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sezione ATTUALITà:

- imperialismo globale e crisi - m.castaldo e.screpanti
ott 2013
- il processo eternit e nocività sul lavoro - v.bertello
feb 2012
- la crisi economica: realtà e finz...
- p.mattick
giu 2011
- la rivoluzione H
giu 2011
- divisione del lavoro e socializzazione
- gen 2010
- immigrazione: la proletarizzazione impossibile
- giu 09
- gaza 2009
- feb 09
- note sul conflitto arabo-israeliano
- feb 09
- madi a biella
- gen 09
- arte e materialismo dialettico
- gen 09
- alla scuola diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 qualcuno ha pensato che tutto fosse permesso...
- nov 08
- disinformazione e ipocrisia
-l'Italia è una portaerei USA?
-operaismo e terzomondismo
-lottarmatismo e controcultura - set 07
-la questione dello stalinismo - nov 07

sezione "STORIA":

- marx, bakunin e la questione dell’autoritarismo di David Adam
giu 2013
- bakunin marx commento di v.bertello
giu 201
- commento a " l'esperienza dei comitati di fabbrica nella rivoluzione russa" di rod jones - v.bertello
ago 2012
- l'esperienza dei comitati di fabbrica nella rivoluzione russa - rod jones
apr 2012
- la sorgente ungherese - c.castoriadis
ago 1976
- determinismo e volontarismo
giu 2011
- la rivoluzione H + commenti
giu 2011
- la nascita dello stato di israele
feb 09

sezione TEORIA':

- LA LEGGE DEL VALORE COME IDEOLOGIA 3.0
valerio bertello ott 2011/giu 2016
- l'alienazione (5 capitoli)
valerio bertello nov 2015
- le forme di appropriazione 3.0
mag 2014
- le forme di appropriazione 2.0
feb 2014
- le forme di appropriazione 1.0
ott 2013
- l'alienazione 2.0
mar 2014
- replica di robert x ILC a "l'alienazione 2.0"
mag 2014
- problemi del materialismo storico
apr 2013 - versione 2.0
- trasgressione e moralità
sett 2012
- proletariato e divisione del lavoro
apr 2012
- partito e movimento.
proletariato e organizzazione

27 gen 2012 - versione 1.0
- la legge del valore come ideologia. valore e rapporto sociale
ott 2011
- il rapporto di produzione capitalistica
- ago 2011 - versione 2.0
- Commento a "Socialisme ou Barbarie" e .... di Jean Barrot
- ott 2010
- il conflitto sociale
- nov 09
- la nascita dell'egemonia americana
- nov 09
- capitale e forme sovrastrutturali
- ott 09
- la critica_criticante
- giu 09
- forze produttive e storia
- mar 09
- problemi del materialismo storico
- dic 08
- mondo antico e modernità
- apr 08
- tra utopia e guerra civile
una questione di metodo

- mar 08

storia e teoria
- lug 08 - versione 3.0
I parte
- la storia
1.operaismo e materialismo storico
2.proletariato e teoria
II parte
produzione e consumo
1.il consumo come condizione della produzione
2.il carattere unitario dei nuovi ceti
3.il nuovo proletariato
4.la contraddizione

- i limiti della teoria radicale
- giu 07 - versione 2.0
I. comontismo
II. lavorismo e quotidianismo
III. fenomenologia


- la questione dello sviluppo
- feb 07
1. debolezza del marxismo
2. natura del capitale
3. compiti storici del capitale
4. l'accumulazione
5. il dominio reale
6. divisione del lavoro
7. conclusione




attualità

in questa sezione troverete articoli e scritti politici ...

ultimi inserimenti/interventi di questa sezione:
IMPERIALISMO GLOBALE E GRANDE CRISI intervista di m.castaldo a e.screpanti ott 2013
IL PROCESSO ETERNIT E LA NOCIVITA’ SUL LAVORO di v.bertello feb 2012
LA CRISI ECONOMICA:REALTA' e FINZIONE di v.bertello giu 2011
Re: DETERMINISMO E VOLONTARISMO di v.bertello giu 2011


(cliccando sui seguenti titoli vai direttamente ai testi contenuti in questa pagina>)
imperialismo globale e grande crisi. intervista di m.castaldo a e.screpanti ott 2013
processo eternit e nocivita’ sul lavoro di valerio bertello
fabbrica e mercato: dispotismo ed anarchia valerio bertello
immigrazione: la proletarizzazione impossibile valerio bertello
gaza 2009 paola zorzi
note sul conflitto arabo israeliano valerio bertello
madi a biella paola zorzi
arte e materialismo dialettico valerio bertello
alla scuola diaz... paola zorzi
disinformazione e ipocrisia valerio bertello
l'italia è una portaerei u.s.a.? valerio bertello
operaismo e terzomondismo valerio bertello
lottamartismo e controcultura valerio bertello
la questione dello stalinismo valerio bertello


Ricevo il testo della seguente intervista, testo accompagnato della richiesta di diffonderlo. Aderisco a tale richiesta, pur condividendo solo parzialmente i contenuti del’lintervista. (valerio bertello)

Intervista a Ernesto Screpanti sull’imperialismo contemporaneo
di Michele Castaldo
La grande crisi del 2007-13 ha fatto esplodere le contraddizioni tra stato e capitale. Nello stesso tempo sta accelerando il processo di affermazione dell’imperialismo globale. Si configura come una crisi di transizione fra il sistema tardo-novecentesco delle relazioni e dei pagamenti internazionali e un nuovo sistema basato sul multilateralismo, su un Super-Sovereign Currency Standard e su una forma del tutto inedita del potere mondiale del capitale. Ho rivolto delle domande a Ernesto Screpanti per chiarire alcune questioni cruciali e per portare alla luce il senso in cui la sua analisi, che si presenta come altamente innovativa pur entro la tradizione marxista, ci permette di capire l’attuale fase dell’accumulazione capitalistica.
D) La differenza tra le tue tesi e quelle di Lenin sono legate a una nuova fase dell’accumulazione del capitale o si tratta di una diversa impostazione teorica nell’affrontare la questione?
R) Dai tempi di Lenin è cambiata non solo la fase dell’accumulazione, ma anche la forma del capitalismo. L’analisi di Lenin era adeguata per il capitalismo trustificato dell’era degli imperi coloniali. Il capitale di ogni nazione cresceva coi profitti monopolistici entro un mercato parzialmente protetto, e spingeva lo stato a espandere il mercato nazionale con l’impero. Oggi il grande capitale ha travalicato i confini degli imperi e si accumula su scala mondiale senza riguardo agli interessi nazionali di questo o quel paese, neanche quelli in cui risiedono le case madri delle imprese multinazionali. Degli imperi nazionali costituirebbero delle limitazioni geografiche all’espansione commerciale e all’accumulazione. Per questo il grande capitale di oggi è libero-scambista. La sua ideologia è quella della globalizzazione come processo di abbattimento delle barriere protezionistiche, mentre quella del capitale dei tempi di Lenin era il nazionalismo protezionistico.
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IL PROCESSO ETERNIT E LA NOCIVITA’ SUL LAVORO

La questione della nocività sul lavoro è un punto sensibile della logica del capitalismo in quanto mette a nudo il rapporto di sfruttamento e i suoi meccanismi. Il problema può essere considerato, come tanti altri concernenti i rapporti sociali capitalistici, da diversi punti di vista, ma i principali sono tre. Quello capitalista puro, cioè il punto di vista liberista; quello riformistico, cioè del capitalismo progressista, o se si vuole, in posizione difensiva; infine quello della critica radicale, cioè dal punto di vista del comunismo, che svela la realtà sociale.
L’ideologia liberista, come di consueto, fa un uso strumentale della libertà, in cui sostiene che ognuno deve essere libero di scegliere, e che se questa libertà è garantita tutto diviene lecito. Naturalmente tale principio dipende da che cosa si intende per libertà e il liberismo formula tale concetto nei termini della libertà del capitalista, cioè essenzialmente come libertà economica...
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LA CRISI ECONOMICA: REALTA’ E FINZIONE
intervista di Paul Mattick

L’ultimo libro di Paul Mattick “Business as Usual: The Economic Crisis and the Future of Capitalism” (Affari come al solito: la crisi economica e il futuro del capitalismo), è stato pubblicato dalla Reaktion Books. L’autore si è incontrato con John Clegg e Aaron Benanav del periodico “Endnotes”.

