TRA UTOPIA E GUERRA CIVILE<br> una questione di metodo







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TRA UTOPIA E GUERRA CIVILE
UNA QUESTIONE DI METODO


“La credenza nel nesso causale è superstizione”
“Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”

L.Wittgenstein

Da una parte si parla di “abisso” e di “guerra civile”, dall’altra di “natura umana” e di “volontà di vivere”. Nella polemica sul testo di Ghirardi tra l’autore e Daniele si fa ampio uso, da entrambe le parti di termini retorici, cioè indefiniti ma di forte impatto emotivo. Dato il contesto della discussione il ricorso a tale linguaggio è accettabile, forse inevitabile, però sarebbe interessante coglierne il contenuto reale, cioè a che cosa sono riferiti tali termini, anche al di là delle intenzioni di coloro che ne fanno uso. Si tratta evidentemente di metafore, ma a che cosa alludono? Chiarire questo è tanto più urgente oggi in quanto nei discorsi della sinistra antagonista è comunissima la pratica di sovradeterminare l’idea di rivoluzione, saturandola di un eccesso di contenuti, per lo più accessori quando non superflui e comunque palesemente in contraddizione tra loro, contenuti che in maniera evidente rispecchiano la visione soggettiva di coloro che li dichiarano, cioè semplicemente le loro filosofie esistenziali erette a sistema universale. Ciò non è di per sé negativo, però si perdono di vista gli elementi essenziali dai quali tali contenuti (spesso anche condivisibili, ma non è questo il punto), possono scaturire. Questi elementi vengono lasciati nel vago, o addirittura volutamente elusi, sebbene siano il fondamento di tali contenuti, mentre questi altri vengono ossessivamente analizzati e differenziati, quasi da ciò dipendesse la possibilità stessa della rivoluzione.
Tale metodo e tale linguaggio può essere chiamato utopismo, ma si tratta di un utopismo sui generis, al di sotto dell’utopismo classico che si peritava almeno di descrivere concretamente l’utopia come ricetta pratica, dipingendo a tinte vivaci le sue “Città del Sole”. Qui invece si descrive cupamente le presunte patologie del comportamento eversivo, dandone le terapie come elenco minuzioso e pedantesco di confusi “dover essere” che hanno più del penitenziale, nella loro forma prescrittiva vagamente ricattatoria (del tipo “devi essere felice” o “devi voler vivere”), che del liberatorio, come una sorta di inquisizione con il segno cambiato, che perseguita una supposta infelicità o accidia volontarie in nome di una antimorale dogmatica e colpevolizzante quanto qualsiasi altra morale.
Pare essere arretrati al livello dei giovani hegeliani, quando si pensava che la critica criticante, cioè il retto pensiero, avrebbe cambiato il mondo. “I giovani hegeliani considerano […] i prodotti della coscienza da loro fatta autonoma, come le vere catene degli uomini” e “coerentemente chiedono agli uomini, come postulato morale, di sostituire alla loro coscienza attuale la coscienza umana, critica o egoistica” (Marx, Ideologia tedesca). Ma se i filosofi devono smettere di filosofare e accingersi a cambiare il mondo, se si vuole andare al di là della pura e semplice opposizione individuale all’esistente, destinata - in rapporto a questo compito gigantesco - a sicura sconfitta, occorre almeno capire come si muove il mondo, quali forze lo sospingono e in che direzione va, occorre cioè una teoria. Ma invocare una teoria significa ammettere che è possibile una descrizione oggettiva del mondo. Affermare invece che determinanti sono le spinte soggettive individuali, come la “volontà di vivere”, e la loro liberazione da quei ceppi ideologici altrettanto soggettivi che ne impediscono l’estrinsecazione, ciò non è teoria. Si tratta di altro, di una dichiarazione di principio, di una esortazione che si riduce ad auspicare un atto di volontà che come tale, presupponendo la volontà e quindi se stesso, basta a se stesso, essendo per definizione sempre la volontà libera di volere. E’ “causa sui”, quindi siamo nel dominio del misticismo o almeno in quello della metafisica. Naturalmente tutto ciò può corrispondere al vero, ma dichiarazioni del genere non hanno bisogno di alcuna teoria, perché poste come vere a priori. Anzi, in tale contesto si guarda con sospetto qualsiasi teoria, poiché essa è sempre la negazione di affermazioni come queste, in quanto dichiara necessario formulare un discorso intorno a “ciò che non può essere detto”, ma solo intuito, e da ciascuno solo per se stesso. Ma omnis determinatio est negatio. Si tratta di quello che nella teoria