L'ALIENAZIONE parte seconda - il nazionalismo







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L’ALIENAZIONE

PARTE SECONDA

IL NAZIONALISMO

Nazionalismo e comunismo

Si può affermare che il nazionalismo sia stato per il movimento rivoluzionario l’avversario più pericoloso che il marxismo si sia trovato di fronte, cioè l’ideologia reazionaria più potente schierata dalla borghesia per arginare l’impeto del proletariato nella sua marcia verso l’emancipazione. Che la nazione come forma politica prodotta dalla borghesia in contrapposizione alla società comunista fosse il terreno di scontro decisivo è confermato dal fatto che la prima organizzazione internazionale del proletariato fosse denominata appunto Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIL), più brevemente Internazionale, mettendo così in evidenza il suo carattere più importante, cioè che era stata fondata essenzialmente in opposizione al nazionalismo, carattere che stava assumendo il nazionalismo nella seconda metà dell’Ottocento, che ne faceva il fondamento ideologico dell’imperialismo. Inoltre è notevole che dopo il fallimento di tale organizzazione, dovuto a contrasti interni tra marxisti e anarchici, questo sia stato seguito da due altri tentativi che ricostituirono la medesima organizzazione con la stessa denominazione, cioè Seconda e Terza Internazionale. Ma la Seconda Internazionale fu travolta dalla Prima guerra mondiale, proprio in quanto manifestazione estrema e consequenziale del nazionalismo, mentre la Terza Internazionale (Comintern) venne sciolta dopo la constatazione che il nazionalismo aveva contagiato anche il movimento rivoluzionario, dichiarando che esso poteva svilupparsi solo seguendo vie nazionali al socialismo differenti fra loro e autonome. Ma tale riferimento alle vie nazionali suonava per il marxismo come la sua marcia funebre, come confessione del suo fallimento pratico. Se tale scioglimento non aveva sorpreso nessuno, anche quello della Seconda Internazionale non poteva sorprendere chi avesse seguito il dibattito interno sulla questione nazionale, in quanto la linea ufficiale emersa sull’argomento era non la critica radicale del nazionalismo, ma la proposizione di un nazionalismo “marxista”, in cui il materialismo invece di essere strumento per la critica del nazionalismo era utilizzato per costruirne una versione edulcorata, ritenendo che potesse in tale forma essere utilizzato come arma contro il capitalismo. Così Otto Bauer nel suo classico testo “Nazionalismo e socialdemocrazia”.

E’ significativo che sulla questione nazionale socialdemocrazia e bolscevismo fossero in accordo. Infatti Lenin, come tutto il marxismo dell’epoca, riteneva indispensabile impostare sul nazionalismo la lotta contro i residui feudali ancora potenti nell’Europa centrorientale, rappresentati dagli Imperi Centrali e dall’impero russo. Con ciò si seguiva la strada già aperta dalle rivoluzioni borghesi, che avevano utilizzato il concetto di “nazione” contro la concezione patrimoniale e dinastica dello stato tradizionale. Ma in ciò i bolscevichi non si rendevano pienamente conto che i tempi erano cambiati e che il nazionalismo borghese non era più quello dello stato liberale e che un nuovo concetto di nazionalismo aveva soppiantato quello delle rivoluzioni borghesi e quindi quella strategia, se metteva in crisi il capitalismo arretrato degli Imperi Centrali rafforzava invece il nazionalismo imperialistico del capitalismo avanzato. Questa linea di condotta fallimentare venne mantenuta anche dalla Terza Internazionale nella lotta contro il colonialismo, seguendo la strategia di trasformare le lotte per l’indipendenza in lotte per la liberazione di stati nazionali, stati il più delle volte pura invenzione ideologica in quanto mai esistiti nel passato. Analogamente la riforma agraria veniva a sostituire la rivoluzione proletaria. Cioè a livello di rapporti sociali, nonostante qualche tentativo di collettivizzazione, la proprietà statale trionfava su quella collettiva, e successivamente quella individuale su quella statale. Il risultato complessivo fu il dilagare del terzomondismo nel movimento rivoluzionario, cioè in un primo momento l’adozione dell’Unione sovietica come modello di sviluppo del processo rivoluzionario, seguita da una involuzione parallela a quella percorsa dall’Unione sovietica, che determinò la trasformazione delle ex colonie in stati nazionali atipici, dove i caratteri moderni erano singolarmente intrecciati a quelli arretrati, anteriori alla colonizzazione. Infine l’ideologia nazionalista finì per contagiare un marxismo già abbondantemente revisionato in senso moderato, con la teoria delle vie nazionali al socialismo, preludio alla frantumazione del partito stato in gruppi di potere che promossero in seguito il suicidio dell’Unione sovietica, cioè la frantumazione sua e di qualche altro stato del blocco orientale come la Jugoslavia, in un mosaico di stati nazionali. Ma non si trattava di un vero suicidio, perché l’Unione sovietica nell’ottantanove era già un “dead man walking”. Il vero suicidio del movimento rivoluzionario, senza resurrezione, era già avvenuto all’epoca della Seconda Internazionale, con la mancata opposizione di questa alla guerra. Il seguito, ivi compresa la lunga vicenda dell’Unione sovietica, è stato di fatto, nonostante le apparenze e i parziali successi conseguiti, solo una lunga agonia nel corso della quale si è potuto assistere ad una ripetizione in peggio della decadenza della socialdemocrazia. Ma il modo in cui tale parabola è stata vissuta dai protagonisti, il linguaggio usato, la loro visione generale, quindi l’ideologia secondo la quale si è sviluppata tutta la vicenda è stata il nazionalismo, che ha mostrato di avere ancora una forte presa sulle coscienze, anche se certamente ora ha perso gran parte della sua forza fino a ridursi ormai a strumento di imbonimento elettorale o di pubblicità commerciale. Attualmente il nazionalismo è visto con sospetto anche da chi lo ha creato, cioè la borghesia, dopo la sua imprevista evoluzione verso il totalitarismo, dato che le ideologie della destra eversiva, come il fascismo, sono scaturite dal nazionalismo. In effetti la borghesia ha usato per i suoi scopi il nazionalismo, in tutte le sue forme, per poi sbarazzarsene con un certo imbarazzo, perché in molti aspetti antitetico con la sua vera ideologia, il liberismo. Ma nonostante questa ambiguità è stato un’arma efficace per sconfiggere il movimento del proletariato, per cui sebbene obsoleto non deve essere dimenticato dal marxismo, per il quale deve costituire un monito a non sottovalutare la potenza dell’ideologia. Come “la teoria si trasforma in una forza materiale quando di essa si impadroniscono le masse”, si è potuto constatare che altrettanto può accadere con l’ideologia. Per cui non possiamo considerare liquidato il nazionalismo.