RAIL: Notizie recenti lasciano intendere che l’economia è nuovamente in crescita. Il tasso di disoccupazione si sta stabilizzando e perfino riducendo e l’indice Dow Jones tende verso l’alto. Allora la crisi è stata davvero così grave ? Cosa ti fa pensare che non siamo ancora in vista della sua fine ?

PAUL MATTICK: Solo alcune osservazioni. La prima concerne le attuali difficoltà che il mondo nella sua totalità incontra riguardo la finanza pubblica e la disoccupazione. E’ un errore concentrare l’attenzione solo sugli Stati Uniti. Il problema è globale. In Europa si sono verificate una serie di crisi fiscali: in Portogallo e in una certa misura in Spagna. Il tentativo di padroneggiare la crisi ha prodotto in Gran Bretagna e in Grecia un peggioramento delle cause della depressione.
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DETERMINISMO E VOLONTARISMO
di Valerio Bertello - giu 2011

L’articolo di Cornelius Castoriadis “La sorgente ungherese” (riportato in questo sito) non solo ci restituisce un teorico di grande valore ma riecheggia lo spirito di tutta un’epoca, quella delle lotte degli anni 70, già iniziata con il rapporto Kruscev e la fine dello stalinismo. Un'epoca che ebbe al suo centro la critica del leninismo e, in generale, del capitalismo burocratico nelle sue due forme, orientale e occidentale, di quello stesso sistema economico cioè che costituiva la base materiale di tale ideologia. Quella critica divenne la base teorica delle lotte degli anni 70 che rappresentarono allo stesso titolo sia un rinnovamento della teoria che una radicalizzazione dello scontro con il capitale, giunto al punto più alto nel Maggio francese. Nell’articolo sono delineati quelli che furono i tratti fondamentali di quella critica. Da una parte liquidazione della rivoluzione d’ottobre e delle sue propaggini in quanto mistificazione del comunismo; dall’altra rivalutazione e rivendicazione dello spontaneismo in forma adeguata all’azione storica del proletariato e delle masse in generale, in opposizione all’usurpazione di quello stesso ruolo operata dal partito leninista.
Queste due posizioni costituiscono ora due punti acquisiti dello sviluppo della teoria e non vi può essere in merito un ritorno al passato. Ma vi è dell'altro nell’articolo che costituisce un problema irrisolto...
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FABBRICA E MERCATO: DISPOTISMO ED ANARCHIA
di Valerio Bertello

Marx nel 1847 aveva notato ne "La miseria della filosofia" come in generale la divisione del lavoro nella società, cioè quella per professioni e mestieri, e la divisione del lavoro nell'officina, cioè quella manifatturiera, si sviluppassero parallelamente. Infatti scrive: "Si può ? stabilire, come principio generale, che, quanto meno l'autorità presiede alla divisione del lavoro nell'interno della società, tanto più la divisione del lavoro si sviluppa nell'interno della fabbrica, e vi è sottoposta all'autorità di uno solo. Così l'autorità nella fabbrica e quella nella società, in rapporto alla divisione del lavoro sono in ragione inversa l'una dell'altra." (op. cit., Editori Riuniti, 1974, p. 115).
La questione viene ripresa nel 1867, con la pubblicazione del primo volume de "Il capitale", dove il principio viene ripreso ed ulteriormente chiarito: "L'anarchia della divisione sociale del lavoro ed il dispotismo della divisione del lavoro a tipo manifatturiero sono portato l'uno dell'altro nella società del modo capitalistico di produzione ? " (op. cit., Editori Riuniti, 1964, p. 400 e sgg.).
Ciò accade perché la divisione sociale del lavoro è condizione di quella manifatturiera e viceversa. Infatti: "? la divisione del lavoro di tipo manifatturiero richiede una divisione del lavoro all'interno della società che sia già giunta ad un certo grado di maturazione. Viceversa, la divisione del lavoro di tipo manifatturiero sviluppa e moltiplica, per reazione la divisione sociale del lavoro." (op. cit., p. 396).
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inserimento giugno 2011


IMMIGRAZIONE: LA PROLETARIZZAZIONE IMPOSSIBILE

1. LE FORZE IN GIOCO
mag.2009
di Valerio Bertello

Sebbene l'emigrazione sia un fenomeno che si estende a tutto il pianeta coinvolgendo gruppi etnici e culturali di ogni genere: africani, orientali, latinoamericani, magrebini, arabi, indiani, slavi, ciascuno dei quali renderebbe necessario un discorso a parte, occorre tuttavia preliminarmente considerare il problema da un punto di vista unitario. Definire cioè un denominatore comune sotto il quale considerare tutta questa varietà di razze e culture. A questo proposito si è soliti considerare questi individui per la loro condizione umana attuale, che li presenta come sradicati privi di risorse, riferendosi a loro come "disperati". Quando invece un tale generico umanitarismo, pur moralmente necessario, impedisce la reale comprensione del fenomeno...

segue prologo seconda parte dello stesso testo
2. LA DINAMICA DI CLASSE

Il proletariato si è trovato in ogni epoca a fronteggiare il problema dell'emigrazione, che è stato sempre risolto con l'integrazione. Infatti ciò che determina l'emigrazione è una costante della lotta di classe: la concorrenza universale in cui il capitale pone chiunque, capitalisti e salariati e l'emigrazione è nient'altro che la concorrenza tra proletari a livello internazionale. La novità è che il proletariato deve ora affrontare il problema non più solo su scala nazionale o continentale, ma su scala planetaria, cioè intercontinentale, e ad un livello quantitativo mai prima osservato...
>>leggi tutto


gaza 2009
di paola zorzi
anche se potrà sembrare superfluo scrivere su quanto sta accadendo nella striscia di gaza perché le notizie, attraverso i telegiornali, hanno ormai fatto il giro del mondo, alla luce di ciò che sta avvenendo non è neppure possibile tacere.
in questo caso non è possibile mascherare la violenza spacciandola per arretratezza, conflitti tribali o cose del genere, così come è avvenuto in molti altri casi. quel che sta avvenendo accade infatti in un contesto che abbiamo sempre considerato appartenere al mondo moderno (occidentale o mediorientale che fosse).
>>continua


NOTE SUL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO
di Valerio Bertello

Della interminabile vicenda del conflitto arabo-israeliano ciò che subito balza agli occhi è che esso rappresenta un caso emblematico della potenza manipolatoria del sistema mediatico della nostra epoca, della sua apparentemente illimitata capacità di stravolgere la realtà concreta in illusione ideologica. Infatti ciò che colpisce nella questione palestinese è l'unanimità del sostegno che gli schieramenti politici di tutto il mondo concedono ad Israele e al contrario il coro di contumelie che investe le organizzazioni palestinesi e islamiste che si oppongono ad Israele, e di riflesso tutto il mondo mussulmano. Ciò suscita stupore soprattutto di fronte ad una reale distribuzione del torto e della ragione palesemente opposta a quella presentata dai massmedia. Cioè di fronte ad un quadro che vede un popolo invadere ed appropriarsi del territorio in cui da lungo tempo è stabilmente insediato un altro popolo e che storicamente gli appartiene.
>>continua


