DIVISIONE DEL LAVORO, SECONDA PARTE







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DIVISIONE DEL LAVORO, SECONDA PARTE

LE DUE DIVISIONI DEL LAVORO

Nella prima parte si è considerato lo sviluppo della divisione del lavoro ponendo la produttività come l’unico fattore che determina l’affermazione di una forza produttiva. Ciò è in ultima analisi vero, ma tale sviluppo è strettamente intrecciato con fattori sociali, innanzitutto i rapporti di produzione, che non possono essere trascurati. Quindi occorre riprendere il discorso ponendo tali rapporti in primo piano.

1. Le due divisioni del lavoro e la contraddizione fondamentale

Il capitalismo sviluppa la divisione cooperativa del lavoro come proprio modo specifico di produzione, conferendo al lavoro sociale un livello di sviluppo che ne fa una forza produttiva integralmente nuova e assai più potente delle precedenti, portando la produttività del lavoro del lavoro a livelli enormemente elevati. Tale evoluzione si contrappone alla precedente divisione sociale del lavoro, quella naturale o dei mestieri, che nasce e si sviluppa spontaneamente prima di essa, inizialmente come scambio di eccedenze tra comunità autosufficienti, poi come risultato della specializzazione, effetto dello scambio stesso.
Trattandosi di divisione del lavoro, entrambe le forme costituiscono un fenomeno sociale, ma vi è tra di esse una differenza sostanziale. La cooperazione è fondata su una socialità reale, sebbene sotto il capitale solo oggettiva ma cosciente, in quanto si svolge sulla base di un piano di produzione. Nell’altro caso la socialità fra i produttori non solo è casuale e incosciente ma lo è in linea di principio, in quanto tale limite non può essere superato. Infatti in questo modo di produzione la socialità si afferma indipendentemente e contro la volontà dei produttori, che vi si oppone soggettivamente in quanto essi si considerano e intendono essere produttori individuali indipendenti. Ma l’ostacolo esiste anche oggettivamente in quanto l’assenza di socialità, cioè la concorrenza, come avviene nella piccola produzione mercantile (ma anche per il modo di produzione capitalistico, limitatamente alla circolazione), è condizione essenziale della realizzazione di tale tipo di divisione del lavoro, in quanto determina l’allocazione ottimale delle risorse. Per cui è opportuno denominare tale divisione del lavoro mercantile, in quanto finalizzata necessariamente alla produzione di merci.1
Finchè si pone come classe portatrice del lavoro sociale la borghesia svolge storicamente un ruolo progressivo, sviluppando la divisione del lavoro come modo di produzione consapevole, che è tale in quanto attuato come esecuzione di un piano di produzione. Il capitale induce, - più esattamente, obbliga, - i singoli produttori isolati a lavorare per il capitalista, - quindi a collaborare fra loro, - rendendo manifesta la superiorità della cooperazione rispetto alla produzione di merci da parte di singoli produttori indipendenti, cioè in confronto alla piccola produzione mercantile. Però nel capitale tale modo di produzione è realizzato solo parzialmente in quanto la cooperazione viene applicata limitatamente all’interno dell’unità produttiva. All’esterno, nelle sfera della circolazione, vale il principio del mercato, che caratterizza la produzione mercantile, ma non tanto riguardo la commercializzazione del prodotto finito, datoche in tale fase la ripartizione è un fatto compiuto, quanto per lo scambio forza lavoro contro salario. Perciò il fine del modo di produzione capitalistico, la produzione di merci, sta in contraddizione con il modo di produzione stesso in quanto cooperativo.

In realtà considerando la questione da vicino, la contraddizione fondamentale, i quanto inerente insieme alla sfera della circolazione e quella della produzione, si sdoppia. Accanto a quella ora menzionata vi è quella tra cooperazione nella produzione e appropriazione privata del prodotto. Tra le due vi è evidentemente un nesso, quale ? Occorre distinguere tra la contraddizione stessa e il modo in cui questa viene composta, che può essere altrettanto contradditorio ma in forme socialmente compatibili. Infatti la prima contraddizione è il modo in cui la seconda viene gestita dal capitale attenuandone il carattere di incompatibilità assoluta. Infatti la prima contraddizione compare nella circolazione e pone capitale e lavoro in un rapporto di scambio, cioè li pone nel mercato, mentre la seconda, che compare nella produzione, li pone in un rapporto di sfruttamento.