Lo stato e la nazione

Il concetto di nazione è ambiguo. A un primo sguardo appare sia strettamente correlato al concetto di stato che al contempo da esso distinto. Infatti non si può dire che coincida con esso, anzi è in larga misura ad esso antitetico. Tuttavia entrambi i termini designano delle forme sociali, ma la prima è essenzialmente una comunità naturale, la seconda una associazione più o meno consapevole, quindi un gruppo sociale non esistente in natura e pertanto creazione storica. Anche il legame che assicura la stabilità dei due tipi di società è diverso. Per la nazione esso può essere fatto risalire al rapporto di parentela, come legame oggettivo e inconsapevole, presupposto all’esistenza del gruppo. Ma questa è un’apparenza ideologica, perché tale legame garantendo la compattezza del gruppo è funzionale al fine concreto comune, cioè la sopravvivenza, in quanto adatto a gruppi che praticano il nomadismo. Ma presto si rende necessaria l’occupazione di un territorio sufficiente alla riproduzione del gruppo, ciò che comporta l’esistenza di una organizzazione militare che ne garantisca il possesso, ciò a partire dal momento in cui la scarsità di territorio rende necessario difenderne il possesso da altri gruppi concorrenti, fatto che implica anche un passaggio dal nomadismo all’insediamento stabile. Questo evento costituisce l’oggettivazione della finalità sopravvivenziale, che produce uno spostamento dell’identità del gruppo dalla parentela al territorio Quindi il rapporto del gruppo con il territorio è già frutto dell’evoluzione storica, che determina anche un ampliamento e articolazione del gruppo che dalla famiglia ristretta si sviluppa in famiglia allargata, poi in fratria e tribù. Nonché il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli. Pertanto il legame originario è quello parentale, mentre il legame con il territorio sorge posteriormente ad un certo livello di sviluppo della società soppiantando il precedente. Tale legame si arricchisce successivamente di contenuti derivati dall’eredità parentale, cioè la lingua, i costumi, la religione, la memoria storica. Contenuti che sempre più assumono carattere ideologico, come anche la territorialità, che tende sempre più a perdere il suo carattere concreto per divenire un legame mistico.

Se il gruppo sociale è costituito in stato si presume che l’adesione ad esso dei suoi membri sia volontaria, cioè l’appartenenza allo stato coincide con la cittadinanza. Questa qualità sociale comporta l’accettazione di certi doveri cui corrispondono dei diritti, cioè il legame ha carattere giuridico e come tale è ideologico. Infatti il contenuto reale ha carattere economico e la finalità collettiva che determina il rapporto è l’esistenza di una determinata organizzazione economica. Quindi la struttura effettiva della società è data dal sussistere delle classi economiche i cui rapporti sono determinati dalla loro funzione nelle struttura economica della società. Nella società borghese queste classi sono in concorrenza fra di loro, ciò che implica l’esistenza di una classe egemone sulle altre che costruisce o si impadronisce dello stato, acquisendo una posizione privilegiata. Così si verifica una scissione tra stato, cioè società politica, e società civile che caratterizza le formazioni statali.