madi a biella
...considerazioni sul materialismo dialettico
di paola zorzi
madi nel 1946 viene dedotto ludicamente dal nome di uno dei suoi fondatori e teorici: carmelo arden quin che lancia il movimento madi con la lettura del suo primo manifesto al collège français d'etudes superiéures di buenos aires dove avrà luogo un'esposizione all'insegna dell'unità e multidisciplinarità dell'arte con dipinti, sculture, progetti di architettura, composizioni poetiche e dodecafoniche.
con i fondatori e organizzatori del movimento carmelo arden quin, gyula kosice, rod rothfuss ci sono martin blaszko, esteban eitler, salvador presta, ingnacio blazsko. (1)
questa denominazione però rimanda anche a materialismo dialettico.
...
sovente accade, in periodi come quello che hanno contraddistinto la nascita di questo movimento, che, accanto all'entusiasmo e alle grandi aspettative nel futuro, la storia si sia imposta in tutte le sue contraddizioni. non a caso, nel 1936, troviamo carmelo arden quin militare contro il fascismo spagnolo e membro della brigata internazionale formatasi a montevideo per continuare poi la sua azione antinazista con articoli, recensioni critiche e conferenze radiofoniche.
un periodo vissuto nel clima di grande entusiasmo suscitato dal trovarsi (dal 1938 al 48) a buenos aires, centro e snodo cruciale per tutta l'america latina, popolata da giovani artisti e scrittori che vivevano un momento unico ed eccezionale...
>>continua
testo pubblicato anche su: www.ilgiornale.ch
sezione arte (quindi archivio gen.2009)


segue a "madi a biella"
ARTE E MATERIALISMO DIALETTICO
di Valerio Bertello
Prima di entrare nel vivo dell'argomento è necessaria una premessa. Nell'ambito del marxismo il materialismo dialettico costituisce l'esito del tentativo di Engels di applicare la dialettica hegeliana a tutto l'esistente considerato materialisticamente.(Cfr. Engels, Dialettica della natura, e anche Antiduhring). Intento che viene realizzato a partire dal pensiero idealista nella sua espressione più sviluppata, la filosofia hegeliana, operando un capovolgimento nel rapporto tra pensiero e materia, in cui quest'ultima viene posta come fondamento del primo. Tale inversione era già stata compiuta da Marx nel campo della storia, dando origine al materialismo storico, ponendo l'economia e la produzione materiale, la cosiddetta struttura, come l'elemento che determina le istituzioni sociali e la produzione intellettuale, cioè la sovrastruttura. Il progetto di Marx è quello di creare una teoria della storia su basi empiriche e materialistiche, criticando così lo storicismo di Hegel e di tutta la filosofia idealistica tedesca. A tal fine pone a confronto lo storicismo tedesco con le maggiori realizzazioni teorico-pratiche della nuova società borghese che si stava allora affermando. Cioè l'economia politica inglese, la nuova scienza borghese, e la rivoluzione francese, cioè il nuovo stato borghese.
>>continua
testo pubblicato anche su: www.ilgiornale.ch
sezione cultura



alla scuola diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 qualcuno ha pensato che tutto fosse permesso...


da: a.costruttiv@virgilio.it e.mail del 14 nov 2008
di paola zorzi

ancora una volta a pagare sono solo i subalterni, coloro che ricoprono gli ultimi gradini della scala gerarchica. un tempo era un classico scaricare tutte le colpe su segretarie, rappresentanti, donne, impiegati e operai fannulloni o incompetenti, su studenti, popolazione e sui verdi "che bloccano il progresso".
un classico appunto.
nulla di più facile che investire di tutti mali chi si trova in una posizione subalterna.
non che questo giustifichi chi non ha potere dal prendere le distanze da comportamenti illeciti ma per evidenziare la prassi fin troppo nota di chi il potere lo esercita veramente e in modo irresponsabile. sempre che il potere abbia ancora un senso.
di questi giorni è la "lotta" dei politici ai cosiddetti fannulloni dell'impiego pubblico ritenuti doppiamente tali quando si permettono di scendere in piazza e contestare quello stesso sistema che produce i privilegi e le inefficienze tanto lamentate.
eppure molti di noi hanno potuto constatare quanto sia proprio un pensiero fondamentalmente gerarchico e di destra (nonché trasversale) a sollecitare un concreto disprezzo per la cosa pubblica e il lavoro, un atteggiamento a malapena mascherato dal fumo ideologico della retorica. mentre è proprio l'individualismo, l'arrivismo, quando non il servilismo, che facendo leva su di una sfera simbolica non sorretta da alcun ideale o progetto, consciamente o meno, non sortiscono mai buoni risultati.
così gli stessi poliziotti soggetti ad "addestramenti" severissimi, che normalmente si trovano a dover giustificare anche un solo centimetro supplementare di barba e capelli, che hanno l'obbligo di presentarsi in pubblico di tutto punto, di tenere comportamenti corretti, di non bere alcolici durante l'orario di lavoro e quant'altro, ad un tratto hanno pensato che alla scuola diaz di genova nella notte tra il 21 e 22 luglio del 2001 tutto fosse permesso.
hanno pensato di potersi comportare come degli energumeni, dei criminali, dei fascisti senza alcuna preoccupazione prima di tutto per le persone e poi per le future conseguenze del loro comportamento.
... vien da chiedersi se non fosse poi così superficiale coltivare il sospetto, che molti di noi avevano , verso tutti quei luoghi dove è preteso un eccessivo formalismo, dove vige l'illibertà nelle scelte legate ad "effetti" che dovrebbero rimanere " personali", quasi si trattasse della cartina tornasole o dell'inversamente proporzionale di uno stato di ordine solo apparente.
oggi, attraverso questa sentenza qualcuno pretenderebbe di farci credere che i vertici non solo della polizia ma anche della politica (quindi dello stato) nulla sapevano di ciò che sarebbe accaduto o stava accadendo alla diaz e che quindi agli agenti non sarebbe stato ordinato nessun pestaggio né garantita alcuna l'impunità a priori.
oggi possiamo constatare come la colpa sia ricaduta su quello che è stato descritto alla stregua di un gruppo di poliziotti esaltati mentre per le alte sfere è stato possibile preservare perfino l'anima e uscire moralmente indenni dalle accuse sollevate sulle violenze avvenute alla diaz.
ma anche parlare di colpa a questo punto sembra essere troppo. si tratta evidentemente di una colpa e relative pene di molto ridimensionate (1).
nel frattempo la sentenza di ieri ha già sortito i suoi effetti negativi perché nonostante immagini e testimonianze di evidenza incontestabile e che da tempo hanno fatto il giro del mondo molti già tendono a minimizzare la gravità di quanto accaduto.
se a questo aggiungiamo le alterne minacce e smentite lanciate da silvio berlusconi e relative a interventi di repressione poliziesca per esempio nelle università occupate, il tutto assume contorni ancora più inquietanti.

1)- si tratta naturalmente di un'amara constatazione


da: valeriobertello@virgilio.it e.mail del 21 nov 2008

RISPOSTA ALL'INTERVENTO SULLA SCUOLA DIAZ
di Valerio Bertello

"ancora una volta a pagare sono i subalterni, ?", "nulla di più facile che investire di tutti i mali chi si trova in posizione subalterna.", "sempre che il potere abbia ancora un senso.".

Che siano i subalterni a pagare, quando questi sono gli esecutori di un intervento repressivo, è consequenziale alla loro funzione, che è quella di semplici repressori e capri espiatori ad un tempo, funzione che essi assumono in cambio di una promozione sociale, che li colloca in una posizione intermedia fra dominati e dominatori. In questo caso un gradino appena più in su dei primi e ben al di sotto dei secondi, che rispetto a loro non nutrono che un malcelato disprezzo, come accade per tutti coloro che si assumono il compito di fare il "lavoro sporco" in cambio di qualche briciola di potere. Naturalmente tale ruolo è mistificato dall'ideologia, quella di essere esponenti di uno stato che si colloca ?super partes', come garante dell'interesse collettivo, in questo caso per l'ordine e la pacifica convivenza dei cittadini (astratti). Al contrario Pasolini vedeva nei poliziotti il proletariato contadino, e li giustificava quando si scagliavano con odio di classe contro gli studenti. Ciò contiene qualche verità, come è anche vero che nessun movimento di massa è mai riuscito vittorioso se non ha potuto attirare dalla propria parte gli apparati militari dello stato borghese. Quindi occorre tenere conto che si tratta di un espediente classico del potere per porre i proletari gli uni contro gli altri. Ma occorre non compiere l'errore di Pasolini, di essere dalla parte della polizia solo perché sono subalterni e proletari. Dall'altra parte sono subalterni anche le vittime della repressione, e con qualche ragione in più dalla loro parte.