Pertanto il problema è posto nei termini seguenti: dove prende origine la coercizione che impone al lavoratore un rapporto di sfruttamento con il capitalista? Detto in altri termini, poiché lo scambio avviene normalmente tra equivalenti, come accade che nello scambio forza lavoro contro salario esso sia ineguale ? La causa deve essere esterna allo scambio stesso e in effetti si trova in un altro momento del ciclo capitalistico, nella distribuzione dei fattori della produzione, che palesa una seconda ineguaglianza la quale spiega la prima. Infatti è l’ineguaglianza di ricchezza che fa sì che i due contraenti del contratto di compravendita, il capitalista e il proletario, non siano su di un piede di parità, anche se appaiono sul mercato come due liberi produttori. Lo scambio, è vero, si presenta come operazione necessaria per entrambi, in quanto entrambi devono produrre, ma per i due contraenti la necessità non è uguale. Tale asimmetria si manifesta come esistenza di un elemento che ha un effetto decisivo sulle condizioni alle quali avviene la stipulazione del contratto, il tempo. Questo determina il momento dell’ “accordo”, che è sempre quello in cui uno dei due soggetti ha l’acqua alla gola. Ma tale momento viene stabilito dal capitalista, non dal salariato. Infatti condizione fondamentale per sottoscrivere un contratto vantaggioso è non essere stretto dalla necessità, non avere fretta di concludere, poter aspettare. Ma il salariato, non possedendo riserve, è sempre sotto l’assillo della necessità, mentre il capitalista sostanzialmente subisce solo il danno di dover mantenere inattivo il suo capitale, al limite intaccarlo o perderlo. Ma ben prima che ciò accada il salariato si sarà arreso.
Quindi l’esito dello scambio è già determinato a priori. Di qui la tirannia del mercato, il suo potere costrittivo, ma tale coercizione ha origine altrove nella distribuzione dei mezzi di produzione. Poiché il salario rappresenta il reddito del lavoratore, cioè la quota del prodotto totale spettantegli, “La distribuzione dei prodotti è chiaramente solo un risultato di questa distribuzione [dei mezzi di produzione] che è compresa nel processo di distribuzione stesso e che determina la struttura della produzione.” (Marx, Introduzione del ‘57, Editori Riuniti, 1974, p. 184).2

Il capitalismo giustifica l’appropriazione privata del prodotto con il diritto di proprietà. Ma nel modo di produzione capitalistico l’appropriazione privata del prodotto è in contrasto con il principio del lavoro libero, secondo il quale il produttore ha diritto ad appropriarsi tutto il prodotto. L’obiezione che viene avanzata dal capitale circa la validità di tale principio si fonda sulla distinzione tra libertà e proprietà. Poiché nel capitalismo vale il principio della libertà d’impresa, ne discende che nella società borghese il lavoro è libero. Ma questa libertà d’impresa, quindi la libertà del lavoro, rimane una astrazione senza la proprietà dei mezzi di produzione. Questa circostanza viene ignorata spostando la questione dal piano concretamente economico a quello astrattamente giuridico scindendo libertà e proprietà. Infatti l’individuo è sempre libero per definizione, per cui può essere o non essere proprietario senza per questo cessare di essere libero.i Ma è la conseguenza di questa separazione ciò che ne costituisce la motivazione profonda e non dichiarata, che costituisce il nocciolo della questione. Cioè il lavoro diviene una fattore della produzione e può essere alienato dal lavoratore, per cui il principio del lavoro libero può essere modificato e la proprietà del prodotto attribuita non al produttore ma al proprietario dei fattori di produzione. Quindi il libero produttore potendo non essere proprietario dei fattori della produzione, compreso il lavoro, perde il diritto di appropriazione sul prodotto.
L’unica maniera per giustificare ciò sta nell’affermare che il valore prodotto, essendo il risultato dell’interazione dei fattori, è equivalente alla somma dei loro valori, più un prodotto eccedente, cioè C = c + v + pv, valore dei fattori e plusvalore. Quindi il prodotto deve prima reintegrare i fattori consumati nel processo di produzione, ciò che rimane è il plusprodotto che va ripartito tra i proprietari dei fattori. Se il proprietario è uno solo a lui va tutto il plusprodotto: è il caso della produzione mercantile semplice. Ma se il lavoro è stato venduto il lavoratore perde il diritto al plusprodotto e deve limitarsi a percepire il prezzo a cui è stato venduto il suo lavoro, che è pari alla reintegrazione del lavoro come fattore della produzione. Mentre il capitalista, in quanto proprietario di tutti i fattori si appropria tutto il plusprodotto. Ma non può farlo come tale, in quanto non può porsi come acquirente e proprietario del lavoro, non può smentire il principio secondo il quale la libertà è indipendente dalla proprietà. Quindi dichiara che il profitto è la remunerazione del capitale. Qui si può constatare come sotto il capitalismo libertà e proprietà siano due principi inscindibili. Infatti il lavoratore, come L'Esaù biblico, è costretto a vendere la sua primogenitura, cioè il diritto a tutto il prodotto, in cambio di una scodella di lenticchie, spinto dal bisogno.