rivoluzionaria è tradizionalmente denominato “idealismo”. L’idealismo deve essere per sua natura dogmatico e intollerante, in quanto se qualcuno non non è libero, felice, critico, o altro, è perché non vuole, e quindi è considerato in malafede o affetto da qualche patologia, dando così motivo a interventi apertamente repressivi o ambiguamente salvifici di ogni genere. Va pure detto che tale discorso può avere, dal punto di vista pratico, una sua grande utilità. Infatti, poichè dal punto di vista del metodo è un discorso retorico, cioè persuasivo e non dimostrativo come quello teorico, in quanto si rivolge al sentimento e non alla ragione, nel momento dell’azione può avere una efficacia nel coinvolgere gli individui superiore ad un discorso teorico, anche se il suo contenuto di verità è opinabile. Ma anche la ragione può avere un carattere persuasivo, se viene apprezzata nella giusta misura, soprattutto se dimostra che l’azione va nella direzione del movimento reale, ciò che aveva costituito originariamente la forza del marxismo, prima di coglierne i limiti.
Al contrario dell’idealismo, una teoria ammette invece che il pensiero, quindi i comportamenti, non abbiano origine in se stessi, ma siano determinati da cause oggettive, cioè indipendenti dai soggetti e da essi descrivibili oggettivamente. In questo senso un esempio classico di teoria sociale è il materialismo storico, nato proprio in contrapposizione all’idealismo, come esigenza di dare una base razionale e concreta all’idea di mutamento sociale. Qui tali forze oggettive sono identificate nelle forze produttive sociali, come la cooperazione, la divisione del lavoro, la tecnologia, cioè in generale le forze economiche, in quanto risultato di comportamenti collettivi estraniati. Si possono anche aggiungere fattori geografici, geologici, climatici, biologici, quali forze produttive naturali.
Ma le le teorie sociali oggettive non risolvono completamente il problema del mutamento sociale quando sia riferito alla realizzazione del comunismo. Infatti il loro limite è dato dall’intrinseco determinismo, poiché escludono dalla dinamica storica il fattore coscienza, che invece è il fondamento di una società emancipata. Infatti il comunismo è fondamentalmente il dominio cosciente delle forze sociali, e quelle produttive innanzittutto, da parte degli individui, quindi il superamento del feticismo dell’economia. Pertanto il materialismo storico va esso stesso storicizzato, cioè considerato in un movimento storico nel quale sopprime se stesso, dove i fattori sociali oggettivi promuovono la formazione di una coscienza non alienata. Il comunismo realizzato rende superflua ogni teoria, ma fino a quel momento la teoria è necessaria come coscienza dell’alienazione, dei suoi fattori e del suo superamento.
Occorre perciò ammettere che non solo le forze produttive determinano la coscienza, secondo la schema marxiano, ma che il rapporto è reciproco, la coscienza determinando anch’essa le forze produttive. Quest’ultimo è invece lo schema operaista. In effetti ciò è quanto si verifica nel capitale, dove la tecnologia, prima ancora che strumento per accrescere la produttività del lavoro, quindi il profitto, è considerata il mezzo più efficace di disciplinamento della forza lavoro, precondizione di ogni alienazione. Disciplina necessaria per fatto che la forza lavoro è sottoposta permanentemente alla contraddizione fondamentale del capitalismo, cioè l’appropriazione privata di una produzione sempre più socializzata, che genera una coscienza antagonista nell’ambito di un rapporto di produzione, determinato dalle forze produttive in quanto rapporto di sfruttamento, coscienza che si esprime sia come resistenza che come progetto di superamento. Quindi, dato che lo sfruttamento incontra una opposizione, il capitale deve operare periodicamente una ristrutturazione del processo di lavoro, innovandolo in un senso che risulta al contempo repressivo e produttivo. Inversamente, alla ristrutturazione segue l’adeguamento del rapporto di produzione, che determina un nuovo livello di coscienza ad esso corrispondente, con un conseguente mutamento della percezione della contraddizione tra capitale e lavoro. Qui è la tecnica che produce la coscienza. Quindi ad una coscienza determinata succede, tramite lo sviluppo delle forze produttive, un altro livello di coscienza fino alla nascita di una coscienza comunista. Pertanto la lotta di classe è il motore dello sviluppo capitalistico.

Torino, marzo 08
Valerio Bertello.




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