"? quanto sia proprio un pensiero ? gerarchico ? a sollecitare un concreto disprezzo per la cosa pubblica ?"

Tale disprezzo è diffuso, non è solo di destra, ma lo è molto di più a sinistra, in quanto è ambivalente. Appare giustificato in quanto lo stato è da un lato strumento di dominio in mano ai "poteri forti", cioè essenzialmente industriali, banchieri e immobiliaristi, cioè nelle mani della grande borghesia (quella piccola ha nello schieramento sociale lo stesso ruolo che lo stato ha in quello politico, quello di strumento nelle mani della grande borghesia). Mentre dall'altro vi è nel proletariato l'idea dello stato come realizzazione concreta della comunità reale, quella che ha il suo fondamento nel lavoro sociale, da cui si aspetta la tutela di una serie di diritti e la garanzia di certi servizi irrinunciabili, quale riconoscimento del contributo che ognuno svolge nella produzione come fatto sociale, che non si esaurisce nel solo lavoro direttamente produttivo. Del resto ciò è riconosciuto anche dalla costituzione, sebbene solo nell'accezione borghese del concetto di lavoro, cioè del lavoro inteso come individuale.

"?poliziotti addetti ad ?addestramenti' severissimi?", "?hanno pensato di potersi comportare come energumeni?", "? la colpa sia ricaduta su quello che è stato descritto alla stregua di un gruppo di poliziotti esaltati".

Svolgere un ruolo come quello del poliziotto, che implica l'uso consapevole e controllato della violenza, richiede delle motivazioni adeguate. Questa logica interna rende necessario sottoporre gli agenti ad una disciplina militare alimentata da ideologie corrispondenti, che prevalentemente non sono neppure liberali ma reazionarie, cioè fasciste. Ciò contraddice il fatto che la forza pubblica in una società liberale debba essere uno strumento impersonale, passivo e nient'altro, quindi sempre perfettamente sotto controllo, tale cioè da produrre quel livello di repressione necessario in una data situazione, che va dal semplice arresto del taccheggiatore fino fino alla guerra civile. E comunque sempre a disposizione dei vertici politici. Fini era a Genova nei giorni del G8, non a caso.


BREVE COMMENTO ALLA RISPOSTA - 21 nov 2008
di paola zorzi

ho letto la risposta molto conseguente. ti ringrazio molto perché l'intento di quel che avevo scritto era proprio quello di mettere in luce la contraddizione, il senso addirittura di masochismo implicito alla sottomissione ad un sistema che si rivela tanto più contraddittorio quanto più è contrario agli interessi generali.
è un po' come per la questione della parità tra i sessi. per quanto tempo le donne stesse sono state inconsapevole strumento di un potere che le risarciva della loro compromissione con specchietti per le allodole?
per quanto tempo, volenti o nolenti, hanno finito per essere le prime a dover trasmettere l'educazione pretesa dal potere (1) contraria alla loro stessa emancipazione e ai loro interessi?
è un meccanismo contraddittorio che si autoalimenta in una dinamica giocata tra emulazione, condizionamento culturale, competizione e vere e proprie negazioni, divieti, ostruzioni. (una condizione che le ultime generazioni hanno denunciato e dalla quale hanno tentato per la prima volta di uscire).
all'interno di questa dinamica, soffocati tutti i moti di rivolta con l'emarginazione e la violenza se necessario, tutto viene traslato su di un altro piano e la contestazione soffocata si trasforma in ignoranza coltivata dall'alto, in sofferenza, patologia e tutto c ciò che ne consegue.
detto questo, capire non significa condividere e se l'analisi di pasolini a cui fai riferimento poteva avere un fondamento è anche vero che questo non può essere un criterio di analisi della "realtà sufficiente" a giustificare o mitizzare determinate realtà sociali. certo risulta forse più complicato applicare giudizi morali insindacabili ... tranne quando i fatti si trasformano in tragedia e soprattutto se ci si trova dalla parte del torto.
inoltre, come hai giustamente sottolineato, non è irrilevante che a genova una tale repressione sia stata scatenata da un governo di destra.



DISINFORMAZIONE E IPOCRISIA


I persuasori occulti sono stati presi in contropiede.
La manifestazione di sabato scorso a Roma sulla questione della Palestina, oltre a chiedere una soluzione equa e realistica del problema palestinese, - cioè una soluzione di tipo sudafricano: due popoli, uno stato, - con due atti semplici ed incisivi ha messo a nudo l'ipocrisia con cui viene presentata la politica mediorientale dai padroni dell'informazione, che sono caduti nella trappola che è stata loro tesa.

Al grido "DIECI, CENTO, MILLE NASSIRIYA", ignorandone il vero significato, hanno risposto che era un insulto ai caduti per la patria. Tralasciando il fatto che si tratta di militari di professione, lautamente pagati (sui 10.000 euro al mese), e che quindi non sono laggiù certamente per patriottismo, costoro dimenticano che si tratta di truppe inviate ad occupare un paese che non è nemmeno in guerra con l'Italia, e che pertanto gli irakeni, in quanto popolo di un paese aggredito, hanno pieno diritto di combattere l'invasore. Ciò è tanto ovvio che è stato riconosciuto anche dalla stessa magistratura italiana indagando sulle attività di gruppi della resistenza irakena che reclutavano volontari in Italia, dichiarando che non possono essere definiti terroristi.

Quanto ai fantocci dati alle fiamme, la reazione ha sfiorato l'assurdo: ci si indigna di fronte ad un rogo simbolico mentre si concede appoggio incondizionato a coloro che lanciano bombe incendiarie su popolazioni civili, come le famigerate bombe al fosforo utilizzate in Irak nella battaglia di Fallujia, dove le vittime, loro sì ridotte a tragici pupazzi scarnificati, sono tranquillamente classificate con il termine asettico di danni collaterali. Senza dimenticare i proiettili all'uranio esaurito, i quali diffondono scorie radioattive che deteriorano l'organismo senza che le persone possano rendersene conto.

Naturalmente c'è già chi mette in atto contromisure repressive. La magistratura ha aperto un fascicolo a carico di ignoti, e si parla di manifestati giunti dal nordest, ciò che ha indotto molti centri sociali a prendere le distanze, mentre Diliberto invoca "il ritorno ad un bel servizio d'ordine". Se queste reazioni non sorprendono, ciò che lascia allibiti è che tutti costoro dimenticano che in tali atti si è semplicemente espressa una opinione, diritto che diviene nel mondo del terzo millennio sempre più difficile esercitare, quando così si toccano i fondamenti del "pensiero unico" dominante. In tali occasioni si è immediatamente investiti quanto meno da insulti ("imbecilli!" è il giudizio sommario di Diliberto e di tutti i partiti), ma sempre più spesso da denunce, fino ad arrivare talvolta ad aggressioni fisiche.
Ciò dovrebbe preoccupare almeno coloro che pensano che viviamo in una democrazia, ed indurli a riflettere su quale democrazia sia questa e a mobilitarsi perché gli spazi di libera espressione vengano difesi.



L'ITALIA E' UNA PORTAEREI U.S.A.?