Quindi abbiamo da una parte le società naturali e dall’altra quelle statuali. Il rapporto fra di esse è essenzialmente storico, in quanto le seconde si sviluppano all’interno delle prime e sono causa fondamentale della loro decadenza e lo sono proprio a causa del differente fondamento, naturale per le prime, cioè la comunità di sangue, artificiale per le seconde, cioè il loro carattere economico, vale a dire lo sviluppo di una economia di scambio e quindi caratterizzata dalla divisione del lavoro. La transizione dalle une alle altre è quindi storica, pertanto le prime sono essenzialmente statiche e vengono soppiantate dalle seconde che sono tutte essenzialmente comunità dinamiche, cioè propriamente storiche. Tuttavia, nonostante l’incompatibilità strutturale il passaggio dalla società naturale a quella statuale avviene in realtà in modo estremamente lento, e non si realizza completamente che con l’avvento del modo di produzione capitalistico, mentre la sua prima forma, la società mercantile semplice e l’esistenza delle categorie economiche fondamentali, come il denaro, risalgono ad epoche remote. Per cui la nazione e lo stato sono in realtà piuttosto dei tipi ideali che in forma pura non sono mai esistiti, mentre le società realmente esistenti sono costituite dalle commistione di essi, in misura molto variabile. Ai due estremi troviamo da un lato le società etniche, caratterizzate dalla comunanza di stirpe, che non è altro che il legame parentale esteso a tutta una popolazione; dall’altro le società storiche, fondate su rapporti giuridici ed economici. Fra queste ultime distinguiamo le società miste, che partecipano ad entrambi i caratteri, dalle società storiche moderne, fondate sul capitale sviluppato. Quindi abbiamo, in ordine al grado di sviluppo e quindi in ordine temporale, dapprima le società etniche, quelle allo stadio della barbarie; poi quelle storiche di transizione, cioè società antica e medievale; infine quelle storiche sviluppate, a base economica capitalista

. In queste ultime, che sono quelle che particolarmente ci interessano, la forma statuale può assumere caratteri diversi. Tutte vengono designate con l’attributo di stato nazionale, ma il termine viene usato ideologicamente e può in realtà riferirsi a contenuti molto diversi fra loro. Il contenuto originario, che nasce con la rivoluzione francese, è quella di stato liberale che però include ancora il concetto di nazione, che a sua volta qui è connesso al concetto di stato, cioè di comunità aperta, cui può liberamente aderire chiunque acconsentendo ad osservare le sue leggi. Idea questa nata per combattere la nobiltà del sangue e la monarchia di diritto divino. “La nazione riunita non può ricevere ordini1” dichiara un esponente dell’Assemblea Nazionale, identificando la nazione con il popolo, da cui consegue l’autodeterminazione del popolo sovrano, cioè la democrazia. Una seconda denominazione è quella di stato nazionale in senso pregnante, chiaramente una contraddizione in termini, che come tale deve essere spiegata. Essa designa una forma statuale che succede storicamente allo stato liberale e corrisponde ad un’epoca storica in cui il capitalismo conosce le sue prime crisi, caratterizzate dall’emergere del proletariato come classe antagonista della borghesia. Qui il termine “nazionale” viene ancora mantenuto ma cambia profondamente di significato, assumendo quelli propri delle società naturali, ma spostando l’accento su quelli più propriamente oggettivi, come la razza e il territorio. Il vincolo famigliare viene sostituito con l’appartenenza razziale in quanto la sua estensione degli stati moderni rende inconsistente tale tipo di legame, anche nella sua forma più estesa. Quindi il riferimento diviene quello classico di “terra e sangue” tipico del nazionalismo moderno, sempre accompagnato in subordine da quello culturale, come la lingua. Questo cambiamento di paradigma nasce dalla crisi della borghesia che rivela come la sua base sociale sia del tutto inadeguata alla creazione di un legame sociale essendo essa volta completamente all’esaltazione dell’individualismo e alla sua realizzazione completa. Ma il problema è di carattere strutturale e affonda le sue radici nella base economica della società borghese. In effetti qui il legame sociale è costituito dalla divisione del lavoro nelle sue varie forme, che però produce al contempo il risultato opposto, la polverizzazione del tessuto sociale. Di qui la perenne tendenza del ritorno alla nazione oggettiva, cioè all’idea di “terra e sangue”, ritorno storicamente impossibile, che rende tali tentativi del tutto ideologici. Questa tendenza è all’origine del romanticismo borghese, quale suo aspetto sovrastrutturale ineliminabile e regressivo, che può facilmente trasformarsi in ideologia fascista. Ciò rivela alla borghesia la fragilità del suo sistema politico e sociale, che appare più debole delle antiche società naturali. Di qui il tentativo, votato all’insuccesso di rafforzarlo resuscitando i valori tradizionali, benché antitetici ai valori borghesi. Dal nazionalismo nascerà poi il fascismo, con tutte le sue aberrazioni.

