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NOTE SUL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO

Della interminabile vicenda del conflitto arabo-israeliano ciò che subito balza agli occhi è che esso rappresenta un caso emblematico della potenza manipolatoria del sistema mediatico della nostra epoca, della sua apparentemente illimitata capacità di stravolgere la realtà concreta in illusione ideologica. Infatti ciò che colpisce nella questione palestinese è l’unanimità del sostegno che gli schieramenti politici di tutto il mondo concedono ad Israele e al contrario il coro di contumelie che investe le organizzazioni palestinesi e in islamiste che si oppongono ad Israele, e di riflesso tutto il mondo mussulmano. Ciò suscita stupore soprattutto di fronte ad una reale distribuzione del torto e della ragione palesemente opposta a quella presentata dai massmedia. Cioè di fronte ad un quadro che vede un popolo invadere ed appropriarsi del territorio in cui da lungo tempo è stabilmente insediato un altro popolo e che storicamente gli appartiene.
Nulla può giustificare un simile atto e comunque le ragioni avanzate dagli invasori sono inconsistenti o molto dubbie. Sia quelle religiose, secondo le quali la terra palestinese è stata assegnata ad Israele da Dio stesso, testimone la Bibbia¸ ragione sulla cui pretestuosità non occorre soffermarsi. Sia quelle storiche, per cui la Palestina un tempo apparteneva agli ebrei, inaccettabili dato che la Diaspora e la conquista araba sono eventi ormai molto antichi. Sia quelle politiche, secondo le quali non è mai esistito uno stato palestinese, per cui viene dedotto che non è mai esistito un popolo palestinese, ma solo qualche beduino nomade. Né quelle economiche, per cui gli ebrei hanno sempre regolarmente acquistato la terra su cui si sono insediati e l’hanno valorizzata. Tutte queste ragioni, anche se fossero sostenibili e in parte lo sono, non costituiscono un diritto a reclamare la spartizione e l’occupazione del territorio, come è avvenuto nel 48, atto avvallato dall’ONU, cioè dal Consiglio di Sicurezza dominato dalle potenze vincitrici (Cfr. La nascita dello stato di Israele, www.marxoltremarx.it). Né giustificano il proposito recentemente perseguito di ridurre i palestinesi a vivere nel 22% del territorio, di ritagliare in tale frazione già ridotta delle colonie israeliane che lo frantumano in cantoni circondati da muri e da un esercito di occupazione che ne fanno delle prigioni a cielo aperto. Politica questa che suscita il sospetto che è il vero obbiettivo di Israele sia quello di costringere con il tempo, rendendo loro la vita impossibile, la maggioranza dei palestinesi a emigrare, raggiungendo i profughi già fuggiti nel 48, cui Israele ha sempre negato il diritto al ritorno e ad essere reintegrati nella proprietà delle loro terre e case che avevano dovuto abbandonare al momento della spartizione.
Di fronte a questi torti di cui Israele si è resa colpevole essa reclama un astratto “diritto ad esistere”, che può certo esserle riconosciuto astrattamente, ma nella consapevolezza che se esistono popoli senza terra non esiste una terra senza popolo, e che quindi tale aspirazione può essere realizzata solo al prezzo della cacciata dalla propria terra di un intero popolo, come è accaduto ai palestinesi. Popolo che, fra l’altro, appartiene ad una cultura, quella mussulmana, che non può certo essere accusata, a differenza dell’occidente cristiano, di antigiudaismo e ancor meno di antisemitismo, in quanto in tale mondo prima della nascita del sionismo, cioè del movimento che ha propugnato il ritorno in Palestina degli ebrei, essi hanno sempre vissuto in pace con i mussulmani e là hanno prodotto i frutti migliori della loro cultura. Basta pensare alla Spagna del Califfato e alla Salonicco ai tempi dell’impero ottomano (Cfr. La nascita, cit.).
Nemmeno l’Olocausto può dare il diritto agli ebrei di costruire un proprio stato a al prezzo dell’avvilimento di un altro popolo. Ma anche se così fosse, resta il fatto che il sionismo e tale rivendicazione sono anteriori all’Olocausto e risalgono alla fine dell’800. A quell’epoca era in atto una vasto processo di assimilazione nell’Europa occidentale e i pogrom che venivano perpetrati nell’Europa orientale erano solo un segno della sua arretratezza. Infatti fu in quest’area che il sionismo riscosse le maggiori adesioni. Certo l’Olocausto può sembrare una giustificazione a posteriori, ma in ogni caso i mussulmani non hanno alcuna responsabilità, questa è piuttosto del secolare antigiudaismo dell’occidente cristiano e del più recente nazionalismo borghese, poi degenarato in razzismo (Cfr. La nascita, cit).
In ciò poi sta l’incoerenza attuale di Israele, poiché il diritto che rivendica, scordandosi chi furono i suoi nemici fino a ieri e identificandosi paradossalmente con essi, è quello di un nazionalismo ebraico, per di più a sfondo marcatamente religioso. Perché tale è il sionismo, ed esso non fa altro che alimentare quello opposto degli arabi e il fondamentalismo di tutti mussulmani. Infatti il popolo palestinese in passato era fra i mussulmani il più laico e occidentalizzato ed ora lo scontro con Israele lo ha portato a regredire al fondamentalismo di Hamas.