La precedente posizione è insostenibile. Infatti la questione si pone a due livelli: Sul piano oggettivo la risposta dipende dal significato che si attribuisce al termine produzione, che cosa determina il processo di produzione. Mentre sul piano soggettivo la questione verte sul fatto che la proprietà dei fattori di produzione si estenda o meno al prodotto stesso. La risposta alla prima domanda determina quella alla seconda.
Pertanto i principi basilari del modo di produzione capitalistico sono due. Che è possibile oggettivare, quindi mercificare, i fattori della produzione e che il plusvalore va ai loro proprietari. Questi appaiono principi formalmente equi, ma significano nient’altro che chi possiede capitale monetario può acquistare i fattori di produzione, mezzi di produzione e forza lavoro, e così acquisire il diritto a tutto il plusvalore. Infatti ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale, poiché tale conseguenza non è enunciata come norma giuridica, ma appare come risultato di un libero accordo stipulato contrattualmente tra le parti. Anzi, in realtà tale clausola non viene nemmeno esplicitata ma appare come cosa ovvia. Quindi il prodotto è per definizione capitale, cioè capitale nella forma di merce, il quale, convertito nuovamente in capitale monetario deve solo trasformarsi nei fattori della produzione. Cioè, remunerati i fattori della produzione, quindi il lavoro e i mezzi di produzione, mediante il salario e l’ammortamento, fattori in realtà solo reintegrati per quanto sono stati consumati nel processo produttivo, il prodotto netto, cioè il sovrappiù creato ex novo dal lavoro5, è appropriato dai detentori del capitale, e suddiviso in profitto, rendita, interesse e imposta. Ora, che tale appropriazione abbia luogo mediante un accordo contrattuale formalmente libero, permette di violare il principio fondamentale del lavoro libero, cioè che al produttore appartiene tutto intero il prodotto del proprio lavoro, non solo infrangendo un principio “naturale” ma creando una contraddizione con la cooperazione nella produzione. Per cui non è più il lavoro che crea la proprietà, ma la proprietà che si trasforma in lavoro.
Ma è lecita tale inversione ? In realtà questo problena può essere posto oggettivamente in quanto il giudizio dipende da ciò che determina il lavoro quindi da ciò che determina la produzione. Il processo produttivo è l’interazione tra i fattori della produzione: forza lavoro e mezzi di produzione (strumenti e materie prime). Ma i mezzi di produzione sono a loro volta prodotti dal lavoro e vanno considerati come prodotti intermedi. Quindi i fattori si riducono a due, che si distinguono essenzialmente per la loro origine, rispettivamente naturale e storica:

- oggetto di lavoro, frutto di processi naturali;

- forza lavoro, risultato di processi sociali.

Che il primo enunciato è vero è evidente, per il secondo occorre notare che lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale rende il contributo del singolo sempre meno determinante allo svolgimento del processo produttivo. Ciò si riflette anche nel processo di lavoro dove l’interazione tra forza lavoro e oggetto di lavoro si riduce sempre più alla realizzazione di configurazioni di oggetti che interagiscono fra loro in modo determinato a priori, sfruttando a tal fine la conoscenza delle leggi naturali. Infatti Marx notava come “… la forza valorizzante della singola forza lavoro scompare come qualcosa di infinitamente piccolo.” (Grundrisse, p.392 ). Per cui è proprio il capitalismo a realizzare al massimo livello la socializzazione della forza lavoro.
Ma ciò che è prodotto della natura è proprietà collettiva, cioè universale. La proprietà privata è successiva, cioè un prodotto sociale, quindi un atto di appropriazione: occupazione, lavoro, compravendita. Con la divisione del lavoro la stessa forza lavoro diviene un prodotto sociale e storico. Quindi anch’essa è proprietà collettiva essendo prodotta collettivamente dalla società, proprietà che successivamente il mercato mondiale rende anch’essa universale.
Quindi entrambi i fattori sono proprietà universale. Se ne deduce che anche il prodotto è proprietà universale, ma si deduce anche l’inalienabilità dei fattori di produzione, in quanto tale è il carattere della proprietà collettiva.
Pertanto il prodotto avrà il carattere di proprietà collettiva come conseguenza del carattere eminentemente sociale della divisione cooperativa del lavoro. Se tale conseguenza viene aggirata dal capitale mediante quella istituzione fondamentale della società borghese che è il contratto fra due individui giuridicamente liberi è perché il valore politico di tale modo di determinare il rapporto di produzione è decisivo. Ciò spiega perché il modo di produzione cooperativo venga realizzato contradditoriamente nell’ambito di un sistema di divisione sociale del lavoro, cioè di produzione mercantile.6 Ilprodotto è è opera dell'operaio collettivo, il contratto individuale è una finzione.

