DETERMINISMO E VOLONTARISMO di Valerio Bertello







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DETERMINISMO E VOLONTARISMO

L’articolo di Cornelius Castoriadis “La sorgente ungherese” (riportato in questo sito) non solo ci restituisce un teorico di grande valore ma riecheggia lo spirito di tutta un’epoca, quella delle lotte degli anni 70, già iniziata con il rapporto Kruscev e la fine dello stalinismo. Un'epoca che ebbe al suo centro la critica del leninismo e, in generale, del capitalismo burocratico nelle sue due forme, orientale e occidentale, di quello stesso sistema economico cioè che costituiva la base materiale di tale ideologia. Quella critica divenne la base teorica delle lotte degli anni 70 che rappresentarono allo stesso titolo sia un rinnovamento della teoria che una radicalizzazione dello scontro con il capitale, giunto al punto più alto nel Maggio francese. Nell’articolo sono delineati quelli che furono i tratti fondamentali di quella critica. Da una parte liquidazione della rivoluzione d’ottobre e delle sue propaggini in quanto mistificazione del comunismo; dall’altra rivalutazione e rivendicazione dello spontaneismo in forma adeguata all’azione storica del proletariato e delle masse in generale, in opposizione all’usurpazione di quello stesso ruolo operata dal partito leninista.
Queste due posizioni costituiscono ora due punti acquisiti dello sviluppo della teoria e non vi può essere in merito un ritorno al passato. Ma vi è dell'altro nell’articolo che costituisce un problema irrisolto nel movimento rivoluzionario attuale. Da una parte Castoriadis rileva giustamente che “… la Rivoluzione liberava, scatenava tutte le forze e le tendenze della nazione ungherese. La libertà di parola e di organizzazione per tutti … è stata immediatamente considerata inevitabile.” (p. 3) E ancora: “La rivoluzione è questo stato di surriscaldamento della società … E’ questo aspetto che spiega la liberazione e la straordinaria moltiplicazione del potenziale creativo della società nei periodi rivoluzionari, la rottura dei cicli ripetitivi della vita sociale – l’apertura improvvisa della storia. “ (p. 4). Tutto vero, però il discorso porta ad una conclusione errata :”La Rivoluzione ungherese del 56 è stata la prima, e per ora la sola, rivoluzione totale contro il capitalismo burocratico – la prima a prefigurare il contenuto e l’orientamento delle future rivoluzioni in Russia, in Cina ed altrove.” (p. 2).
Tutto ciò però non si è realizzato. Anzi, si è potuto constatare che i movimenti rivoluzionari successivi, specialmente nel blocco orientale, hanno avuto sempre più carattere controrivoluzionario. Cioè si è dovuto prendere atto che le esplosioni di rifiuto della società esistente possono avere carattere reazionario. Di più, si è visto che dopo il crollo dell’Unione Sovietica nell’89-91 il capitale è riuscito a recuperare non solo i contenuti del movimento rivoluzionario ma la pratica rivoluzionaria stessa. Le “esplosioni di creatività” attuali portano dovunque a una pedissequa adesione al capitale neoliberista. Ciò in particolare negli ex “stati operai” della sfera di influenza sovietica, ma anche in tutti i paesi ex-coloniali. Fino al crollo dell’Unione sovietica il movimento rivoluzionario dava per scontato che la crisi del capitalismo burocratico avrebbe portato ad una radicalizzazione delle azioni rivoluzionarie, che avrebbero avuto un contenuto immediatamente comunista. Invece hanno dovunque portato ad un arretramento, cioè ad un ritorno al capitalismo liberista.
Queste vicende hanno suscitato una grave crisi nel movimento rivoluzionario, crisi pratica aggravata dalla difficoltà che la teoria incontra nel tentare di render conto dell’accaduto. Sulla questione per lo più si tace, oppure si ritorna al passato spiegando la crisi con l’assenza del partito rivoluzionario. Ma questo non spiega nulla, perché l’esistenza di un tale partito è un fatto storico, la cui realizzazione rimanda a cause storiche. D’altra parte tale assenza può spiegare la mancanza di un esito rivoluzionario delle lotte e non può essere ritenuta la causa dell’arretramento di vasta portata verificatosi negli anni 80. In effetti l’unica spiegazione che può cogliere alla radice la questione è quella storica, intesa nel senso del materialismo storico. Come è noto, secondo tale teoria, un nuovo modo di produzione non sorge dal nulla, ma dalle forze produttive inespresse giacenti in quello precedente. Questa la condizione fondamentale del movimento storico. Ciò significa che il comunismo non può sorgere che come prodotto del capitalismo, cioè deve essere già potenzialmente esistente nel capitale in declino. Quindi il capitalismo burocratico va considerato come risultato di un tentativo volontaristico di instaurare un modo di produzione comunista nell’ambito di un capitalismo giunto ad uno stadio di sviluppo inadeguato alla realizzazione di una tale transizione. Questo vale per la Russia, i paesi balcanici e quelli coloniali, ma anche per quelli come la DDR, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, che non si potevano considerare sottosviluppati. Ma l’instaurazione di rapporti di produzione arretrati, cioè una pianificazione centralizzata e verticistica attuata attraverso una repressione del dissenso, in un contesto avanzato rese le contraddizioni ancor più intollerabili ed esasperò ulteriormente le tensioni sociali.
