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L’ESPERIENZA DEI COMITATI DI FABBRICA NELLA RIVOLUZIONE RUSSA di Rod Jones - trad. di V. Bertello

(Titolo originale: The Experience of de Factory Committees in the Russian Revolution; testo reperibile presso: http://libcom.org/library/factory-committees-russian-revolution-rod-jones)

INTRODUZIONE

“Per l’operaio russo vivere significava semplicemente non morire.” (1) Prima del febbraio 1917 gli operai russi dovevano sopportare nei posti di lavoro una disciplina militare, fatta di straordinari obbligatori, di un elevato tasso di mortalità negli ‘incidenti’ sul lavoro, e di fame quando tornavano a casa. Nel 1905 avevano sfidato la monarchia zarista e creato in quella lotta qualcosa di interamente nuovo: il soviet (o consiglio). Dodici anni più tardi, dopo due anni di guerra e nel corso di una crescente ondata di scioperi, erano pronti a rovesciare lo zarismo. Nel compiere ciò crearono nuovamente le loro organizzazioni: i soviet e i comitati di fabbrica. Poiché distruggevano la vecchia società dovevano costruirne una nuova. Per gli operai questo significava cambiare le loro condizioni di vita, soprattutto riguardo il loro lavoro. “Perché non le macchine né le fabbriche costituiscono l’essenza del socialismo ma i rapporti fra gli esseri umani.” (2)

Accanto ai tentativi degli operai russi di creare il socialismo – non come una lontana ed astratta utopia contenuta nel programma di un partito politico, ma affrontando e cambiando la realtà concreta della loro vita quotidiana – vi erano le attività dei partiti socialisti, presumibilmente in sintonia con le aspirazioni della classe operaia. Questo opuscolo narra la storia delle lotte degli operai russi, in particolare degli sforzi portati avanti dai comitati di fabbrica. Il successo conseguito dai bolscevichi nello sconfiggere la classe operaia, distruggendo così ogni speranza di edificare il socialismo, è l’altra faccia di questa storia. Gli attuali sostenitori di Lenin e Trotsky esibiscono i loro scritti e le loro idee politiche come qualcosa che riguarda la classe operaia e il socialismo. E’ quindi ancora necessario svelare quanto fosse fondamentalmente capitalista il loro intervento politico quando si trovò di fronte una classe operaia che stava prendendo il potere dove è realmente importante – nel luogo di lavoro, per mezzo dei comitati di fabbrica, e nella società per mezzo dei consigli locali. Il lato negativo di questo opuscolo è il bolscevismo, il lato positivo ciò cui gli operai pervennero e ciò cui tentarono di pervenire, anche nella sconfitta.

LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO

Furono gli operai di Pietrogrado la scintilla che fece deflagrare la rivoluzione di febbraio, Dopo settimane di scioperi nel corso dei quali la polizia aveva attaccato le fabbriche, la parte più oppressa della classe operaia, le operaie tessili, assunse l’iniziativa. Richieste di pane e assalti alle panetterie sfociarono in un dimostrazione di massa, promossa dalle operaie il giorno della festa internazionale della donna. Le donne avevano respinto la direttiva della sezione locale del partito bolscevico, che diceva di attendere fino al primo maggio ! Al primo grido “pane !” fece subito seguito “abbasso l’autocrazia ! abbasso la guerra !”. Il 24 febbraio mezza Pietrogrado era in sciopero. Gli operai andarono alle loro fabbriche non per lavorare ma per tenere assemblee, votare mozioni per poi uscire a manifestare. Il comitato del partito bolscevico di Vyborg si oppose agli scioperi: “… poiché il comitato riteneva il momento prematuro per una azione di forza – non essendo il parto abbastanza forte e avendo gli operai pochi contatti con i soldati – decise di non indire scioperi ma di prepararsi per una iniziativa rivoluzionaria in qualche indefinito momento futuro.” (3)
Ignorando quanto il momento fosse prematuro gli operai scesero in sciopero fino a raggiungere il numero di 240.000 aderenti. Scioperanti e dimostranti si scontravano con la polizia in armi e avvicinavano i soldati sollecitando il loro appoggio, soprattutto per avere armi. Finalmente il comitato centrale bolscevico si risolse a proclamare uno sciopero generale, proprio quando lo sciopero già in corso stava diventando una rivolta armata. La sera del 24 febbraio il distretto di Vyborg a Pietrogrado venne occupato dai rivoluzionari, i commissariati di polizia distrutti, la polizia letteralmente buttata fuori a calci, i carcerati liberati, stabiliti collegamenti con i distretti vicini. La sera seguente la quarta compagnia del reggimento Pavlovsky si ammutinava e apriva il fuoco sulla polizia. Il 27 gli operai ‘ispezionavano’ tutte le prigioni di Pietrogrado e liberavano i prigionieri politici. I soldati erano già passati alla rivoluzione, quando solo un organizzazione bolscevica lanciò un appello all’esercito, che però nemmeno sollecitava i soldati ad appoggiare gli operai.
La rapidità ed il successo di questa rivoluzione dal basso colsero di sorpresa tutti i socialisti, i quali avevano propagandato la rivoluzione per anni. “I dirigenti osservavano il movimento dall’alto, esitavano, erano in ritardo – in altre parole, non dirigevano. Erano a rimorchio del movimento. Più ci si approssima alle fabbriche, maggiore è la determinazione.” (4) Invece di parlare e scrivere, gli operai si fecero avanti e agirono. Iniziarono a creare le loro proprie organizzazioni, allo scopo di soddisfare le proprie esigenze. I socialisti ora scoprivano negli operai comportamenti sorprendenti. “I capi della rivoluzione non compresero nemmeno che, dopo che essi stessi avevano sollecitato il popolo a subentrare nella gestione degli affari locali, la gente, che ne aveva abbastanza di essere comandata ed irregimentata, avrebbe risposto con entusiasmo all’idea di autogovernarsi per mezzo dei soviet e di farla finita con la competizione; essi sognavano una nuova vita.” (5) Ora gli operai avrebbero accettato decisioni dall’alto solo quando si fossero trovati in accordo con esse. Di fronte al ‘caos’ generato da operai che agivano per proprio conto, risuonarono appelli alla ‘disciplina’ provenienti dal bolscevico Stalin, dal socialista moderato Gorkij e dal patriota anarchico principe Kropotkin.
Analogamente, i socialisti non presero in considerazione le rivendicazioni provenienti dagli operai e dai contadini. Gli operai reclamavano la giornata di otto ore, l’abolizione del cottimo, paga uguale, abolizione del lavoro minorile, miglioramenti nella sicurezza del lavoro e rapporti dignitosi con i dirigenti ! Queste prime richieste riflettevano il desiderio di umanizzare il lavoro e che venisse riconosciuta agli operai un po’ di dignità. Le operaie analogamente reclamavano paga uguale, migliori condizioni di lavoro e più igiene. Il nuovo egalitarismo venne espresso dagli operai ancora in altro modo: importa solo il presente; nessuno può pretendere che gli sia riconosciuto qualche genere di superiorità o di priorità in nome di quanto ha compiuto in passato. La lavagna deve essere cancellata: quando Khrustalev-Nosav reclamò un seggio nel comitato esecutivo del soviet di Pietrogrado per il fatto di di essere stato parte del soviet nel 1905, la richiesta venne respinta fra boati.