Occorre tener presente che con lo sviluppo del mercato mondiale l’internazionalizzazione del capitale tende a rendere obsoleto il principio di nazionalità. Invece si afferma sempre di più il principio di cittadinanza, cioè il carattere volontario della nazionalità, quindi la sua natura giuridica. Pertanto attualmente il concetto di nazione è stato assorbito da quello di stato e l’appartenenza ad una nazione dipende solo dalla disponibilità ad osservare le sue leggi. Ciò comporta l’assolvere a determinati doveri, per poter essere titolare di determinati diritti. I primi sono essenzialmente il pagamento delle imposte, ciò che comporta una attività lavorativa retribuita. (Significativamente il dovere più gravoso, il servizio di leva, è stato sostituito dall’arruolamento in pianta stabile di militari professionali, cioè retribuiti). I secondi sono essenzialmente la sicurezza della persona e la protezione della proprietà. Si è attuato quindi il riconoscimento dei diritti del cittadino borghese.

Nazionalismo e marxismo

Lo stato nazionale poiché è fondato ideologicamente su basi non economiche, è essenzialmente interclassista, quindi nega il carattere di classe della società storica. Perciò può apparire al proletariato come suo sostegno, attenuando il suo carattere di strumento di dominio della classe egemone, cioè della borghesia nelle società storiche sviluppate. Perciò il nazionalismo estremista è sempre considerato dalla classe dominante un’arma di riserva, da usare nelle situazioni emergenziali, e in tali occasioni da usare fino in fondo, cioè fino a scatenare una guerra sociale.

Questo carattere conservatore del nazionalismo viene spesso trascurato dalle teorie politiche, soprattutto da quelle socialiste moderate, dove al nazionalismo borghese viene opposta non una critica altrettanto profonda, ma una nazionalismo “progressista” che in realtà accetta per l’essenziale quello borghese, confondendo il proletariato con il popolo. E inoltre abdica al suo stesso fondamento teorico. Infatti nel teorizzare un nazionalismo socialista occorre svolgere un discorso storico, per cui tale intento diviene un banco di prova del materialismo storico, quindi per tutta la teoria marxista. Il risultato è prevedibile: viene smentito il postulato fondamentale del materialismo storico, cioè il ruolo subordinato della coscienza, il suo carattere sovrastrutturale rispetto alla base materiale della società, cioè la struttura. E’ questa del resto la cartina di tornasole per valutare il carattere revisionista di un discorso che si rifaccia al marxismo. Ma il nazionalismo ha una sua teoria della storia che viene contrapposta al materialismo storico, lo storicismo. Inteso in senso lato esso comprende ogni metodologia storiografica, ma il contenuto che meglio lo caratterizza è quello che nasce dall’idealismo, cioè dall’applicazione dell’idealismo allo studio della storia. Esso, partendo dal principio che le idee determinano il mondo e in particolare la realtà sociale, afferma che queste idee si materializzano nei popoli, attribuendo loro un’anima. Pertanto ogni popolo ha una missione storica da svolgere: realizzare i contenuti di cui è portatore costituendosi a tal fine in nazione. Così ad esempio Hegel, Mazzini, Michelet. Tale visione si oppone radicalmente al materialismo. Infatti, se lo storicismo è fondato sul concetto di nazione, il materialismo ha il suo fondamento su quello di classe. Infatti per il materialismo la storia è una dialettica che si realizza come lotta di classe dove si scontrano interessi economici, per cui la coscienza è la coscienza di tali interessi materiali. In entrambe le concezioni della storia è sottesa una logica di dominio, in una per affermarla, nell’altra per negarla. Nello storicismo la contrapposizione fra le nazioni ha come fine e conclusione l’emersione di una potenza dominante, nella quale si realizza l’essenza umana, momento che coincide con la fine delle lotte nazionaliste e col trionfo della nazione dominante. Nel materialismo invece la storia è una lotta fra le classi sociali che realizza una dialettica della libertà che ha come finalità il sorgere della libertà come emancipazione della classe oppressa che liberando se stessa abolisce se stessa come classe insieme a tutte le altre. Quindi materialismo storico e storicismo sono due teorie inconciliabili.

Torino, agosto 2014

Valerio Bertello