Molti teorici, fra cui Marx stesso, hanno esaminato la questione e rilevato in che modo il capitalismo sviluppato crea le condizioni economiche e perfino le strutture sociali di una società comunista: sviluppo della divisione del lavoro, società per azioni, stato sociale, monopoli, ecc. Queste analisi fanno riferimento ad un ben noto principio: “Una formazione sociale non perisce finchè non siano sviluppate tutte le forze produttive cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate le condizioni materiali della sua esistenza.” (Marx, per la critica …)
Si tratta indiscutibilmente di una posizione determinista, ma è altrettanto chiaro che le vicende di cui si sta trattando possono essere considerate una conferma del determinismo, e una smentita del volontarismo. Ma determinismo non significa attendismo, o peggio rassegnazione, così come il volontarismo non è azione cieca. L’azione chiaramente volontaristica nelle aree sottosviluppate, soprattutto in quelle coloniali, ha prodotto rivoluzioni parziali che hanno accelerato lo sviluppo del capitale su scala mondiale, cancellato irreversibilmente modi di produzione arretrati, creando così le condizioni per la nascita del proletariato in quanto classe rivoluzionaria. Una vittoria parziale, ma l’unica possibile in tale contesto.
Ma un risultato altrettanto se non più importante è che la lezione da trarre da queste vicende consiste nella conferma che le uniche rivoluzioni non recuperabili dal capitale sono quelle che sorgono nell’ambito del capitale sviluppato. Certamente, nemmeno esse conducono infallibilmente al comunismo, ma portano con sè la sua possibilità teorica. Mentre le rivoluzioni anticipate non contengono nemmeno questa potenzialità. Infatti se la teoria fornisce la certezza dell’esito delle rivoluzioni mature, tuttavia non fornisce appuntamenti con la storia, ma solo la base concettuale per scommettere sul futuro, cioè per una scommessa ripetibile all’infinito. L’aleatorietà di tali scommesse è una misura della nostra ignoranza, come afferma acutamente Castoriadis nel suo articolo (p. 7,n.). Cioè, essendo il materialismo storico una teoria qualitativa essa può solo enunciare linee di tendenza, non previsioni quantitative. Quindi, vista in positivo, l’alea fornisce la ragionevole certezza che alla fine la scommessa risulterà vincente. Si tratta inoltre di una scommessa che dopo ogni sconfitta garantisce una maggiore probabilità di vittoria.
Chiarite le questioni teoriche generali, si risolvono agevolmente i dilemmi intorno alle questioni pratiche particolari: due di essi si presentano come problemi particolarmente cogenti.
La prima questione è il giudizio riguardo alle attuali rivoluzioni “morbide”, come le rivoluzioni colorate nell’Est europeo, la “primavera araba” nel Medio Oriente e i movimenti di contestazione metropolitani non violenti e “simbolici”. E’ chiaro che i regimi contestati dalle prime due non sono in generale che versioni sottosviluppate del vecchio regime stalinista della defunta Unione Sovietica. Sono residui di un’epoca ormai trascorsa, e comunque semplici mistificazioni del socialismo (il nasserismo nei paesi arabi, ad esempio), quindi indifendibili sul piano politico e già condannati sul piano storico, esattamente come il loro modello.
Un’altra questione è la valutazione delle lotte degli immigrati. Al riguardo determinante è il fatto che gli immigrati hanno come orizzonte politico l’integrazione. Infatti essi emigrano nel tentativo di realizzare qui, nel mondo sviluppato, una emancipazione che appare impossibile, o possibile in misura insufficiente, nei paesi d’origine. Cioè, il passaggio da una condizione assimilabile a quella di servo della gleba a quella di proletario formalmente libero. Poiché per loro tale passaggio è un traguardo, nell’immediato le loro lotte non possono essere rivoluzionarie. Il loro potenziale rivoluzionario sarà espresso dalla seconda generazione, così come è gia avvenuto per i movimenti migratori interni.
In conclusione, sia nei contesti nazionali che in quelli internazionali, determinanti sono le lotte che si verificano nei punti alti dello sviluppo capitalistico. Queste lotte possono apparire meno radicali di quelle che esplodono con virulenza nei PVS o tra gli immigrati. Ma a ben vedere sono lotte incisive più per la forma che per la sostanza, cioè sono lotte spesso durissime ma non puntano verso il comunismo. E’ vero che anche le lotte in contesti sviluppati, cioè quelle degli gli attuali movimenti di contestazione (tipicamente quelli ambientalisti), ben di rado esprimono obbiettivi comunisti, ma sono le uniche che li possono esprimere, date le condizioni storiche in cui si svolgono, e di fatto esprimono talvolta contenuti comunisti, ciò che non accade né può accadere per le lotte in contesti arretrati.

Valerio Bertello
Torino, giugno 2011.




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