LA NASCITA DEI COMITATI DI FABBRICA

Un industriale di nome Auerbach deplorò che “la rivoluzione era percepita dagli strati sociali più bassi come qualcosa di simile ad un Carnevale: i domestici, ad esempio, scomparivano per giornate intere, passeggiavano esibendo nastri rossi, correvano in automobile, tornavano a casa il mattino solo per il tempo di lavarsi e uscivano nuovamente a divertirsi.” (6) Mentre alcuni scomparvero usando la nuova libertà per scoprire come l’antica classe dominante trascorresse piacevolmente il tempo, altri si dedicarono a compiti costruttivi. I comitati di fabbrica fecero la loro apparizione: uno dei primi si formò il 2 marzo quando la Prima Centrale Elettrica elesse un consiglio di 24 membri (di cui 10 bolscevichi). Alla fine di marzo consigli e comitati del genere esistevano in quasi tutti gli stabilimenti di Pietrogrado e Mosca: erano forti soprattutto nelle industrie metallurgiche.
Il soviet di Pietrogrado, allora controllato da socialisti moderati e contrari al controllo operaio, stabilirono il 5 marzo quale giorno di ritorno al lavoro (come sempre la cosa più importante è far lavorare i lavoratori), mentre tentavano immediatamente di indurre i nuovi comitati di fabbrica a svolgere un ruolo ‘utile’. Il 7 marzo esso dichiara. “Allo scopo di realizzare il controllo della gestione delle fabbriche e delle officine, cioè una adeguata organizzazione del lavoro, devono immediatamente essere costituiti comitati di fabbrica e di officina. Essi devono vigilare che le forze produttive non siano dissipate e sorvegliare le condizioni di lavoro nello stabilimento. I soviet non scesero in lotta per la giornata di otto ore rivendicata dagli operai, finché gli operai di Mosca e Pietrogrado semplicemente si fermarono dopo otto ore e lasciarono le fabbriche. Il 10 marzo sulla questione della giornata di otto ore l’associazione dei proprietari di Pietrogrado capitolò e in accordo con il soviet ‘permise’ la costituzione dei comitati di fabbrica, pur tentando di limitarli in ogni modo. A mosca la lotta durò più a lungo. Quando il soviet locale lanciò un appello per il ritorno al lavoro i lavoratori lo respinsero, costringendo il soviet a dichiarare in vigore la giornata di otto ore a partire dal 21 marzo, e a quel punto i padroni dovettero concederla. Gli operai russi avevano vinto una prima battaglia con le loro proprie forze, , non grazie ai soviet dominati dai socialisti. Ora disponevano di più tempo per incontrarsi, discutere, leggere e – ciò che è importante – addestrarsi con il fucile.
I comitati di fabbrica stessi furono in grado di provvedere a un impiego per questo tempo disponibile appena trovato: nelle fabbriche vennero costituiti reparti armati di lavoratori e aperti corsi di formazione. Senza attendere alcun ‘permesso’ dai soviet o dal governo i comitati si fecero carico di ogni genere di compiti. Dove non esistevano sindacati essi entrarono nella contrattazione del salario ed ebbero accesso ai libri contabili aziendali. I comitati vigilavano sulle assunzioni e sui licenziamenti degli operai. A causa del sabotaggio praticato dagli imprenditori, alcuni dei quali semplicemente abbandonarono l’azienda, i comitati per prima cosa mirarono a fare in modo che la produzione proseguisse, procurando i materiali, provvedendo alla manutenzione del macchinario, soddisfacendo gli ordinativi: in una situazione di crescente collasso economico furono i comitati a svolgere un ruolo costruttivo, nonostante fino a quel momento la forma di controllo operaio fosse molto parziale. Da parte dei lavoratori non era stata dimenticata la differenza tra controllo, che implica la supervisione e la sorveglianza sulle decisioni prese da altri, e gestione, che implica un processo decisionale. Il comitato di fabbrica delle gigantesche officine Putilov, eletto dal 90% delle maestranze, alla fine di Aprile dichiarò: “Impegnandosi nell’autogestione i lavoratori delle singole imprese si preparano per il momento in cui la proprietà delle fabbriche sarà abolita e i mezzi di produzione trasferiti nelle mani della classe operaia. Questo grande e importante obbiettivo per il quale gli operai stanno lottando deve essere tenuto ben fermo nella mente, anche se nel frattempo ne stiamo realizzando solo alcuni aspetti secondari.” (8)
I comitati di fabbrica riconobbero la necessità di coordinare le loro attività al di là dei limiti dei singoli stabilimenti. Iniziative verso la centralizzazione vennero decise nel corso di un incontro tra i rappresentanti dei comitati dei dodici maggiori impianti metallurgici, incontro che si tenne a Pietrogrado il 13 marzo, meno di tre settimane dopo la rivoluzione, Sebbene questa conferenza non promuovesse alcuna organizzazione permanente, in un convegno di comitati di fabbrica, tenutosi a Mosca all’inizio di aprile, veniva presa l’iniziativa, insieme ad altre simili assemblee di alcune provincie, di istituire dei centri di coordinamento finalizzati alla istituzione di collegamenti tra le città. Una assemblea di operai delle officine del dipartimento della marina e dell’artiglieria approvò l’attribuzione ai comitati della competenza riguardo le assunzioni e i licenziamenti, l’accesso ai libri contabili e così via. I comitati più radicali non tenevano conto delle normative e agivano di propria iniziativa secondo quanto richiedevano le circostanze. La conferenza, tenutasi il 15 aprile, istituì anche una direzione centrale allo scopo di coordinare i comitati di fabbrica del settore statale. Alla fine di aprile il comitato delle officine Putilov convocò una conferenza con riferimento ad una base più ampia. Il 29 maggio una conferenza di comitati di fabbrica tenutasi a Kharkov approvò una risoluzione nella quale i comitati erano dichiarati “organi insurrezionali” e si affermava che dovevano impadronirsi delle fabbriche e gestire la produzione. Evidentemente alcuni operai avevano sviluppato un pensiero più avanzato e avevano le idee più chiare su ciò che gli necessitava per soddisfare le proprie aspirazioni.
A maggio le speranze di fabbraio stavano svanendo: per quanto riguardava gli operai il nuovo governo era un fallimento e gli scioperi venivano repressi con i licenziamenti. Operai e comitati di fabbrica si trovarono nella condizione di essere obbligati a subentrare nella direzione della fabbrica, e ciò più a causa delle manovre della proprietà che per un reale impegno verso il socialismo e l’autogestione in quanto tali. La ‘Prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado e circondario’, quella richiesta dagli operai della Putilov, ebbe luogo dal 30 maggio al 5 giugno. Vi parteciparono i delegati di 367 comitati di fabbrica, che rappresentavano 337.464 operai di Pietrogrado (su un totale di circa 400.000) Il tema principale del dibattito era: chi doveva dirigere l’industria ? I socialisti moderati erano a favore del controllo statale ad opera del governo. Gli operai volevano il controllo da parte degli operai, e in ciò erano appoggiati dagli anarcosindacalisti e dai bolscevichi, convertitisi recentemente a quest’idea. Ma mentre gli operai tendevano a immaginarsi che il ‘controllo operaio’ significasse che essi avrebbero diretto le cose, la concezione che ne avevano i bolscevichi era piuttosto differente. Lenin (inutile chiedersi di quale comitato di fabbrica facesse parte) prese la parola alla conferenza ed ebbe questo da dire: “… una maggioranza di operai deve entrare a far parte degli organismi responsabili … e gli amministratori devono rendere conto del loro operato a tutte le più autorevoli organizzazioni operaie.” (9) Chiaramente qui da una parte vi è l’amministrazione e dall’altra gli operai: la stessa divisione di ogni società di classe. Venne approvata una risoluzione bolscevica nella quale ai comitati di fabbrica fu “concesso di partecipare” al controllo insieme ai soviet, ai sindacati e ai rappresentanti dei partiti politici !
Il consiglio centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado era composto di 25 membri. I suoi compiti comprendevano i rifornimenti di carburane, materie prime e macchinari, la diffusione dell’informazione e la costituzione di un comitato per gli aiuti ai contadini. Esso riuscì a sostenere nelle loro lotte i comitati più deboli e da allora fu più o meno in sessione permanente. Il consiglio centrale di Pietrogrado inviò anche delegati nelle altre città. Alla fine di giugno esistevano 25 analoghi comitati centrali di fabbrica in città e distretti, in ottobre erano stati costituiti 65 di tali centri e si erano tenute più di un centinaio di assemblee nelle quali erano stati discussi i problemi che i comitati di fabbrica si trovavano a fronteggiare. La relazione della conferenza di Pietroburgo osserva che “… al momento i comitati sono obbligati a intervenire nella svolgimento degli affari economici, altrimenti questi cesserebbero di svolgersi.” (10)
Alla fine di giugno il comitato di fabbrica dell’impresa Brenner dichiarò esplicitamente: “In considerazione del rifiuto opposto dalla direzione alla continuazione della produzione il comitato di fabbrica in assemblea plenaria decide soddisfare gli ordinativi e di proseguire il lavoro.” (11) L’estrema ostilità manifestata dagli imprenditori verso i comitati stava portando al collasso economico, che poteva essere evitato solo con lo stabilirsi tra i comitati dei collegamenti locali, regionali e nazionali. Il governo provvisorio, i sindacati e i soviet (controllati dai socialisti moderati) non erano assolutamente in sintonia con i comitati di fabbrica. Inizialmente gli operai si erano identificati con il soviet di Pietrogrado. La sua debolezza e l’incapacità, o il rifiuto di accogliere le rivendicazioni degli operai rafforzarono i comitati. Nella misura in cui i comitati si coordinavano a livello nazionale, essi si trovarono in conflitto con i sindacati, e come iniziarono ad agire politicamente si scontrarono con i soviet ‘socialisti’. I comitati avevano degli alleati nei comitati di distretto, sorti dappertutto in Pietrogrado, in parte per difendere la città. La loro autorevolezza ed efficienza erano tali che la gente si rivolgeva a loro, se voleva che le cose fossero fatte. Essi creavano mense, asili nido, centri culturali; frenavano l’alcoolismo e il gioco d’azzardo; requisivano case vuote e tentavano di organizzare i rifornimenti di viveri.
Nelle grandi fabbriche i comitati erano articolati in commissioni, ognuna competente per un settore del processo produttivo dell’impianto. Ad esempio, nelle officine Mednoprokatny erano presenti nove commissioni che si occupavano degli approvvigionamenti di combustibile, degli ordinativi, dell’ambiente di lavoro, delle assunzioni e licenziamenti, della biblioteca, della smobilitazione (cioè della riconversione della produzione di guerra in produzione di pace), del recupero rottami, del coordinamento e del controllo. Indubbiamente erano gli operai qualificati quelli che tendevano a dominare il movimento dei comitati nel suo complesso e nei singoli posti di lavoro. Sapevano come funzionano gli impianti, erano più istruiti ed erano abituati ad organizzarsi, esperienza maturata attraverso lunghi anni di repressione zarista. Tuttavia non deve essere sottovalutato il ruolo svolto dai meno qualificati. La forza lavoro presente in Pietrogrado era raddoppiata nel corso della guerra e il livello di coscienza del recente apporto di contadini ebbe spesso carattere più radicale, essendo antizarista e immediatamente anticapitalista. Furono questi operai che spinsero per l’uguaglianza salariale, e molti operai qualificati militanti appoggiarono la richiesta.
I comitati inclinavano verso i bolscevichi perché erano di gran lunga più radicali dei socialisti moderati menscevichi e perché ‘sostenevano’ i comitati di fabbrica. Infatti, i comitati di fabbrica nell’aspra fase finale della loro lotta contro i proprietari furono la prima organizzazione operaia a ‘bolscevizzarsi’. Alla conferenza di giugno una risoluzione bolscevica venne approvata con 337 voti favorevoli su 421. Tuttavia fu agli operai e non ai politici che fu demandato il compito di risolvere i problemi reali, pratici, come quello di quale risposta dare alla crescente pratica della serrata messa in atto dai proprietari. Ad una conferenza un operaio, nauseato dagli interminabili discorsi dei militanti politici, così si rivolse a bolscevichi e menscevichi insieme: “Ne ho abbastanza di tutte le vostre chiacchere. Non avete mai risposto alle nostre domande – cosa dobbiamo fare se il padrone minaccia di chiudere ? Voi siete sempre pronti con le declamazioni e le parole, ma nessuno ci ha ancora detto cosa fare nella situazione concreta … cosa facciamo se la fabbrica chiude ? Dobbiamo decidere questo, siamo stati mandati qui per questo, e se non ce lo dite noi andiamo avanti per conto nostro.” (12)