L'Italia è presente in due teatri di guerra: il Libano e l'Afganistan, mentre da un terzo si è appena ritirata. Ma tale ritiro è solo apparente in quanto le basi USA/NATO presenti in Italia continuano a prestare supporto logistico alle truppe USA impegnate in Irak.
Le basi americane nel mondo sono circa 700, delle quali circa 20 sono dislocate in Italia. Ci hanno fatto credere che la fine della guerra fredda avrebbe portato allo smantellamento di tale apparato militare o alla sua riconversione ad usi civili. Invece si è verificato l'opposto, il rafforzamento dell'apparato militare USA, il cui effetto immediato è stato il potenziamento e l'ampliamento delle sue basi militari, processo che ha subito una accelerazione con l'affermarsi della nuova "Dottrina Bush", cioè della "guerra preventiva e globale".
In Italia, infatti, a fronte di un solo incerto progetto di dismissione, quello della base per sommergibili nucleari de La Maddalena, abbiamo tre clamorosi casi di ampliamento.
Ad Aviano il progetto "Aviano 2000", avviato nel 1996, ha portato al raddoppio dell'area utilizzata dall'aviazione americana ed al suo potenxziamento in uomini e mezzi. A Sigonella dal 2003 sono state potenziate le infrastrutture, ampliate le piste di volo, creati alloggi per nuovi reparti. A Vicenza è prevista la duplicazione della base di Camp Ederle, con linglobamento dell'aereoporto civile Dal Molin, che diverra la base logistica più importante dell'esercito USA.

Tutto ciò avviene con il consenso "perinde ac cadaver" dei governi italiani, sia di destra che di sinistra, in un rapporto di totale subalternità con gli USA, in cui è scomparsa da parte italiana ogni nozione di sovranità. Alcuni pretendono che tale atteggiamento sia null'altro che un leale comportamento verso l'alleato, con cui vi è un rapporto di parità. Ma se la massiccia e crescente presenza militare degli USA non fosse sufficiente a dimostrarne la falsità, tale discorso viene smentito dall'impunità di cui hanno beneficiato gli assassini nei noti episodi di Ustica e del Cermis, nel caso Calipari e dalla totale libertà d'azione, e financo collaborazione, concessa agli agenti americani nel rapimento di Abu Omar. A ciò si aggiunga la presenza nelle basi di testate nucleari, in spregio ai trattati di non proliferazione nucleare firmati dall'Italia.
Al tempo della guerra fredda la presenza di tali basi poteva avere persino una parvenza di giustificazione nella spaccatura del mondo in due opposti schieramenti imperialistici, tra i quali era giocoforza giostrare. Scomparso il bipolarismo le basi rappresentano solo lo strumento per l'affermazione dell'egemonia USA nel mondo, cioè di un sistema semifascista responsabile della violazione del diritto e dei trattati internazionali, che calpesta i diritti umani con le carceri speciali, le detenzioni illegali, la tortura. Ma non solo, poiché si tratta di un paese la cui potenza militare lo pone in condizione di sfruttare il mondo per mezzo delle sue multinazionali.

La presenza delle basi USA/NATO pone l'Italia nella condizione di una colonia, non diversa da quella di un paese militarmente occupato, al pari dell'Irak. Siamo cioè un paese a sovranità limitata. E' necessario rendercene conto, come primo passo essenziale per liberarci da tale stato di subalternità.



OPERAISMO E TERZOMONDISMO
RIFLESSIONI SUL MAGGIO FRANCESE

RIFIUTO DEL TERZOMONDISMO

Negli anni 70 la guerra del VietNam, la rivoluzione cubana (guevarismo) e quella cinese (maoismo e la Lunga Marcia) e la stasi delle lotte nel nord del mondo sviluppato derivante dalla guerra fredda e dal bipolarismo, che non potevano permettere cambiamenti di schieramento in Europa, avevano dato origine nella sinistra a un forte movimento di appoggio a tali lotte, il terzomondismo. Negli Stati Uniti esso tentava di collegarsi con le lotte di emancipazione dei neri e con l'opposizione alla guerra in VietNam, mentre in Europa diede luogo, soprattutto nei gruppi neoleninisti, ad una teoria della lotta armata che patrocinava la trasposizione immediata del modello della guerriglia dalle zone tropicali e sottosviluppate alle aree sviluppate del capitalismo avanzato (la giungla metropolitana ). Così si scindeva la forma della lotta (azioni di piccole formazioni mimettizzate in un ambiente selvaggio, e appoggiate dalla popolazione), dalle condizioni sociali e dagli obbiettivi. Essi erano quelli di paesi coloniali e semifeudali, ancora in una fase di transizione da una economia agricola a una industriale, dove problema principale era l'indipendenza politica e/o economica nazionale e la riforma agraria, connessi alla formazione di una capitale e una borghesia nazionali.
Al terzomondismo si opponevano le correnti operaiste, ciò che significava il rifiuto della lotta armata e d'elite in favore della lotta illegale e di massa nelle fabbriche.

IL RIFERIMENTO ALL'ESPERIENZA DEI CONSIGLI OPERAI

Le correnti operaiste si rifecevano all'esperienza dei consigli operai, cioè ai soviet della Russia rivoluzionaria nella forma precedente alla loro bolscevizzazione, agli arbeiter rat nella rivoluzione tedesca, ai consigli di fabbrica a Torino, alle comuni spagnole nel corso della guerra civile, fino alla loro ultima manifestazione nella rivolta ungherese. Tali lotte presentano caratteristiche costanti: l'occupazione e presa di possesso del luogo di lavoro, atto che nega il principio della proprietà borghese ed espelle il capitale dal controllo del processo di produzione; il passaggio immediato alla gestione autonoma e collettiva della produzione; infine il collegamento con situazioni analoghe ed estensione della loro sfera di attività alla società nella sua totalità, allo scopo di non lasciare nulla al di fuori del controllo dei lavoratori (autogestione generalizzata della produzione e del consumo).
In seguito a tale presa del potere sulla vita sociale si verifica che:

- il potere del capitale e dello stato si disintegra (esperienza del maggio in Francia, dove per un mese si è avuta una totale sospensione del lavoro e una parziale occupazione e simultanea eclisse del potere statale).

- il partito di quadri come condizione necessaria all'avviamento di un processo rivoluzionario appare una condizione non necessaria, anzi il partito è un ostacolo (nel maggio partiti e sindacati della sinistra istituzionale, nonché il PCUS, si sono schierati tra gli oppositori più intransigenti del movimento).

SUPERAMENTO DELL'OPERAISMO

In un modo di produzione sempre più fondato sulla conoscenza e sui servizi, dove il lavoro diretto diviene marginale e il macchinismo come automazione preponderante, il capitale si rivela sempre più inadeguato, ma così anche le vecchie forme di organizzazione del movimento dei lavoratori. Quindi non solo il partito d'èlite, ma anche il consiliarismo storico che non può più definirsi operaio. Quindi si può constatare che:

- è il capitale stesso a mutare il contenuto del lavoro che da manuale, ripetitivo e alienante in sé diviene sempre più intellettuale, qualificato e a misura d'uomo. E al tempo stesso ostacola questa trasformazione, che mette in crisi il suo controllo sul lavoro stesso

- il vero contenuto dell consiliarismo è l'autogestione, cioè il superamento della divisione tra lavoro, a cominciare dalla cesura principale, quella tra lavoro di direzione e di esecuzione.

- i contenuti delle lotte non sono più l'affermazione del lavoro come base per una società comunista, ma la critica e il superamento del lavoro in favore della libera attività creativa e la riduzione al minimo del lavoro necessario (negli anni 70 questo era il contenuto delle lotte degli studenti e dei tecnici, per questo più significative di quelle operaie, che volevano affermare un lavoro ormai dequalificato).

LA VIOLENZA

Poiché una società complessa non può essere gestita come uno stato di polizia, nelle lotte dei paesi sviluppati la violenza ha carattere sempre più simbolico, mentre queste assumono l'aspetto dell'illegalità (nel maggio non si andò oltre agli scontri di strada, mentre de Gaulle non osò mobilitare l'esercito temendo della sua tenuta politica, e si rivolse alle truppe d'occupazione in Germania, più fidate. Il movimento non fu sconfitto dalla repressione, ma dal tradimento del PCF e dei sindacati, CGT in testa, che impedirono ogni contatto con i lavoratori che occupavano le fabbriche e gli studenti) e dalle elezioni. Se ciò non accade, in quanto lo sviluppo non ha ancora posto le condizioni, lo scontro di classe implica la violenza e di qui nasce l'esigenza del partito gerarchico perchè militarizzato.