Ma la questione può essere considerata dal punto di vista del singolo lavorato giungendo alle medesime conclusioni. Cioè la questione può essere posta nei termini seguenti: il lavoro è qualcosa di oggettiv in sé che possa essere distinto dalla sua fonte, cioè il lavoratore stesso ? Nel contratto di lavoro tutto procede supponendo il carattere oggettivo del lavoro. Lo si quantifica in ore, lo si qualifica in mansioni, lo si valuta in una scala di categorie. Ma è proprio tale carattere di oggetto che appare insostenibile, poiché proprio il carattere storico ne denuncia l’origine sociale, cioè convenzionale.
Già la separazione tra lavoratore e mezzi di produzione è una pratica sociale che nasce con il capitale, che permette ad esso di dominare il lavoro attraverso il possesso dei secondi. In precedenza la proprietà aveva per oggetto entrambi i fattori, considerati inscindibili. Il servo legato alla terra, l’artigiano alla sua bottega. Quidi il lavoro appariva o libero insieme alle sue condizioni di esistenza o asservito insieme ad esse. Non vi erano situazioni intermedie, salvo eccezioni. Il lavoro salariato era una pratica marginale, considerata umilinte, praticato solo in caso di estrema necessità e saltuariamente. Inoltre la sua esistenza era resa incerta dall’assenza di un mercato che che fornisse con continuità le merci salario. Infatti fino a tempi recenti si produceva per l’autosufficienza, non per il mercato, salvo qualche eccdenza casuale.
La separazione dei mezzi di produzione dal lavoratore produce anche la sua separazione dal lavoro. Questa seconda separazione riproduce la prima. Il mercato è la forma necessaria a tale riproduzione e alla conferma quindi del diritto al plusprodotto reclamato dal capitalista. Naturalmente questo vale per il regime normale del ciclo capitalista, il capitale originario ha altra origine: il commercio, l’usura fino all’espropriazione pura e semplice, attività che vediamo unite spesso nella stessa persona.
Dunque, come si è visto, la proprietà dei mezzi di lavoro determina per il capitalista la proprietà del lavoro, la proprietà dei fattori della produzione determina la proprietà del prodotto. Il primo di questi trasferimenti di proprietà è essenzialmente scambio di lavori, di tempi di lavoro astratto, cioè socialmente necessario.Infatti qui il capitalista compra tempo di lavoro del lavoratore al prezzo di un tempo di lavoro inferiore, quello che il lavoratore impiegherebbe mediamente a produrre (in teoria), se ne fosse capace, gli stessi beni o altri equivalenti, tra i quali i beni necessari al proprio livello minimo di sopravvivenza. Questo primo passaggio ha luogo nel mercato del lavoro, dove vale la legge dello scambio di equivalenti, che determina la prima forma di appropriazione, per trasferimento del diritto di proprietà mediante accordo tra le parti. Che ciò possa aver luogo in violazione della legge è spiegato, come si è visto dallo squilibrio tra le forze contrattuali dei contraenti.
Il secondo passaggio avviene nella sfera della circolazione, dove si ha la metamorfosi dei fattori della oroduzione nel prodotto finale. Ora vale la legge di trasferimento del valore, per cui il valore dei mezzi di produzione consumati si trasferisce nel prodotto finale. Per quanto riguarda il lavoro vale la legge della valorizzazione, per cui nel prodotto accanto al precedente compare il valore del lavoro erogato, superiore a quello con cui è stato scambiato. Le leggi di trasferimento dei valori, determinate da quelle della metamorfosi dei fattori, determinano a loro volta la proprietà del prodotto. Per la prima legge la proprietà dei mezzi di lavoro partecipa alla proprietà del prodotto nella misura del loro consumo produttivo. Per la seconda legge tutto il resto deve andare al lavoro.
Questo è il punto cruciale. Il capitalista afferma di aver comprato il lavoro dei produttori: tot ore, non importa se pagate al giusto prezzo (che in un mercato non esiste). Quindi il risultato del lavoro è sua proprietà. Ma questa pretesa confligge con il secondo modo di appropriazione: la proprietà sorge dalla produzione, in particolare dal lavoro. Infatti per la legge del valore solo il lavoro (astratto) aggiunge valore ai mezzi di lavoro. E il lavoro è quello del produttore, anche se il capitalista afferma che si tratta del suo(!) lavoro.7 Cioè il lavoro è inseparabile dal lavoratore nella stessa misura in cui è inseparabile dalle condizioni della produzione, cioè della sua stessa esistenza.. Se si pone questo come principio, ne segue un rovesciamento dei ruoli delle classi nel processo di produzione. La classe dominante diviene la classe del lavoro, non quella dei proprietari. Da questa ottica la proprietà del prodotto è incontestabilmente del lavoro, meno gli anticipi forniti dal capitalista. Cioè il prodotto totale meno meno il consumo produttivo dei mezzi di lavoro e sottraendo anche il consumo individuale dei produttori. Cioè il plus prodotto è proprietà del lavoro, che lo ha prodotto.
Pertanto la questione, come sempre quando si tratta di rapporti sociali, è problema la cui soluzione dipende ad principi e dalla denominazione dei concetti in gioco.Ciò significa che è una questione di diritti, che sono in quanto tali essenzialmente rappresentazioni di rapporti di forza. Infatti la possibilità di fornire o negare, gli anticipi di capitale è ciò che costituisce la base del potere politico del capitale. Quindi dell’appropriazione dell’intero prodotto e della possibilità di obbligare i produttori a fornire essi in anticipo il loro fattore di produzione, il lavoro, e a fornirlo al prezzo minimo.
Perché i principi precedenti trovino applicazione è necessario capovolgere i ruoli e i rapporti di produzione, ma è già importante che la legge del valore dimostri tangibilmente il suo carattere ideologico, e quindi come al di là delle apparenze feticistiche si consumi sotto gli occhi di tutti da una parte, nel mercato un gigantesco furto ai danni dei produttoriattraverso pratiche truffaldine, mentre dall’altra, nella produzione vengono preodotti e continuamente rinnovati rapporti di potere materiali disotici che contraddicono l’apparenza egualitaria del mercato.
Ma tutto ciò deve poter emergere alla coscienza e contestato nella prtica. Se non si sottovaluta il potere di accecamento che l’ideologia possiede nel campo dell’economia nella società capitalistica, non è un compito secondario demolire tali luoghi comuni, dati per scontati dal pensiero dominante.