SOVIET, PARTITI E SINDACATI

Bolscevichi e menscevichi si scontravano non per risolvere i problemi degli operai ma per avere la direzione della classe operaia,. Gli operai tendevano a prestare poca attenzione alle differenze tra i vari gruppi e partiti della sinistra, differenze che importavano moltissimo ai socialisti medesimi. Comunque bolscevichi e menscevichi della base si erano sovente uniti nei giorni immediatamente susseguenti la rivoluzione di febbraio. Ma mentre i socialisti moderati si screditavano, i bolscevichi riuscivano a guadagnare sostenitori presentandosi come partito alieno da compromessi. Il Febbraio aveva dato agli operai la libertà di organizzarsi e così essi riuscirono a costringere gli imprenditori e il governo a fare concessioni sulla giornata di otto ore, migliori condizioni di lavoro, assicurazioni sociali e così via. Quando, per necessità, iniziò il movimento per l’autogestione esso appariva qualcosa di estraneo non solo alle precedenti rivendicazioni degli operai., ma anche a tutte le organizzazioni socialiste e ai sindacati. A maggio vi erano circa 2000 sindacati con 1.5 milioni di tesserati; in ottobre gli iscritti erano 2 milioni. Alcuni sindacati esistevano solo di nome, con iscritti solo sulla carta, mentre altri erano inattivi. I sindacati attivi consideravano i comitati di fabbrica come sezioni locali del sindacato e poco più. Dal canto loro i comitati, che erano stati di gran lunga i più veloci a farsi carico ed organizzare lo scontento, erano favorevoli ad una collaborazione con i sindacati, ma certamente non a sottomettersi ad essi.
I sindacati erano controllati politicamente dai menscevichi. Per loro la rivoluzione era democratico- borghese, inaugurava un’epoca direttamente capitalistica: quindi consideravano loro compito creare sindacati al fine di organizzare e difendere gli operai, come nell’Europa occidentale. Essi erano favorevoli al controllo statale dell’economia, prospettiva nella quale non vi era spazio per comitati di fabbrica e controllo operaio. Come venne espresso dal menscevico Dalin: “I comitati di fabbrica devono solamente assicurare che la produzione vada avanti, ma non devono prendere nelle loro mani al produzione e le fabbriche … Se la proprietà abbandona le imprese, esse non devono passare nelle mani dei lavoratori ma sotto la giurisdizione della città o del governo centrale.” (13) Coloro che dovevano dirigere l’industria erano i capitalisti o lo stato borghese, in nessun caso i lavoratori.
In punto di vista completamente opposto era era quello degli anarcosindacalisti, per i quali i comitati di fabbrica costituivano l’inizio della futura società socialista. Maximov e il gruppo del “Golos Truda” reclamavano il “controllo operaio totale” sul processo di produzione stesso. Il loro atteggiamento critico verso i sindacati e il concreto sostegno ai comitati guadagnò agli anarcosindacalisti una certa influenza sui lavoratori, specialmente a Vyborg e a Kronstadt. Tuttavia l’insofferenza che nutrivano per la centralizzazione faceva sì che rimanessero nel vago riguardo a come i comitati potessero collegarsi attraverso il paese. I bolscevichi avevano assunto quella che appariva come una posizione ambigua, spostando l’enfasi del discorso dai comitati ai sindacati. Questo fatto era in parte conseguenza della differenza esistente tra le posizioni della dirigenza del partito, incerte (a parte Lenin) su cosa volesse dapprima, e i membri della base, i quali, essendo molti di loro operai, erano attivi nei comitati di fabbrica. Le Tesi di Aprile di Lenin impostarono il tono della sua linea di pensiero: ”Il nostro compito immediato non è l’ ‘introduzione’ del socialismo, ma l’immediato passaggio al semplice controllo sulla produzione sociale e e la distribuzione dei prodotti da parte dei soviet dei deputati dei lavoratori.” Nella ‘Pravda del 4 giugno ripeteva che il controllo operaio sarebbe stato realizzato dai soviet. I comitati di fabbrica non sono menzionati. Per Lenin il controllo operaio era una forma di contabilità e il socialismo semplicemente il controllo della produzione da parte dello stato. Tuttavia nel partito molti militanti pensavano che fosse in gioco una trasformazione sociale decisiva. Navimov, un operaio bolscevico del consiglio centrale dei comitati di fabbrica, così si esprimeva alla prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. “Il controllo deve essere creato dal basso, non dall’alto; deve essere creato democraticamente, non burocraticamente; faccio appello a voi perché vi facciate carico di questa missione. Solo noi operai possiamo realizzare ciò che è necessario per la nostra esistenza futura.” (14)
I bolscevichi avevano appoggiato la costituzione del consiglio centrale dei comitati di fabbrica, ma strumentalizzavano i comitati nella lotta che conducevano contro i menscevichi per sottrarre loro il controllo dei sindacati. Nel congresso panrusso dei sindacati, tenutosi in giugno, Milyutin, il rappresentante bolscevico, disse che i comitati dovevano essere le cellule del sindacato e che il controllo operaio sarebbe stato esercitato dai sindacati e dai soviet. Occorre dire che prima del Febbraio nessun bolscevico si era mai espresso sulla questione del controllo operaio e dei problemi connessi. Tuttavia i loro principi politici fondamentali già iniziavano a spingerli ad opporsi al movimento operaio reale. Poiché i comitati stessi non erano sempre uniti e non avevano posizione chiara riguardo le loro relazioni con le altre istituzioni e organizzazioni operaie, il conflitto non assunse forma concreta se non dopo l’Ottobre.
Nel 1905 il Soviet dei deputati dei lavoratori era sorto da uno sciopero generale. Nel 1917 questa creatura venne risuscitata, ma con una differenza: i socialisti formarono un comitato esecutivo provvisorio del Soviet, atto compiuto sia indipendentemente dai lavoratori che anticipandoli. Nacque così una dirigenza che si costituì da sé e che non includeva alcun lavoratore. Questi primi dirigenti del Soviet erano socialisti moderati, che speravano di eliminare gradualmente i soviet in concomitanza alla creazione dell’apparato di una repubblica borghese. Qualche elezione di limitata importanza venne svolta già fin dal 24 febbraio; elezioni a livello cittadino ebbero luogo a Pietrogrado il 28, cioè il giorno successivo a quello in cui venne formato il il Comitato Esecutivo Provvisorio. Queste elezioni assegnavano un deputato ogni mille elettori, oppure uno per ogni fabbrica piccola, insieme ad uno per ogni compagnia di soldati (di norma 250 uomini). Pertanto, alla metà di marzo, le grandi fabbriche, che comprendevano l’87% dei lavoratori ebbero 424 delegati, le piccole fabbriche con il rimanente 13% ne ottennero 422, e i soldati circa 2000. Non solo i soldati avevano nel Soviet una influenza eccessiva, ma accadeva pure che i delegati operai non fossero operai ma esponenti radicali della classe media, di una tendenza o l’altra.
Il comitato esecutivo provvisorio di Pietrogrado comprendeva inizialmente 42 membri: in principio includeva sette operai e otto soldati, elementi che vennero presto sostituiti. Il bolscevico Shlyapnicov aveva proposto con successo che a ogni partito socialista fossero assegnati automaticamente due seggi nell’esecutivo. In certi casi a tutti i partiti, ai sindacati maggiori e alle cooperative fu consentito di inviare due delegati. Così Stalin e Kamenev, entrambi notoriamente lavoratori di Pietrogrado, entrarono nel comitato senza essere eletti. Al primo congresso dei soviet erano presenti 57 funzionari esecutivi, i quali comprendevano appena quattro lavoratori, un marinaio e un soldato. Nessun soldato o lavoratore prese la parola nel corso dei lavori; tutti discorsi vennero pronunciati da membri del partito, nessuno dei quali proveniva dalla classe operaia.
Il ruolo dominante dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari, un altro partito socialista moderato, si rifletteva nel modo in cui il soviet di Pietrogrado sollecitava il ritorno al lavoro per marzo, ciò prima che il governo provvisorio accordasse la giornata di otto ore o muovesse qualche passo verso la pace e verso una soluzione della questione della terra. Fu la mobilitazione dellle masse e la minaccia di uno sciopero generale ciò che fece ottenere ai lavoratori una riduzione della giornata lavorativa. Allo stesso modo il Soviet tentò di limitare il controllo operaio istituendo dei ‘comitati di mediazione del lavoro’ per risolvere le vertenze. Esso tentò di reprimere manifestazioni contro la guerra. Nel complesso i socialisti moderati guardavano verso la borghesia al fine di istituire una capitalismo sul modello occidentale, non ai lavoratori per creare il socialismo. Nonostante ciò il comitato esecutivo provvisorio si trovò sottoposto a fortissime pressioni da parte dei lavoratori. Fu sollecitato a nazionalizzare la Banca Centrale, la Tesoreria, la Zecca; anche gli uffici postali e telegrafici, le stazioni ferroviarie e le altre tipografie furono sequestrati. Fin dal 6 marzo assemblee di lavoratori militanti chiedevano che il Soviet prendesse il potere. Tuttavia queste prime istanze di “Tutto il potere ai soviet” incontrarono l’opposizione da parte di molti lavoratori, della maggioranza dei soldati e soprattutto da parte dei dirigenti socialisti dello stesso Soviet. I bolscevichi in questa fase sostennero l’idea che il soviet dovesse appoggiare il governo provvisorio.
A giugno vi erano 519 soviet, dei quali 28 comprendevano solo operai, 101 operai e soldati, 305 operai, soldati e contadini, i rimanenti tutte le classi. La maggior parte di questi soviet era diretta da quella classe di non lavoratori costituita dagli attivisti di partito. Una volta entrati in questi soviet di livello superiore i militanti di partito potevano controllare le altre posizioni. Ad esempio, Anisimov, presidente del soviet dei comitati di distretto, non era stato eletto da alcun comitato di distretto, ma era stato nominato dai suoi colleghi menscevichi. Evidentemente, secondo il modo di vedere di questi socialisti, alcuni sono predestinati a dirigere, altri ad essere diretti. Anche i bolscevichi furono felici di costruirsi maggioranze con metodi analoghi. Comunque per gli operai questi soviet cittadini tendevano ad essere troppo lenti per aiutarli a fronteggiare i loro pressanti problemi. I soviet locali e i comitati di fabbrica agivano di loro iniziativa, senza il benestare superiore, ciò per fare in modo che le cose fossero fatte. A volte essi si univano a questo livello locale di distretto. Qui gli operai si mostravano capaci di condurre gli affari, lasciando gli intellettuali alla produzione di chiacchere nei soviet cittadini. I soviet locali si fecero carico di problemi economici, politici e sociali: vettovaglie, abitazioni, giustizia e cultura: tutto entrava nella loro orbita. Essi difendevano la loro autonomia, ma erano pronti ad unirsi – dal basso - tenendo una conferenza interdistrettuale a Pietrogrado. Ciò li mise in contrasto con il comitato esecutivo del soviet cittadino. Analogamente a Mosca i soviet locali furono molto più radicali del soviet cittadino diretto dai menscevichi.