Torino 27 marzo 2007


LOTTARMATISMO E CONTROCULTURA
Riflessioni sulla presentazione del libro "Gli Autonomi", CSOA Askatasuna
Torino 11 maggio 2007

Un'altra operazione di recupero della memoria, sempre meritoria in se stessa, ma per essere realmente utile dovrebbe essere compiuta, con i tempi che corrono e in mancanza di meglio, da storici realmente tali. Altrimenti, se effettuata dagli stessi protagonisti, il pericolo è il recupero apologetico di un passato che evocato in questi termini induce piuttosto, dati i risultati prodotti, qui sotto gli occhi di tutti, a passarlo sotto silenzio. La parte più interessante sono le testimonianze, che permettono di gettare uno sguardo su quello che era il clima in cui vivevano i protagonisti.
Al riguardo ciò che più salta agli occhi è la contraddizione tra l'ambiente in cui operava l'autonomia, cioè i luoghi di incontro, i modi in cui era impiegato il tempo, il modo di rapportarsi, e l'attività politica, che si caratterizzava per l'adesione alla lotta armata. Qui diviene evidente la contraddizione fra il vissuto, che investe la critica del quotidiano e la ricerca di nuovi modi di realizzarlo, e la sfera della politica. Il primo indica un volontà creativa ed originale, mentre dalla seconda emerge invece un ritorno a vecchi schemi della lotta politica. Per comprendere dove sta la contraddizione occorre richiamare l'attenzione su di un elemento del panorama dell'epoca che è stato completamente rimosso, cioè che nello stesso periodo esisteva un altro movimento che al contrario di quello politico era tutto rivolto alla critica della vita quotidiana, il movimento controculturale.
L'origine dei due movimenti sta nella fase anteriore iniziata nel 68 con il movimento studentesco, detta della contestazione globale, culminata con l'unificazione tra studenti ed operai, cioè tra movimenti giovanili e movimento operaio, fase che rappresenta anche l'unificazione tra la nuova critica del consumo e della riproduzione e la tradizionale critica della produzione, che ebbe il momento più significativo nel maggio francese. Successivamente, all'inizio degli anni 70, dopo la sconfitta, il movimento si frantuma in movimenti particolari, perdendo di vista la totalità. Il primo passo è la scissione della originaria critica unitaria nelle due critiche separate della produzione e del consumo, che intraprendono una loro realizzazione separata, tentativi che si esprimono da una parte come movimento controculturale e dall'altra come movimento politico. Il primo si fece portatore di una critica della vita quotidiana e si mosse verso la realizzazione di una nuova cultura e nuovi stili di vita ad essa corrispondenti, l'altro, in quanto erede dell'operaismo, si orientò verso una critica della politica. Entrambi i movimenti vennero portati avanti dal proletariato giovanile, un proletariato moderno costituito da studenti e giovani operai.
E' interessante rilevare come i due movimenti si ignorassero reciprocamente e considerassero i propri contenuti come gli unici. Ed è caratteristico che, proprio in forza di tali visioni dogmatiche, le loro realizzazioni positive furono proprio quelle che essi non ritennero tali, e che costituivano il contenuto dell'altro movimento. Per la controcultura il principale successo fu la realizzazione di un ambito economico in cui il lavoro era di fatto abolito, cioè venne creata una economia alternativa, in parte illegale (taccheggio, traffico di stupefacenti), parte legale (artigianato, agricoltura, commercio di importazione su piccola scala). Economia che da una parte permise all'ambiente di rendersi indipendente dal ricatto economico del capitale e dall'altra venne sviluppata in una visione antieconomica, volta essenzialmente alla riappropriazione del lavoro come attività creativa e strumento di realizzazione dell'individuo. Meno brillante la realizzazione di campo culturale. Qui il simbolo era la comune come superamento delle relazioni borghesi tra individui, ma fallisce in quanto si concretizza nelle aree urbane solo sporadicamente e come comunità marginale, oppure come fuga verso la campagna. Anche il nomadismo, versione della medesima idea intesa qui come comunità itinerante, e come realizzazione di un internazionalismo della vita quotidiana, fallisce in quanto si concretizza come fuga verso paesi esotici. Ma l'idea di comunità fallì soprattutto nel mancato superamento dei rapporti di coppia e nella produzione di una nuova generazione realmente emancipata, obbiettivi che, entrambi esposti alla morale cattolica introiettata e alla ipocrisia borghese, non vennero solo in parte realizzati. Così i limiti furono evidenti anche in campo culturale, dove l'elaborazione di una nuova cultura venne incentrata su un recupero di un esotismo ed un esoterismo di seconda o terza mano, e con la tendenza alla rivisitazione di esperienze religiose in chiave eclettica. Il sintomo del fallimento della controcultura fu l'uso rituale ed identitario degli stupefacenti, che finì per rinchiudere gli ambienti e gli individui in un mondo immaginario saturo dei cascami ideologici di un multiculturalismo regressivo, in cui la critica dell'esistente veniva cercata in culture anteriori ad esso.
Per quanto riguarda il movimento politico la realizzazione più riuscita, come appare dalle testimonianze, fu la creazione nella vita di ogni giorno di un ambiente esaltante e creativo, nell'occupazione di strade e piazze come luogo permanente di relazioni fra gli individui, nella dilatazione della comunicazione fra gli individui. I limiti sono invece evidenti nell'ambito della critica della politica, che si esprimeva come critica della politica contrattualistica e simbolica. Nei fatti ciò si concretizzava in un rifiuto della rivendicazione (sostituita da cori derisori), della ritualità del corteo (i girotondi e i cortei armati), della comunicazione unilaterale delle assemblee (fine delle mozioni, delle votazioni, degli interventi per una frantumazione in gruppi di comunicazione libera). Qui mancò totalmente un progetto positivo, sostituito totalmente da una esasperazione dell'uso della violenza, considerata di per sé un indice di radicalità, al di fuori di ogni contenuto. Infatti questi non andarono oltre la riproposizione di un terzomondismo in chiave guerrigliera e di un leninismo mai veramente superato. Entrambi vennero consapevolmente sempre lasciati come sfondo immutabile su cui venivano proiettate come elementi accessori, cioè ridimensionati e adattati a tale sfondo, ciò che il movimento aveva originariamente prodotto, primi fra tutti la critica della vita quotidiana e l'autogestione immediata. Maestro in tale operazione è Negri, massimo teorico dell'autonomia. Ma il simbolo del fallimento del movimento politico fu la lotta armata, con tutto il suo strascico di tradimenti, delazioni e dissociazioni che valsero a screditare le lotte di tutta una generazione. Il lottarmatismo non riuscì a diventare la violenza generalizzata e "sociale" di una insurrezione di massa, quindi una violenza stemperata nella realizzazione immediata della trasformazione sociale, e dall'altra nemmeno una violenza esemplare e simbolica, in ciò impedita dal mito del partito armato e dall'ansia di vedersi riconosciuti come interlocutori. Successivamente la dispersione nei movimenti particolari non ebbe più freno, da una parte generando i caratteristici movimenti di massa monotematici, come il femminismo, l'ambientalismo e le correnti di liberazione sessuale, e dall'altra il gruppuscolarismo, il movimento della falsa totalità, di cui l'autonomia fu parte rilevante. Tali critiche ristrette, di cui la controcultura e il lottarmatismo costituiscono l'inizio, sono frammenti della critica radicale, in quanto tali quindi recuperabili, ma che rappresentano anche il modo in cui il capitale viene modificato da tali lotte. Questo costituisce il loro vero risultato ed è ciò che ha portato all'attuale livello di sviluppo delle contraddizioni sociali, cioè il neoliberismo, caratterizzato essenzialmente da un progresso nell'alienazione verso la liberazione.
Tale recupero appare evidente considerando la scissione originaria, nella quale i due movimenti portavano avanti nei fatti gli stessi contenuti, anche se inconsapevolmente, e li realizzarono solo in parte e separatamente. La critica della vita quotidiana venne realizzata concretamente in forma progressiva dal movimento politico creando le premesse di una socialità nuova, che vive dell'aggregazione negli spazi pubblici, di cui i centri sociali sono l'esempio principale, ma anche della proliferazione di gruppi tematici sulla scena politica e dell'associazionismo in generale, così come dell'immenso dilatarsi della frequentazione di locali pubblici e del cosiddetto effimero, cioè del recupero della festa pubblica. Mentre la critica dell'economia venne portata avanti nei fatti dal movimento controculturale, come creatività all'opera, come rivendicazione di una attività produttiva dotata di senso e in cui materializzare i propri talenti, movimento che ha inaugurato lo sviluppo delle nuove professioni soprattutto nel campo dei servizi, e quindi ha portato all'apparizione di una nuova forza lavoro.