Valerio Bertello
Torino, 30 novembre 2010

1- L’indipendenza dei produttori può essere limitata da strutture corporative, o da sistemi di caste, ma ciò non implica una divisione del lavoro cosciente, ma solo una attenuazione della concorrenza.

2- Cfr. “ Commento a ‘Socialisme ou Barbarie’ e la natura sociale dell’URSS, di J. Barrot”, in questo stesso sito.

3- Anzi, può anche essere debitore insolvente, cioè la negazione della proprietà, e rimanere libero. A questo proposito è significativo l’istituto della bancarotta, che libera il debitore insolvente da ogni obbligo alla sola candizione della perdita di ogni proprietà. Nel mondo preborghese il debitore insolvente pagava il suo debito con la libertà, suo ultimo possesso, sua e di tutta la famiglia, divenendo così con essa schiavo del creditore. Nella società borghese la persona non può essere oggetto di possesso.

5- Cioè il vero risultato del processo, esclusa la reintegrazione di quanto è stato consumato produttivamente nel corso del processo di lavoro.

6- Nella realtà il consenso del lavoratore viene estorto tramite ricatto esistenziale, cioè per il fatto che la forza lavoro consuma e si consuma anche se non produce. Quindi il produrre, cioè l’attività umana che genera un prodotto utile è una necessità per l’individuo. Di più, il fattoche l’individuo è attivo anche quando non produce fa sì che questo carattere di bisogno del lavoro in quanto tale, anzi di bisogno primario, trapassa in quello di bisogno di attività gratuita, fine a se stessa. Entrambi i caratteri sono ben presenti in Marx, il quale afferma che nel comunismo “il lavoro sarà un bisogno, non una tortura”, ed anche “il primo dei bisogni”, e che “l’uomo produce veramente solo quando non è costretto dal bisogno”. D’altronde, anche S.ou B. risolve la contraddizione della cooperazione forzata appellandosi al lavoro come bisogno specificamente umano, ma solo in quanto lavoro sociale libero.

“ Il lavoro reale è ciò che l’operaio fornisce al capitalista come equivalente […] del salario. […] E’ l’esplicazione della sua energia vitale,la realizzazione delle sue capacità di produzione, il suo movimento, il suo, non del capitalista. Considerato come funzione personale il lavoro non è funzione del capitalista, è funzione dell’operaio. “ (Marx, cap. VI, inedito, p.12)