I CONTADINI PRENDONO LA TERRA

Mentre gli operai e i soldati lanciavano appelli per incontrarsi con altri, rendendosi conto lentamente che solo loro stessi potevano conseguire i propri fini, i contadini passavano direttamente all’azione. Si diffondevano sollevazioni contadine e occupazioni di terre. I contadini applicavano le misure della loro riforma agraria e non tenevano in cinsiderazione il governo provvisorio, che era contrario all’occupazione delle terre. Vennero costituiti comitati di contadini a livello di villaggio (volost), distretto (uezd) e regione (gubernya). Le decisioni tendevano a fluire verso l’alto; quelle che andavano verso il basso erano accettate solo se essi erano d’accordo. I dibattiti all’interno dei socialisti rivoluzionari, il partito dei contadini, non erano più di reale interesse per i contadini. Ciò che loro importava era l’irreversibilità delle decisioni che stavano prendendo e delle misure che stavano adottando nella questione della terra.
L’immagine che si ha dei contadini come di una massa di ignoranti nemici del socialismo, un mare nel quale gli operai sarebbero annegati, è assolutamente falsa. Essi si misero ad occuparsi dei loro affari con entusiasmo e l’analfabetismo non fu un ostacolo quando vollero esprimere le loro capacità.. I 45 membri eletti del comitato contadino dello uezd di Novochastky affermarono che “avrebbero organizzato la nuova società.” L’assemblea contadina di Penza del 15 maggio era composta da contadini analfabeti e una sola persona istruita, un insegnante che metteva per iscritto le loro risoluzioni. Essi si rivolsero ai proprietari perché “dessero esecuzione alle loro decisioni e cedessero spontaneamente la loro proprietà al comitato per la terra del volost, in modo da evitare occupazioni illegali da parte di singoli contadini.” (15) L’assemblea decise il controllo dei canoni d’affitto, definì l’estensione della terra di cui ciascun individuo o unità familiare poteva disporre, supervisionò il raccolto, assicurò una utilizzazione ottimale della terra. L’assemblea contadina di Samara mostrò quanto fosse grande l’impazienza dei contadini verso i politici sulla questione della terra. Un contadino così inveì contro un menscevico: “Dobbiamo sempre aspettare; tu somaro, non pensare di prenderci per il naso.” Si preoccupavano poco della ‘legalità’ delle loro azioni. “Questo branco di avvocati” disse uno di loro “dice ancora di essere dalla nostra parte, ma noi sappiamo che le cose sono diverse; essi ci tradiranno.” (16) Il decreto sulla terra di Lenin non poté far altro che riconoscere il fatto compiuto: 65 dei 70 soviet contadini avevano già distribuito la terra.
I contadini si affrancarono prontamente dai ceppi della religione. Così un prete si lamentava: “Di questi tempi i miei parrocchiani vogliono solo andare alle assemblee dei soviet e quando rammento loro la chiesa dicono che non hanno tempo.” (17) Un contadino disse qual’era il motivo direttamente in faccia ad un prete: “Per secoli pochi nobili e proprietari terrieri hanno tenuto sottomessi milioni di povera gente, li facevano sanguinare e sudare mentrè voi cantavate in coro: ‘Lunga vita allo zar e ai nostri governanti’; nonostante ciò, ora che il popolo ha il potere e sta tentando di instaurare l’uguaglianza, tu ‘sant’uomo’ non vuoi darci la tua approvazione.” (18)
Gli operai erano consapevoli dell’importanza del ceto contadino per il successo della rivoluzione. La conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado discusse il problema agrario nella prospettiva di un consolidamento delle relazioni con i contadini. Gli operai di Pietrogrado crearono nelle fabbriche delle commissioni speciali allo scopo di raccogliere rottami metallici e pezzi difettosi per un progetto da essi chiamato ‘Operai per i contadini’ nel quale si producevano attrezzi per i contadini. Vennero inviati nelle campagne dei delegati incaricati di negoziare direttamente, operai e contadini, forniture di grano. Non vi è alcuna ragione per ritenere che operai e contadini non potessero instaurare un rapporto praticabile: l’autogestione non è una minaccia per i contadini.