LA QUESTIONE DELLO STALINISMO

Tre interventi sullo stalinismo. Sono parte di un dibattito sull'argomento che ha avuto luogo su "Bollettino Internazionalista", del Circolo Internazionalista (v.Baveno 23, e-mail:cinternazionalistato@libero.it), numeri relativi ai mesi luglio-agosto e settembre 2007

LO STALINISMO

Nel trattare un simile problema sorgono questioni di principio e di metodo che coinvolgono pressochè tutta la teoria rivoluzionaria. Qui ci limiteremo ad accennare solo ad alcune di tali questioni, soprattutto quella dei fondamenti del comunismo.
Il primo problema è quello della coerenza tra fini e mezzi. Qui basterebbe ricordare come la dialettica storica non si cura di questioni morali e sembra quasi che si prenda gioco delle aspirazioni umane facendo valere certi risultati in maniera imprevedibile e spesso attraverso vie che appaiono in un primo momento divergenti rispetto agli approdi cui in seguito la storia perviene. Fenomeno che già aveva suscitato l'interesse di Hegel, che faceva riferimento all' "astuzia della ragione", sebbene sia forse più appropriato parlare di "ironia della sorte". Ciò non toglie che esista un problema di coerenza tra fini e mezzi e che vada affrontato e l'esame dello stalinismo si presta meravigliosamente a tale scopo.
Innanzitutto è necessario scindere i mezzi dal fine e riunirli solo dopo un approfondita analisi, altrimenti le questioni di principio si confondono con quelle di fatto impedendo di chiarire le une e le altre. Quindi ci poniamo due domande: quali furono i mezzi impiegati dai bolscevichi per realizzare il comunismo? E quali i risultati? Cioè si trattò di comunismo oppure di altro?
I mezzi, come è noto, furono la guerra civile, le collettivizzazioni forzate, le grandi epurazioni. Si può cercare di minimizzare fin che si vuole la portata di tali scelte strategiche ma di questo essenzialmente si tratta quando si parla della rivoluzione russa. E si tratta di strumenti certamente non coerenti con il fine, ma considerandoli oggettivamente la domanda cruciale è: perché furono necessari? La risposta non può che essere cercata nel materialismo storico e rimanda alla vexata quaestio dello sviluppo capitalistico nelle aree arretrate in un contesto imperialistico. E ciò riporta al problema più generale della teoria delle fasi storiche in quanto successione necessaria, per cui non vi può essere comunismo senza uno sviluppo capitalistico precedente. Quindi la domanda è questa: tali mezzi furono inevitabili perché fu necessario accelerare i tempi storici e questo in un contesto imperialistico, oppure i motivi furono altri? Secondo il materialismo storico l'alternativa valida è la prima. Qualunque fossero gli altri motivi sono di carattere secondario e rimandano al motivo fondamentale, l'arretratezza della Russia ancora feudale, o addirittura con i caratteri del despotismo orientale.
Seconda questione: se il fine è il comunismo, questo fu mai realizzato? E' evidente che se fu realizzato è degeneralo dopo l'89 in capitalismo, ma non è questo ancora il punto. Ciò che interessa è: quale era la natura dei rapporti sociali nell'URSS? Sicuramente non quelli del comunismo, in quanto non vi può essere comunismo se il proletariato non assume immediatamente, totalmente e direttamente non solo la proprietà astratta dei mezzi di produzione ma soprattutto la fattuale direzione della produzione, mediante appositi organismi (assemblee e consigli autogestionari) a partire dalle fabbriche fino agli organi centrali. Seconda condizione: il proletariato deve avere il possesso esclusivo delle armi. E tutto ciò deve essere realizzato nella fase della transizione in quanto questi sono i contenuti essenziali della dittatura del proletariato. Altrimenti non vi può essere realizzazione del comunismo ma al contrario una regressione, come la storia recente ha sufficientemente dimostrato. Che cosa venne invece realizzato dai bolscevichi? Un capitalismo di stato, fondato sulla proprietà collettiva e sulla direzione della produzione riservate ad uno strato privilegiato, la burocrazia, in cui si trasformò il partito bolscevico, diventando prima partito-stato e poi partito-classe. Mentre la dittatura del proletariato si trasformò successivamente in capitalismo di stato e poi in in capitale liberista. I privilegi della burocrazia, come la forbice salariale tra le retribuzioni medie dei burocrati e degli operai di 30 a 1, sono solo la conseguenza dell'assenza di tali condizioni. Ciò che fra l'altro dimostra che l'abolizione della proprietà privata non è una condizione sufficiente per il comunismo, ma solo necessaria. (*)
Riunendo le due risposte, cioè fatti e teoria, risulta che non era possibile agire diversamente da come si è svolto il corso storico, che le condizioni storiche hanno determinto i mezzi e questi i risultati. Lo stalinismo non fu che leninismo conseguente, e la degenerazione successiva coerente con il leninismo. Da ciò consegue che il leninismo fu una teoria della lotta antimperialista nelle aree sottosviluppate e colonizzate, teoria adottata dalla nascente borghesia di tali paesi, e trasformata in ideologia che giustifica la costituzione del capitalismo di stato prima, e il passaggio a quello liberista poi.
Ultimo problema, quello delle scelte pratiche. Sapendo ciò per via teorica e soprattutto constatandolo praticamente nella storia recente, questa lotta per lo sviluppo delle aree arretrate deve essere intrapresa nonostante i suoi limiti oggettivi, cioè storici? La risposta non può essere che soggettiva. Da una parte non si può nascondersi che la situazione attuale è drammatica. Il movimento rivoluzionario è reduce da due sconfitte: nei due momenti più alti della storia recente, cioè l'occupazione delle fabbriche nel maggio francese, e il capitalismo di stato negli stati operai dell'est, né l'uno né l'altro hanno portato ad un avanzamento verso il comunismo, cioè alla costituzione di organi di autogestione. Ma d'altra parte la dialettica storica è di per sé imperscrutabile. Per cui nonostante ciò la lotta può (ma in realtà deve) continuare e continua, almeno dove le condizioni locali sono favorevoli. Tuttavia rimane sempre vero che i criteri per giudicare il successo di un movimento rivoluzionario sono l'autogestione e le armi al proletariato, poichè solo all'interno di tale realtà è possibile ed ha senso la risoluzione degli antagonismi di classe in una prospettiva emancipatoria.

(*) Per i dati sui salari nell'URSS, e in generale su tutta la questione fondamentale è l'articolo di P.Chalieu, I rapporti di produzione in Russia, apparso sulla rivista Socialisme ou Barbarie, n.2, 1949 (pubblicato come opuscolo da Samonà e Savelli, 1971).

RISPOSTA

Sebbene apodittici, credo non siano inutili alcuni chiarimenti sulle questioni affrontate nel secondo intervento di Umberto sullo stalinismo.

