano come consumismo individualistico e investimenti pubblici inutili e finalizzati al solo profitto, o alla rendita, come debito pubblico.

6. Divisione del lavoro.

Ma ciò che dà una misura esatta dello sviluppo del capitale è il grado di divisione del lavoro e della conseguente automazione. La prima ha già raggiunto un livello estremo e non più intensificabile all’epoca di Taylor, e basta anche solo guardare il numero enorme (decine di migliaia) di mansioni, qualificazioni, specializzazioni che caratterizzano l’organizzazione del lavoro capitalista. Tale divisione del lavoro ha avuto come principale conseguenza la separazione radicale tra lavoro intellettuale e manuale, e soprattutto tra direzione ed esecuzione, scomponendo poi entrambi nella forma di estese strutture burocratiche gerarchizzate, ramificate in ogni ambito sociale, sia nella produzione che nel consumo. Ciò ha determinato da una parte una concentrazione di potere senza precedenti e svincolata ormai dalla proprietà, e dall’altra l’applicazione dell’automazione e dell’informatica sia al lavoro manuale che a quello intellettuale.
Tale forma di capitalismo è quanto di più prossimo al comunismo il capitalismo stesso possa produrre. Infatti, se oltre l’estendersi dei servizi alla persona e dei servizi al consumo, consideriamo l’espansione dei servizi alla produzione (ricerca, amministrazione) e la diffusione dell’automazione, si giunge a quella caratteristica ripartizione del lavoro che nelle società moderne vede l’accrescimento su scala gigantesca del lavoro (produttivo) indiretto, la cosiddetta terziarizzazione del lavoro. Ciò significa che sul piano materiale il capitale ha ridotto l’alienazione naturale ad un minimo poiché, trasformando il lavoro prima prevalentemente manuale in lavoro intellettuale e di cura, lo ha umanizzato. Mentre sul piano dei rapporti sociali, cioè dell’alienazione sociale, è già stata eliminata di fatto la proprietà come potere di gestione, e ridotta la borghesia a classe puramente parassitaria, in quanto potere che appare semplice percettore di profitto. E’ ora sufficiente eliminare il potere puramente gestionale dei vertici burocratici, potere puramente formale, che si limita a gestire unicamente alchimie finanziarie per lo più truffaldine, cioè i rapporti con banche e stato, la sovrastruttura politico-finanziaria che costituisce ciò che resta del capitale in questa sua fase agonica. Si tratta solo di operare organizzativamente una ridistribuzione del potere lungo le catene gerarchiche, trasformandole così in reti puramente funzionali, atto che rappresenta il dissolvimento del potere concentrato e la nascita di quello diffuso, ultimo passo verso l’eliminazione di un capitalismo ormai esangue. Cioè ridotto ad una mera struttura proprietaria parassitaria e ad un potere puramente formale che non dirige più un processo produttivo di fatto autogestito (e che comunque non potrebbe essere diretto dal vertice data la sua complessità), ma che solo amministra se stesso.

7. Conclusione.

In sintesi, l’abolizione dell’alienazione naturale, cioè il livello di accumulazione e il grado di umanizzazione del lavoro necessari al comunismo sono evidentemente già raggiunti, almeno nelle aree sviluppate, e probabilmente già superato ampiamente. Inoltre il capitale ha già prodotto le strutture necessarie per l’autogestione della produzione da parte dei produttori, cioè le condizioni per il superamento dell’alienazione sociale, in cui gli individui si riappropriano non solo dei mezzi di produzione, ma anche dei propri bisogni, che saranno diversi da quelli attuali, in forme che già ora iniziano a manifestarsi. Pertanto un ulteriore sviluppo del capitale è ora sicuramente di tipo degenerativo, e finalizzato a prolungare all’infinito la sua agonia. Comunque il movimento del proletariato non può eternamente attendere il momento fatale, troppo simile ad una attesa messianica, e non ci saranno voci celesti a dare la buona novella, nè sarà certo il capitale stesso a dare l’annuncio che il comunismo è giunto all’esistenza. E’ il proletariato stesso che ne prende storicamente coscienza, e così anche la teoria. Occorre perciò seguire quanto il movimento del proletariato esplicita nel suo agire come critica concreta del capitale, e quindi come reale affermazione del comunismo. Se non sono i movimenti a doversi conformare alla teoria, ma quest’ultima ad adeguarsi ai primi, com’è ovvio, allora queste conclusioni sono inevitabili. Cioè l’intelligenza storica risiede nei movimenti storici delle classi, alla teoria il compito di interpretarli. Compito modesto, perché arrivando dopo i fatti la teoria è condannata ad essere sempre in ritardo sulla storia.

SINTESI.

Il limite dello sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale è il limite della divisione del lavoro e della sua ricomposizione come lavoro sociale complessivo. Questo limite è stato raggiunto nelle grandi imprese, per cui il comunismo esiste potenzialmente. La divisione del lavoro determina le classi, per cui il comunismo abolisce insieme ad esse la divisione del lavoro, e l’ulteriore sviluppo delle forze produttive si colloca al di là della divisione del lavoro. Ma esistono fattori in controtendenza. Tale sviluppo si realizza nella fase monopolista, in cui scompare la concorrenza ma anche la lotta rivendicativa della forza lavoro, ciò a causa degli accordi di cartello e dei sovraprofitti derivanti. Quindi la situazione, senza l’intervento di altri fattori tende a stagnare e degenerare. Il fattore decisivo non può essere che la presa di coscienza del proletariato in seguito all’involuzione del capitale.

Torino, febbraio 2007
Valerio Bertello


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