LE GIORNATE DI LUGLIO

In giugno si verificarono scioperi tra i lavoratori più sfruttati: tintori, commessi e lavandai, cioè tra i lavoratori dequalificati. Il sommarsi di inflazione, serrate e la frustrazione derivante dalla politica del governo e dei soviet fece salire la temperatura. In una manifestazione del 18 giugno comparve uno striscione con questo slogan eclatante: “Il diritto alla vita viene prima dei diritti della proprietà privata.” Esso spiccava in mezzo al pantano di slogan di partito che dicevano sostanzialmente : ‘Abbasso il governo’. Furono i lavoratori quelli che videro la questione nei suoi termini più fondamentali. Con lo sciopero delle officine Putilov gli operai qualificati del settore metallurgico ora si univano lal movimento. I bolscevichi li esortavano a moderarsi. Lenin si spinse a dichiarare sulla ‘Pravda’ del 21 giugno: “comprendiamo la vostra amarezza, comprendiamo l’inquietudine dei lavoratori di Pietrogrado, ma noi diciamo loro: compagni, attaccare immediatamente sarebbe una mossa inopportuna.” Molti bolscevichi della base deplorarono ciò, non gradendo di svolgere il “ruolo del pompiere”. In una assemblea delle officine Putilov un bolscevico che aveva detto che gli operai dovevano aspettare che il partito dichiarasse se una manifestazione fosse opportuna, ricevette una risposta tagliente “Vuoi di nuovo rimandare. Ma noi non possiamo sopportare più a lungo di vivere in questo modo … “ (19) Nel valutare l’atteggiamento dei bolscevichi i lavoratori avevano ben presente che gli scioperi del Febbraio si erano svolti contro il parere dei ‘dirigenti’ e che era stata l’iniziativa dal basso a ottenere le otto ore.
Ai primi di luglio le fabbriche scesero in lotta e le guardie rosse erano armate e pronte. Il 3 luglio i bolscevichi fecero tutto il possibile per trattenere i reggimenti di mitraglieri e Tomsky alla riunione dei bolscevichi protestò che “i reggimenti in rivolta non hanno agito da compagni poiché non avevano invitato il comitato centrale del nostro partito a considerare la questione della manifestazione.” Egli sollecitò la pubblicazione di un appello per trattenere ‘le masse’. Il mattino del 4 Lenin parlò ai dimostranti sottolineando la necessità di una marcia pacifica, suscitando la sorpresa dei marinai in armi, che si aspettavano che l’azione fosse approvata. La marcia fu una iniziativa che riguardò solo la classe operaia, che si riversava a migliaia dai distretti più poveri di Pietrogrado, con la rivendicazione: “tutto il potere ai soviet !” Ma il Soviet non fu così perspicace: un operaio doveva gridare a Chernov, uno dei dirigenti dei socialisti moderati, appartenente al soviet. “Prendi il potere, stupido bastardo, quando ti viene offerto su di un piatto.”
Invece di prendere il potere, i capi del Soviet, insieme ai loro alleati socialisti del governo provvisorio, organizzarono truppe lealiste per reprimere i sostenitori di tale prospettiva ! Circa 400 lavoratori e soldati furono uccisi per permettere ai socialisti di apparire rispettabili di fronte alla borghesia. In quanto il partito era rimasto fuori da questi eventi ed altri similari, i bolscevichi erano destinati ad attrarre il sostegno dei lavoratori. Dopo essere riusciti a ridurre la sollevazione a una manifestazione, i bolscevichi procedettero ad ‘organizzare’. Al culmine delle giornate di luglio Kamenev disse: “Nostro compito attuale è di dare al movimento un carattere organizzato.” Guadagnare voti e posizioni di potere fu l’attuazione coerente di questo orientamento. Quando i bolscevichi conquistarono il controllo della sezione operaia del soviet di Pietrogrado nella valutazione di Trotskij questo evento era equivalente all’instaurazione del socialismo stesso: “I dimostranti appresero dalle labbra degli oratori bolscevichi della vittoria ottenuta nella sezione operaia del soviet di Pietrogrado e questo evento procurò loro una soddisfazione palpabile, paragonabile a quella di un accesso all’epoca del potere dei soviet.” (20)
Nonostante la loro influenza moderatrice i bolscevichi si trovarono a loro volta oggetto della repressione per mano dei socialisti, che proibivano i loro scritti e quando potevano arrestavano i più importanti membri del partito. Indubbiamente i socialisti moderati credevano alla loro stessa propaganda, cioè che erano stati degli ‘agitatori’ a suscitare disordini tra gli operai. Il fatto che non fossero riusciti a soddisfare le aspirazioni dei lavoratori, non veniva preso in considerazione. Il tema della repressione era bene espresso dal generale bianco, Kornìlov, alla fine di luglio: “Noi abbiamo bisogno di tre eserciti: uno alle trincee, uno nelle fabbriche e nelle retrovie e uno nelle ferrovie per collegarli … tutti e tre disciplinati come quello al fronte,” Prossimamente Trotskij avrebbe detto la stessa cosa.