1. La coerenza tra fini e mezzi è questione pratica, non morale in senso astratto, per due ragioni: (1) essa è legata alle condizioni storiche che la rendono possibile, e (2) perché, per lo stesso motivo, utilizzati certi mezzi in quanto necessari, non è più possibile abbandonarli in corso d'opera. Cioè i mezzi sono sempre coerenti non al fine ma alle condizioni, e in questo la tesi di Kautsky, intesa in tal senso, è certamente vera.

2. Se un rapporto sociale si possa definire comunista, ciò (materialisticamente) dipende dal controllo della produzione, cioè da chi dispone della proprietà dei mezzi di produzione, questo in termini non meramente giuridici ma pratici. Si tratterà di comunismo se chi dispone del controllo sono i produttori stessi e ciò si realizza: (1) quando tutti i produttori hanno accesso alla prassi di controllo, per cui le condizione minime sono l'elezione di delegati con mandato imperativo, l'avvicendamento periodico nell'espletamento della delega, la revocabilità permanente della delega; (2) quando tutti i produttori dispongono degli strumenti di controllo: cioè dell'informazione, quindi della sua libera circolazione; del potere decisionale, quindi delle armi per difenderlo; del potere di gestione, quindi delle competenze per esercitarlo.

3. Detto questo, è chiaro che in Unione Sovietica tali condizioni non sono state realizzate, per cui si ritorna alla questione del partito leninista e della coerenza tra fini e mezzi, col suo intreccio di aporie, che quindi rappresenta la questione principale. Infatti la degenerazione del leninismo sta proprio nel fatto che le condizioni del controllo, e quindi il controllo stesso, erano nelle mani di una parte sola della società (di cui Stalin e i suoi successori erano l'espressione), che poi ha finito per utilizzarli in proprio e contro l'altra parte. Ciò precisamente perché si sono adottati mezzi non coerenti con i fini, mezzi che poi si sono trasformati in fini essi stessi. Seguendo questa strada, il partito diviene stato e lo stato genera una classe dominante: la burocrazia. Questo certamente costituisce un processo storico inedito per il marxismo, che la teoria è chiamata a spiegare e combattere.

4. Che tale degenerazione del leninismo, prima nello stalinismo poi nel capitalismo, non fosse una specificità della storia russa ma l'espressione ideologica (cioè della falsa coscienza) di un processo storico più ampio e profondo, quello del passaggio al capitalismo dei paesi arretrati, è dimostrato dal fatto che tali paesi nel realizzare tale passaggio hanno seguito le stesse tappe dell'Unione Sovietica: rivoluzione agraria contro le proprie classi feudali e i paesi imperialisti, isolamento e sviluppo forzato in una economia pianificata, nascita del proletariato e di una classe burocratica, passaggio al capitalismo liberista e accesso al mercato mondiale. Questo è solo un esempio di eterogenesi dei fini, non una denigrazione del leninismo, del quale occorre a posteriori riconoscere, insieme ai limiti, anche i meriti nella lotta contro l'imperialismo proprio nei paesi arretrati. Però occorre anche riconoscere che il suo limite è proprio il suo merito, che lo rende controproducente nelle lotte nei paesi sviluppati e utile solo quando ci si trova di fronte ad un regime fascista, cioè ad un capitalismo sottosviluppato.


ANCORA SULLO STALINISMO: LA DITTATURA DEL PROLETARIATO

Umberto nella risposta a D.V. chiarisce ulteriormente le proprie posizioni riguardo la sua apologia dello stalinismo, passando da una difesa basata sui dati di fatto, ad una fondata su assunzioni politiche generali. Qui si passa dalla storia alla teoria politica. Infatti, anche dopo un'opportuna disamina dei dati di fatto e aver posto in evidenza le esagerazioni e falsificazioni della storiografia borghese, rimane il fatto che lo stalinismo non fu comunismo, perciò occorre giustificare tale passaggio con un principio teorico. Quello che si può chiamare "incoerenza tra fine (comunismo) e mezzi (uso della forza)" nella teoria rivoluzionaria classica diviene "dittatura del proletariato", passaggio transitorio determinato da: (1) assenza delle condizioni soggettive (coscienza di classe ancora influenzata dalla egemonia borghese, carenza nel proletariato delle conoscenze necessarie per l'autogestione) e oggettive (produttività del lavoro) per la realizzazione del comunismo. Ciò rende necessario: (2) porre il potere politico come istituzione separata (controllo dell'economia e dell'esercito da parte di un partito selettivo e centralizzato); (3) socialismo (retribuzioni differenziate). Ciò è dovuto (1) alla eredità della società borghese, ed è necessario (2) per la difesa della rivoluzione e (3) per il funzionamento dell'economia.
Questa è l'argomentazione corrente a sostegno della necessità della dittatura del proletariato. Contro di essa si possono sollevare almeno due obiezioni.
Innanzitutto non è affatto scontato che la dittatura del proletariato debba realizzarsi nella forma di un potere concentrato in un partito separato e gerarchizzato. Non è scontato perché non è mai stato realizzato un potere del proletariato in una fase di transizione che riesca a conciliare la difesa della rivoluzione e la democrazia interna (forse l'esempio che più si è avvicinato a questa obiettivo è la forma di organizzazione realizzata in Catalogna dalle formazioni anarchiche, caso che meriterebbe un approfondimento).
Inoltre, se la dittatura è necessaria nella forma partitica essa si è rivelata ovunque controproducente. La storia ha mostrato a sufficienza il fallimento della dittatura di partito (vi è continuità evidente tra Lenin e Stalin, Kruscev, Gorbaciov, Eltsin, figure emblematiche di una involuzione inarrestabile), cioè una prassi che fatalmente riproduce la classe dominante come burocrazia, ciò che non solo impedisce di pervenire alla estinzione dello stato, ma finisce per sfociare in un ritorno al capitalismo (e nel caso dei partiti che operano nell'ambito delle istituzioni borghesi, al loro assorbimento in tali istituzioni).
Di fronte a questi fenomeni, talmente ripetuti che pare operi una sorta di legge naturale, non crediamo però che si tratti di processi ineluttabili, e si impone la domanda: che fare? Ovviamente si tratta prima di tutto di comprendere, quindi innanzitutto di comprendere storicamente. La teoria della transizione come dittatura è nata in un periodo storico in cui per il proletariato non si davano le condizioni soggettive (1) e quelle oggettive (2) e (3) del comunismo, dato il livello di sviluppo del capitale ottocentesco (e ancor più nella Russia zarista), che ora possiamo valutare meglio. Nel capitale sviluppato contemporaneo le carenze che rendevano necessaria la dittatura sono state superate: quanto meno quelle riguardanti la conoscenza e la produttività (pare che manchi ancora la coscienza di ciò, ma questo è un dato non oggettivo, su cui non si può dir nulla). Quindi nel corso di un processo rivoluzionario non solo si deve (il fallimento storico delle passate esperienze dittatoriali lo impone), ma si può applicare subito misure comuniste. Certo, se è vero che il proletariato non può realizzare immediatamente il comunismo, si corrono dei rischi, ma se la strada della dittatura, quindi dell'affidare le sorti della rivoluzione nelle mani del partito leninista, appare più sicura, questo è vero solo nel breve periodo, perché altrettanto sicuramente porta al fallimento nel lungo periodo, generando prima il capitalismo di stato e poi il capitalismo liberista.
Per fare un esempio in positivo, è chiaro che se nel corso delle occupazioni delle fabbriche che ebbero luogo nel Maggio francese del 68, "la più gigantesca sospensione selvaggia del lavoro della storia" gli operai, invece di rimanere inattivi all'interno delle fabbriche, o di abbandonarle, avessero preso misure comuniste, cioè misure che "intaccassero il capitale sotto l'aspetto del valore, dello scambio, della divisione del lavoro, dei limiti d'impresa, della proprietà, del denaro" (Wolf Woland), le cose avrebbero preso un'altra piega. Questo senza organizzazioni burocratiche, anzi, contro di esse, dato che partito e sindacato furono causa non secondaria del fatto che non si giunse a tanto.

Torino, novembre 07





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