Cancellata l’illusione dei suoi pretesi diritti, che in realtà si convertono in torti, rimane ad Israele solo il torto elementare di porsi come l’ultima potenza coloniale, avendo voluto trasformare la Palestina in una colonia di popolamento, e il solo diritto della forza, che ovviamente non è un diritto ma un fatto. Mentre per gli arabi tutti i loro diritti si convertono in un unico grande torto, quello di aver perso una guerra, e quello ancor più grave di continuare a combattere una guerra ormai persa da tempo, reclamando nei fatti una sorta di Olocausto palestinese volontario. Questo è ancora l’ultimo diritto rimastogli ma, almeno nelle attuali condizioni che non sono destinate a mutare perché il conflitto arabo-palestinese è parte di un ben più vasto Grande Gioco condotto dagli USA in Medio Oriente, non fa che aggravare la loro posizione. Questo sia nei rapporti di forza, in quanto perseguendo tale via i palestinesi si indeboliscono sempre più e fanno il gioco degli israeliani integralisti che non hanno mai rinunciato all’aspirazione a una Grande Israele teocratica, ma anche sul piano politico, perché, non essendo in grado di portare avanti operazioni militari in campo aperto con un esercito regolare, prestano il fianco alla propaganda israeliana che li dipinge come terroristi.
Quali sono le possibili prospettive? Da una parte gli israeliani hanno imposto con le armi il loro diritto ad esistere come stato, ciò che ormai dopo sessanta anni di sconfitte è un dato di fatto riconosciuto da quasi tutti gli stati islamici, sebbene non dai palestinesi, che nel corso di libere elezioni hanno votato in larga maggioranza per gli irriducibili di Hamas. Ma ciò non cambia la realtà di fatto che è quella della inevitabilità di un accordo politico. Quindi il problema non è pace o guerra, ma quale pace.
Tale realtà si impone non solo per i rapporti di forza in campo, ma anche perchè la posizione di Israele è forte sul piano internazionale in quanto costituisce una pedina essenziale nei piani strategici degli USA in Medio Oriente per il controllo delle fonti energetiche. In questo quadro e dopo la politica degli insediamenti israeliani la vecchia rivendicazione dell’OLP di Arafat di due popoli e due stati entro i confini del 67 è ormai tramontata. Nelle attuali condizioni si tratta di una capitolazione inaccettabile e di una condizione invivibile. Nella forma attuale tale soluzione, appoggiata dall’Autorità Palestinese di Abu Mazen di concerto con gli USA e la UE, prevede la riduzione della popolazione palestinese in un territorio cantonalizzato, la cosiddetta soluzione sudafricana dell’apartheid, funzionale alla costituzione di una riserva di manodopera a basso costo per i distretti industriali che verranno costruiti nelle aree limitrofe, progetto finanziato da capitali arabi, statunitensi ed europei, secondo il Piano di Riforma e Sviluppo Palestinese (PRDP), varato alla Conferenza di Betlemme, 21-23 maggio 2008, con il coinvolgimento dell’AP.
Di fronte a questi sviluppi l’unica rivendicazione possibile è quella di un unico stato per ebrei e palestinesi, realmente democratico e laico, nel quale tutti abbiano parità di diritti. In tal modo verrebbero messi fuori gioco tutti i nazionalismi e fondamentalismi religiosi, sia arabi che israeliani, che avvelenano gli animi e travisano i reali termini della questione, prospettiva questa che va facendosi strada nella sinistra palestinese. Infatti la reale emancipazione dei palestinesi non si realizza per loro in quanto palestinesi, cioè non si compie sul piano del nazionalismo e della religione, come anche quella degli ebrei, che credono di ever conquistato la loro emancipazione affermandosi sul piano militare, nazionale, economico e paradossalmente ancora una volta come ebrei. Costituendosi in moderno stato laico unitario, sebbene capitalistico, potranno tutti, ebrei e palestinesi insieme, liberarsi dell’alienazione religiosa, come primo passo verso l’emancipazione in quanto esseri umani, in nome della comune umanità, in quanto il capitale ha una azione dissolvente su questo tipo di rapporti sociali e costringe gli individui a considerare la loro vita in termini realistici, cioè economici, prima mascherati dalla lente deformante della religione e del nazionalismo.
Quindi il proletariato palestinese, prodotto inevitabile dello sviluppo industriale che seguirà alla fine di questo conflitto ormai secolare, potrà allearsi con il proletariato israeliano, già sviluppatosi oltre il muro e che l’attuale conflitto tiene separato da quello palestinese, erigendo oltre la barriera fisica anche una ideologica ancor più invalicabile. Così potranno schierarsi insieme contro il comune nemico, il capitalismo che si sta rapidamente sviluppando in tutto il Medio Oriente dopo le due guerre del Golfo sotto l’impulso del capitale USA. Ciò rappresenterà la fine del grande equivoco che paralizza lo sviluppo della lotta di classe in tale area, di importanza cruciale per il capitalismo mondiale. Ciò non si verificherà nè oggi nè domani, ma questa è la linea tendenziale di evoluzione della situazione, linea non solo auspicabile ma già tracciata come generale sviluppo storico del capitalismo attuale.
Valerio Bertello, gennaio 2009