LA COSTRUZIONE DELL’OTTOBRE

Dopo le fallimentari giornate di luglio la repressione prese di mira soprattutto i lavoratori mentre i capitalisti insieme ai politici borghesi chiedevano che venisse posta fine all’anarchia nelle fabbriche. Vi erano stati attacchi al diritto dei comitati di fabbrica di riunirsi in orario di lavoro; il comitato degli industriati uniti propose che i membri dei comitati non fossero pagati per il tempo speso nelle attività del comitato; alcuni imprenditori smisero di pagare gli operai per le ore in cui espletavano gli impegni di militanza; alcuni rifiutarono ai comitati di fabbrica il permesso di riunirsi nei locali della fabbrica. Gli stabilimenti chiudevano, in parte per deliberate scelte politiche dei proprietari, ma anche a causa della penuria di carburante e altro, in quanto la rete ferroviaria aveva raggiunto il punto di rottura. I padroni respingevano gli ordinativi, venivano decise serrate e alcuni proprietari tentarono di delocalizzare impianti e macchinari verso aree meno turbolente per rincominciare da capo. L’associazione manifatturiera di Pietrogrado fece una compagna a favore del cottimo e dell’ ‘open shop’. Tutto ciò era parte di un tentativo di sopprimere i comitati ed il controllo operaio. La parola d’ordine della borghesia pareva essere: “se il paese non mi appartiene più può anche perire.”
Poiché il commercio era paralizzato alcuni soviet locali furono obbligati a farsi carico dell’organizzazione dei rifornimenti,. Essi non trovarono nei socialisti del governo né aiuto né simpatia. Il ministro del lavoro menscevico Skobolev, il quale aveva già emanato una circolare alla fine di agosto nella quale era dichiarata illegale ogni assemblea tenuta in orario di lavoro, fece circolare un avviso degli industriali degli Urali che condannava “qualunque interferenza da parte dei comitati di fabbrica nella gestione delle imprese …” Di fronte agli attacchi portati loro gli operai constatarono l’inefficacia dei soviet superiori e dei sindacati. Sempre più essi potevano contare solo su se stessi.
Il modo più efficace di realizzare questo proposito era quello di agire attraverso i comitati di fabbrica. In agosto si tenne la seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado e sobborghi. In essa si fece molto per regolamentare il modo in cui i comitati erano organizzati. L’assemblea generale di tutti i lavoratori della fabbrica costituiva l’organo più elevato e l’asse portante del movimento. Da essa veniva eletto il comitato di fabbrica. Le deliberazioni dell’assemblea generale potevano essere revocate solo dal consiglio centrale dei comitati di fabbrica, organo costituito con il concorso di tutte le fabbriche. L’assemblea generale aveva di revocare e rieleggere il comitato in ogni momento. Per la validità di una elezione era necessario che avesse votato il 50% delle maestranze. Potevano esistere sottocomitati in rapporto ai diversi reparti all’interno della fabbrica, o per svolgere determinati compiti. “I comitati di fabbrica e di officina non sono creazioni uscite da assemblee transitorie. Le masse eleggono in questi comitati quelli che a casa come nella quotidianità della fabbrica hanno mostrato fermezza, carattere dotato di perizia negli affari e devozione per gli interessi dei lavoratori.” (21) A questa conferenza furono nuovamente i bolscevichi ad affermare che il compito dei comitati era quello di sovraintendere non di dare corso a decisioni; gli anarchici difendevano il principio dell’autogestione. I comitati di fabbrica di Pietrogrado si trovarono a fronteggiare il problema di fare in modo che la produzione superasse il processo di disintegrazione dell’economia; il sabotaggio attuato dai proprietari obbligava gli operai a rilevarne la direzione. Aumentò la pressione in favore della requisizione delle fabbriche, della nazionalizzazione delle imprese, del controllo operaio.
Nel corso del mese di agosto i lavoratori reagirono con risultati sempre più incisivi all’offensiva di luglio sviluppata dai padroni. Mentre l’avanguardia costituita dai metallurgici assumeva una posizione più prudente, nuove categorie di lavoratori entravano in lotta. Il 12 agosto vi fu a Mosca una giornata di sciopero. Un osservatore così commentò la situazione: “Manca la luce, non vi sono tram; fabbriche e negozi sono chiusi, così come i piazzali e le stazioni delle ferrovie; anche i camerieri dei ristoranti sono scesi in sciopero.” Furono cica 400.000 a fermarsi. Anche in altre grandi città come Kiev di verificarono degli scioperi. Anche i lavoratori del cuoio di Mosca scioperarono rivendicando il diritto dei loro comitati di fabbrica di assumere e licenziare. In alcuni luoghi i comitati presero a sequestrare gli amministratori. Sebbene nei soviet si fosse verificato un risveglio dell’attività dal basso verso l’alto, il ruolo dirigente dei comitati appariva chiaro. Persino Lenin riconobbe ciò brevemente in agosto dichiarando: “Dobbiamo spostare il baricentro verso i comitati di fabbrica e di officina. (Essi) devono diventare strumenti insurrezionali.” Questo slancio di entusiasmo verso le organizzazioni dei lavoratori non durò a lungo. Il 31 agosto i bolscevichi ottennero la maggioranza nel soviet di Pietrogrado e cinque giorni dopo presero il soviet di Mosca. Ora l’appello che proveniva da Lenin e Trotsky era: “Tutto il potere ai soviet bolscevichi!”
I bolscevichi stavano conquistando anche in alcuni sindacati, che avevano sempre ostacolato i comitati di fabbrica. I sindacati centralizzati volevano che i comitati sovraintendessero agli affari locali e nulla di più; in opposizione a ciò vi era la libera rete dei comitati sostenitrice di una gestione collettiva della fabbrica sia a livello cittadino che nazionale. Ma i comitati stavano organizzandosi a livello nazionale. Dal 17 al 22 ottobre si tenne il primo congresso panrusso dei comitati di fabbrica con 137 rappresentanti provenienti da 49 centri industriali, dei quali 86 erano bolscevichi. Il congresso approvò l’istituzione di un consiglio panrusso e discusse i problemi del consiglio centrale dei comitati di fabbrica. Poiché i comitati locali si erano accaparrati i migliori attivisti, i posti rimasti scoperti vennero occupati da rappresentanti dei soviet, dei sindacati e dei partiti politici. Il congresso dichiarò che “Gli operai sono più interessati dei padroni ad un regolare e ininterrotto funzionamento degli impianti.” L’istituzione del controllo operaio era ”interesse di tutto il paese e doveva essere appoggiato dai contadini rivoluzionari e dall’esercito rivoluzionario.” Il bolscevico Milyutin sosteneva che il rilevamento del potere ad opera dei soviet era una condizione necessaria per il controllo operaio. Il suo collega Larin toccò un tema che doveva diventare uno di quelli prediletti da Lenin: “La Germania ha istituito un programma economico nazionale, ma è stato concepito nell’interesse della classe dominante: noi dobbiamo fare la stessa cosa, ma solo nell’interesse dei lavoratori.” Un anarchico, Pistrkovsky, attaccò i sindacati: “i sindacati tentano di strozzarci … i loro attivisti non sono realmente in fabbrica … essi sono sempre pronti al compromesso … i comitati posseggono la chiave del futuro.” I sindacati erano in gran parte controllati dai menscevichi i quali erano oppositori della rivoluzione dell’Ottobre. D’altra parte i comitati chiedevano che i soviet prendessero il potere. Nel corso dell’Ottobre i potere stava passando sempre più nelle mani degli operai, dei contadini e dei soldati. I tipografi si attivarono per bloccare ogni propaganda controrivoluzionaria; il comitato di fabbrica della centrale elettrica di Pietrogrado si collegò con altri comitati per procurarsi carbone e olio lubrificante per le turbine, aggirando il sabotaggio dei proprietari; una assemblea di operai di una fabbrica di cannoni chiedeva un governo sovietico e costituì un gruppo per esaminare il problema della conversione alla produzione di pace. Intanto Lenin così scriveva la sera del 24 ottobre: “Chi deve prendere il potere ? Questo per ora non importa. Lo prenda pure il comitato militare rivoluzionario o ‘qualche altra istituzione’, purché dichiari che cederà il potere solamente ai veri rappresentanti degli interessi del popolo.” (22) Non ‘il popolo’ e nemmeno ‘i rappresentanti del popolo’, ma ‘i rappresentanti degli interessi del popolo’: cioè il partito bolscevico guidato da Lenin. Il programma rivoluzionario di Lenin fece proprie le rivendicazioni del movimento di massa – sostituire l’attuale governo con un sistema consigliare, finire la guerra, dare la terra ai contadini, istituire il controllo operaio - solo per annacquarne le rivendicazioni e frenare il movimento. Ad esempio, il controllo operaio doveva essere nulla di più di “una onnicomprensiva, onnipresente, la più esatta e coscienziosa contabilità della produzione e della distribuzione delle merci,” e la attuale macchina statale doveva essere rilevata a questo scopo. (23) SOLDATI, MILIZIE E GUARDIE ROSSE Quando le notizie della rivoluzione di febbraio giunsero ai soldati “tutti i soldati dissero: ‘Grazie a Dio ! forse ora avremo la pace !’ “, così riferì un delegato di una conferenza di soviet, che si tenne in marzo. Quando la disciplina militare crollò, ciò che i soldati richiesero fu dignità e rispetto, essere trattati come esseri umani, non essere insultati dai loro ufficiali o che non ci si rivolgesse loro nelle forme famigliari riservate agli animali da salotto e ai bambini, non avere i dovere di salutare, avere gli stessi diritti politici e civili di ogni privato cittadino. Ma soprattutto volevano la fine della guerra. Elessero comitati di soldati che avevano il controllo delle armi e inviarono loro rappresentanti ai soviet. Un milione di soldati semplicemente disertò dal fronte per tornare a casa e prendere la loro parte di terra. Dopo il mese di aprile iniziarono ad appoggiare gli operai; alcuni presero parte alle giornate di luglio. In seguito a ciò le autorità fecero dei tentativi per ripristinare la disciplina nell’esercito. Tuttavia la diffidenza che i soldati nutrivano verso i loro ufficiali era troppo cresciuta da allora. Come notò il futuro creatore dell’Armata Rossa – e futuro reclutatore di ufficiali zaristi - : “D’altra parte, gli operai, insieme al sottoproletariato, scorgono ogni possibile pericolo proprio nelle file di quei brillanti ufficiali.” I comitati dei soldati cominciarono a chiedere terra per i contadini, l’abolizione della proprietà privata, l’istituzione di milizie operaie e il controllo operaio. Tra loro la popolarità dei bolscevichi aumentò perché i soldati pensavano che anch’essi volessero la pace. Nei primi giorni della rivoluzione, nel febbraio e nel marzo, 30.000 pistole e 40.000 fucili scomparvero dai magazzini militari e molte di queste armi giunsero nelle mani degli operai. I tipografi furono i primi ad avviare la formazione di milizie operaie. Esse furono costituite clandestinamente per lo più da operai senza partito al fine di difendere le fabbriche. La presenza negli stabilimenti di una guardia operaia diede agli operai il potere di imporre le loro decisioni a proprietari e amministratori riluttanti ad accettarle. Le guardie rosse facevano anche opera di prevenzione contro il sabotaggio dei padroni e dei loro agenti. Quando dopo le giornate di luglio vennero compiuti tentativi di disarmare gli operai, essi consegnarono del ciarpame inutile e si tennero le armi migliori. Dopo il fallito colpo di stato di Kornilov gli operai nei luoghi di lavoro tennero i fucili. costantemente al loro fianco. Le operaie crearono sezioni della Croce Rossa negli stabilimenti e organizzarono corsi di istruzione per la cura dei feriti. I comitati di fabbrica raccolsero gradualmente il materiale per mettere insieme ospedali di fortuna e ambulanze. I comitati di fabbrica di Vyborg ebbero un loro comitato militare rivoluzionario. Esso organizzò pattuglie di distretto, disponeva delle chiavi di tutti i ponti mobili e ispezionò i punti vulnerabili delle difese del distretto. La diffusione delle armi tra i lavoratori era troppo era troppo estesa perché le autorità potessero intervenire. All’epoca del colpo di stato tentato da Kornìlov esse dovevano appoggiarsi ai lavoratori. I ferrovieri avevano divelto i binari per fermare gli uomini di Kornìlov e si erano armati; gli impiegati delle poste ostacolarono le comunicazioni; nelle grandi stazioni i soviet deviarono treni e reggimenti. La pressione dal basso fece sì che fossero ripristinati i soviet locali allo scopo di opporsi alla reazione. Le milizie operaie e le guardie rosse fiancheggiavano i comitati di fabbrica e i soviet locali. La partecipazione alle attività di tali formazioni coinvolse molte persone, per cui tutti i lavoratori impegnarono almeno un po’ di tempo in esse. La fabbriche fecero gli straordinari per produrre armi e munizioni. Mentre coloro che disponevano di armi si esercitavano nel loro uso quelli senza armi apprendevano altre utili capacità militari, come la costruzione di fortificazioni. Un contingente di 40.000 guardie rosse mantenne l’ordine nei distretti operai, impedendo furti, proteggendo scioperanti e manifestanti, spalleggiando e difendendo fisicamente i comitati di fabbrica. OTTOBRE 1917 L’insurrezione che diede il potere ai bolscevichi fu opera a rigor di termini del comitato militare rivoluzionario del soviet di Pietrogrado. Sebbene inizialmente vi partecipasse solo un piccolo numero di suoi membri, l’assenza totale di opposizione ad essi, l’inesistenza di un sostegno al governo provvisorio, significa che costoro non possono essere considerati una minoranza. L’iniziativa ricevette immediatamente il sostegno, fra gli altri, dei sindacati del soviet di Pietrogrado e del soviet panrusso dei comitati di fabbrica. I comitati di fabbrica si raccolsero attorno ai bolscevichi perché questi ultimi parevano appoggiare le aspirazioni dei lavoratori, avevano partecipato attivamente alle giornate di luglio, avevano contribuito ad organizzare reparti armati e facevano parte del comitato militare rivoluzionario. Skrypnik, un bolscevico del consiglio centrale dei comitati di fabbrica aveva detto al comitato centrale del partito che i lavoratori erano pronti per la rivoluzione, e se non ce ne fosse stata una al più presto i comitati si sarebbero avvicinati agli anarcosindacalisti. A Pietrogrado adunate di massa chiesero un secondo congresso panrusso dei deputati degli operai e dei soldati finalizzato alla formazione di un governo. Questa era una evidente ratifica delle prospettiva di una presa del potere. Se l’Ottobre fu facile, lo fu perché tutto il lavoro era stato già compiuto in anticipo. Il governo provvisorio era completamente screditato e il lato reazionario del bolscevismo non si era ancora rivelato. Nonostante la massa di lavoratori e soldati che il 25 ottobre affollava il congresso dei soviet il presidium eletto era costituito da 14 bolscevichi, 7 socialrivoluzionari, 3 menscevichi e un internazionalista. I bolscevichi allora fecero sfilare i loro candidati lavoratori: Lenin, Trotskij, Kamenev, Zinoviev e così via. Quando venne il momento di formare il governo Kamenev lesse una proposta del comitato centrale concernente un soviet di commissari del popolo, dove “il controllo sulle attività del governo era conferito al congresso dei soviet e al suo comitato esecutivo centrale.” Furono nominati sette bolscevichi del comitato centrale del partito e così Lenin e Trotskij poterono assidersi al vertice senza aver mai lavorato un giorno in vita loro. Il “governo dei lavoratori” era ora formato da rivoluzionari di professione provenienti dalla classe media. A quel tempo la dirigenza del partito bolscevico era composta da militanti dotati di una buona istruzione e di età media intorno ai 35 anni. La maggior parte disponeva di mezzi personali e così non avevano necessità di lavorare, oppure si mantenevano a spese della ricchezza famigliare o dei fondi del partito. Alcuni avevano preso un lavoro per ‘entrare nell’industria’ (una versione aggiornata della vecchia idea cara ai narodnik di andare verso il popolo: idea molto imitata dagli attuali emulatori dei bolscevichi). Riguardo l’origine sociale, quelle dei bolscevichi andavano dall’aristocrazia, come Chicherin, alla burocrazia, come Lenin e Kollontai, passando per la borghesia terriera (Smilga), la borghesia del commercio (Joffe) e la grande borghesia industriale (Pyatakov). Costoro erano un genere di individui abituato ad essere classe dominante. Furono le guardie rosse a chiudere d’imperio l’Assemblea Costituente, un parlamento sul modello occidentale. Mentre i membri dell’assemblea e i socialisti (compreso qualche bolscevico) rimasero costernati, nel suo complesso la popolazione si mostrò completamente indifferente di fronte alla fine di un’altra fabbrica di chiacchere. Trifonov, un sostenitore delle guardie rosse, aveva voluto trasformare la Guardia Rossa in una milizia controllata dai comitati di fabbrica, milizia attraverso la quale dovevano passare tutti gli operai. Ma dopo l’Ottobre i bolscevichi non si fidavano della Guardia Rossa, in quanto costituiva una forza armata indipendente dal partito, e Lenin aveva detto che “il posto per i migliori operai è la fabbrica.” I lavoratori in generale adottavano le parole d’ordine bolsceviche, ma non quella che chiedeva la nazionalizzazione, mentre i lavoratori volevano il controllo mediante i comitati di fabbrica. Finanche nel momento della rivoluzione, quando i bolscevichi avevano la possibilità di cavalcare l’onda, il conflitto tra loro e gli operai era latente. Anche su altre questioni gli operai andavano più lontano dei bolscevichi. Furono i lavoratori ad esigere la chiusura dei giornali borghesi e il lavoro obbligatorio per i borghesi, pena l’espulsione. Ma il partito ebbe la meglio: nel 1918 venne ratificata una costituzione che includeva queste parole: “Il partito dirige e domina l’intero apparato dello stato.” I lavoratori nonostante i loro sforzi rimanevano lavoratori. IL MANUALE PRATICO E IL CONTROMANUALE Nell’opuscolo ‘Stato e rivoluzione’, scritto prima dell’Ottobre ma non pubblicato fino al 1918, Lenin aveva rivendicato il principio: “ogni cuoco al governo”, cioè della pianificazione della società socialista ad parte dei lavoratori. Gli attivisti che militavano nei comitati di fabbrica erano consapevoli della necessità di coordinare e centralizzare le loro attività. Il giorno dopo la rivoluzione d’ottobre alcuni rappresentanti del consiglio centrale dei comitati di fabbrica si incontrarono con Lenin e alcuni dirigenti dei sindacati per proporre la costituzione di un consiglio economico centrale panrusso popolare. Si trattava di istituire una pianificazione effettivamente svolta da elementi di avanguardia della classe operaia reale. Essi proponevano che due terzi dei componenti di questo consiglio fossero lavoratori rappresentanti dei comitati di fabbrica, dei sindacati e del comitato centrale esecutivo dei soviet e un terzo fosse tratto dai proprietari e dai tecnici. Il consiglio avrebbe incluso sezioni separate corrispondenti ai diversi settori dell’economia e ciascuna sezione sarebbe stata sottoposta alla supervisione di una commissione di controllo composta solo da operai, commissioni che nel loro insieme avrebbero costituito una commissione di controllo per l’intero consiglio. Il consiglio avrebbe diretto l’industria, i trasporti e l’agricoltura e poteva assumere il controllo delle imprese private. Questo tentativo costruttivo di dominare i problemi dell’economia, pensato da coloro che ne sono maggiormente a contatto venne nettamente respinto da Lenin che aveva un proprio “piano operaio” nella forma di un progetto di legge che accettava quelle condizioni e relazioni economiche che i comitati di fabbrica stavano tentando di oltrepassare. In effetti il suo decreto intendeva subordinare i comitati ai sindacati. Lenin inoltre rifiutò di concedere ai comitati la possibilità di prendere in prestito denaro: il risultato di ciò verrà esaminato più avanti. Il primo giorno di governo bolscevico il piano dei lavoratori venne respinto. Senza scoraggiarsi il 3 novembre il consiglio centrale fece un secondo tentativo con un altro piano, questa volta proponendo la costituzione di un consiglio panrusso per la regolazione dell’industria. Questo piano differiva dal precedente: esso escludeva i sindacati, dato che i loro dirigenti si erano schierati con Lenin. I dirigenti del consiglio centrale constatavano che i sindacati erano troppo distanti dai lavoratori e che erano incapaci di opporsi ai tentativi dei proprietari di sabotare le fabbriche. Allo stesso modo il piano escludeva i proprietari ed i tecnici, e tentava di garantire che i comitati di fabbrica non fossero integrati nello stato. Il consiglio centrale stava già allontanandosi decisamente dalle idee di Lenin, giungendo rapidamente a comprendere che i lavoratori dovevano dirigere l’industria da soli. Le idee di Lenin rimanevano ferme: “Si presuppone senza obiezioni che i proprietari e gli uffici tecnici continueranno a far funzionare le loro imprese sotto l’occhio vigile del controllo operaio.” (24) Alla fine di ottobre il bolscevico Lozovsky disse in un intervento. “E’ necessario porre una restrizione chiara e categorica: che in ogni impresa i lavoratori non abbiano l’impressione che l’impresa appartenga a loro.” (25) Tuttavia per i lavoratori rivoluzione significa che le forze produttive del paese sono ora loro proprietà. Il progetto di legge sul controllo operaio pubblicato in novembre istituiva un soviet panrusso per il controllo operaio. Ma in esso erano presenti solo cinque rappresentanti dei comitati di fabbrica, che così divennero una esigua minoranza. Il controllo operaio doveva essere realizzato da organi elettivi, o da comitati di fabbrica accanto alla direzione, oppure da assemblee generali di tutti i lavoratori: questi organi avrebbero avuto accesso alla contabilità aziendale e ad altre informazioni (ciò di cui molti comitati di fabbrica già disponevano), e le loro decisioni sarebbero state vincolanti. Ma in queste proposte vi erano due grossi ‘però’. In primo luogo, i sindacati potevano intervenire dal centro modificando tutte le decisioni dei comitati, e in secondo luogo in ogni impresa “importante per lo stato” i comitati erano responsabili per quanto concerneva l’accettazione degli ordinativi e della loro esecuzione secondo le specifiche. Questi due punti vanificavano tutti gli aspetti positivi del decreto. Altre dettagliate istruzioni a integrazione del decreto vennero compilate da un comitato ristretto formato da tre bolscevichi e due socialrivoluzionari di sinistra: veramente ‘ogni cuoco al governo’! Infine il nuovo governo completò il suo “Istruzioni generali per il controllo operaio”, che divenne noto come il “Contromanuale”. Suo intento principale era quello di trasformare i comitati di fabbrica in sezioni sindacali locali, prive di ogni potere. Il suo punto di vista è bene espresso dall’articolo 7: “Il diritto di impartire ordini riguardo la direzione, amministrazione e funzionamento delle imprese resta nelle mani dei proprietari.” A fine novembre il consiglio centrale dei comitati di fabbrica distribuì un “Manuale pratico per l’attuazione del controllo operaio”. Esso sosteneva il principio secondo il quale in ogni fabbrica dovevano esistere delle commissioni che organizzassero la produzione, che si occupassero della conversione della produzione di guerra in quella di pace, che procurassero rifornimenti di carburante e materie prime, e così via. Molto probabilmente tali commissioni avrebbero utilizzato le conoscenze e le competenze di tecnici specializzati, ma questi non avrebbero avuto alcun potere decisionale, ciò che era in marcato contrasto con lo schema di Lenin. I comitati di fabbrica si sarebbero uniti verso l’alto in federazioni locali, regionali e nazionali, lanciando così una sfida diretta allo stato bolscevico. Quindi il consiglio centrale redasse un modello di statuto per i comitati di fabbrica, ciò come risposta diretta al “Contromanuale” dei bolscevichi e alla bozza di istruzioni. Esso immaginava che i comitati sarebbero stati integrati in un sistema di consigli economici, con consigli economici popolari in ogni distretto, città e regione. Questi consigli sarebbero stati eletti da congressi di comitati di fabbrica e i loro componenti avrebbero dovuto provenire tutti da un comitato di fabbrica. Questo piano venne sviluppato completamente e redatto in dicembre. I consigli locali sarebbero stati formati dall’unione di comitati di fabbrica, dei lavoratori dei trasporti e di quelli del commercio e dell’agricoltura.: I consigli regionali avrebbero eletto ogni anno un Consiglio economico supremo. Ciascun Consiglio economico popolare avrebbe avuto competenza su tutta l’attività economica della sua area. Questa valanga di idee e di piani proveniente dai lavoratori dimostra che i lavoratori erano coscienti del fatto che il socialismo sarebbe stato vuoto e senza significato se fosse stato qualcosa di diverso dalla loro attività. Essi stavano tentando di affrontare gli enormi problemi che la Russia aveva davanti; così agivano anche i bolscevichi, ma con una diversa visuale di classe. Venne introdotta una versione molto modificata dell’idea dei Consigli economici, in modo da indebolire i comitati di fabbrica, introducendo gradualmente un controllo dall’alto verso il basso centralizzato, soffocando così l’iniziativa locale. La maggioranza dei comitati di fabbrica approvò le proposte del consiglio centrale e respinse il consiglio panrusso per il controllo operaio dei bolscevichi. I comitati operai dell’industria metallurgica protestavano per il fatto che il ‘Contromanuale’ “legava le mani ai lavoratori”, mentre il ‘Manuale pratico’ “lasciava ampio spazio ai lavoratori per l’attività autonoma e faceva di loro praticamente i padroni della fabbrica.” (26) Nel periodo che seguì alla rivoluzione d’ottobre si rese necessario incrementare fortemente l’attività dei comitati di fabbrica, questo allo scopo di far fronte alle tattiche messe in atto dai proprietari, che ricorrevano alle serrate, al sabotaggio e al rifiuto di pagare i salari. Centinaia di aziende vennero rilevate dai lavoratori, che non avevano alternative se volevano salvaguardare i loro mezzi di sussistenza. Il governo bolscevico ed i sindacati erano contrari a tali sequestri da parte dei lavoratori: incredibilmente il consiglio economico supremo minacciò di tagliare i finanziamenti a queste aziende. Molti di questi luoghi di lavoro erano diretti da collettivi formati da lavoratori, tecnici ed amministratori, tutti sotto l’occhio vigile del comitato di fabbrica. A metà del 1918 i comitati di fabbrica partecipavano ai collettivi di gestione in circa tre quinti di tutti gli stabilimenti, e anche di più in aree quali quelle degli Urali e del Donètz. I comitati si trovarono a fronteggiare enormi difficoltà economiche derivanti da un periodo di collasso economico che non erano stati loro a determinare. I comitati produssero una quantità di iniziative costruttive per superare il caos. Il Consiglio centrale dei comitati di Pietrogrado coordinò il lavoro per organizzare rifornimenti di medicinali, filati, lubrificanti, ecc. destinati alle province e alla Finlandia. Poco prima della rivoluzione di ottobre, il primo Congresso panrusso dei comitati di fabbrica aveva richiesto un piano di conversione della produzione bellica in una a scopi di pace: al fine di attuare ciò il Consiglio centrale istituì delle commissioni per la smobilitazione. Sul piano politico i comitati stavano chiarendo le proprie posizioni. Un operaio bolscevico, Matvei Zivkov, presidente del comitato di fabbrica della centrale elettrica 1886 di Pietrogrado, disse: “ … è dove siamo ora, nei comitati di fabbrica, il luogo dove vengono elaborate le istruzioni che salgono dal basso e coinvolgono tutti i settori dell’industria; queste sono le istruzioni che provengono dal luogo del lavoro, dalla vita, e quindi sono le sole istruzioni che possono avere un valore. Esse mostrano ciò di cui i comitati sono capaci, e quindi essi devono essere i padroni di tutto quello che concerne il controllo operaio.” (27) IL DISCIPLINAMENTO DEI LAVORATORI I bolscevichi dei sindacati si permisero di dissentire e così ebbero inizio gli attacchi verbali ai lavoratori. Secondo Tomsky. “La caduta della produttività è tale che il valore prodotto dai lavoratori è inferiore a quello che essi ricevono in salario. Gostiev riferiva di un “sabotaggio economico non più unicamente ad opera della borghesia … ma dell’intera nazione, cioè della classe operaia.” (28) Shlyapnicov, commissario del lavoro e futuro capo della cosiddetta “Opposizione operaia”, nel marzo 1918 così si lamentò dei lavoratori e dei comitati di fabbrica: “In poche parole, le cose stanno nelle mani di una massa che, per la sua ignoranza e mancanza di interesse per la produzione, sta letteralmente mettendo un freno a tutto il processo di lavoro.” Di fronte a questo tipo di discorsi ed al fatto che banche ed imprenditori bloccassero il pagamento dei salari, nessuna meraviglia che molti lavoratori pensassero: - perché lavorare quando i bolscevichi mantengono al loro posto i vecchi padroni e giustificano il profitto come incentivo ? Di fatto nonostante le accuse la produttività aumentò stabilmente rispetto al minimo toccato il gennaio 1918. I lavoratori miravano ancora a costruire una nuova società e la alimentazione miserabile non riusciva a frenarli. Data la situazione caotica in cui agivano non è per nulla sorprendente che i comitati di fabbrica anteponessero i loro interessi e si concentrassero nel tentativo di risolvere i loro problemi particolari. Allora ai comitati vennero mosse le accuse di essere ‘parrocchiali’ e ‘particolaristici’ Ma erano gli accusatori stessi i responsabili del sorgere di queste tendenze, dato che i governo non permetteva ai comitati di ottenere crediti nella fase iniziale: per cui i comitati si trovavano nella necessità di vendere macchinari e scorte per pagare i lavoratori e per fare in modo che una qualche produzione potesse andare avanti. Il decreto sulla nazionalizzazione emanato il 14 dicembre 1917 era parte della tendenza contro l’autogestione. Nelle aziende dovevano subentrare nuovi funzionari e i vecchi amministratori e i comitati di fabbrica dovevano conformarsi a loro. Mentre i lavoratori che avevano chiesto la nazionalizzazione, sovente espropriando i proprietari prima ancora di ottenere l’approvazione ‘ufficiale’, credevano che avrebbero diretto le aziende, l’intenzione dei bolscevichi era del tutto diversa: in realtà i bolscevichi erano riluttanti a nazionalizzare. Comunque, una volta realizzata la nazionalizzazione “ … le decisioni riguardanti l’amministrazione e le attività dell’industria sono competenza della direzione. La commissione di controllo (del comitato di fabbrica) non svolgerà alcun ruolo in questa attività direttiva e non sarà responsabile del suo svolgimento, che rimane materia di competenza dei dirigenti.” (30) Negli Urali la maggior parte delle aziende gli operai subentrarono nella direzione e furono nazionalizzate. A Pietrogrado il 7 gennaio 1918 si tenne un congresso di delegati di 300.000 operai, nel quale venne elaborato uno schema per la nazionalizzazione dell’industria mineraria. Ogni miniera avrebbe eletto un consiglio di gestione di 25 – 60 membri comprendente anche rappresentanti degli uffici tecnici ed amministrativi: esso avrebbe nominato un esecutivo di 3 – 15 membri. Si sarebbero svolte elezioni dirette di organi regionali, che avrebbero portato ad un consiglio centrale delle miniere. Il diritto di revoca da parte dei lavoratori che avevano eletto un delegato di qualsiasi consiglio a qualsivoglia livello, era chiaramente specificato e i sindacati e gli organi dello stato ne erano esclusi. Nuovamente possiamo constatare l’esistenza di tentativi costruttivi portati avanti dai lavoratori, intesi alla creazione di strutture pratiche che fornissero loro strumenti di controllo, quantunque ciò avvenisse in opposizione ai piani governativi. Nel loro atteggiamento nei confronti degli uffici tecnici, gli operai normalmente non manifestarono ostilità, ciò nonostante i tecnici auspicassero l’esistenza di un forte controllo statale al fine di garantire la loro posizione, e sebbene fossero ostili al controllo operaio. Tuttavia molti di loro erano disponibili a lavorare con i comitati, che necessariamente dovevano far uso delle loro competenze. I sindacati consideravano loro compito fondamentale incrementare la produzione mediante un lavoro più organizzato e disciplinato. Essi erano impazienti di contribuire all’applicazione di cottimi, norme e premi al fine di elevare la produttività e imporre la disciplina. In ciò appoggiavano la linea di Lenin. Nel settembre 1917 egli proclamò il “servizio lavorativo universale (presumibilmente non così universale da includere se stesso e altri bolscevichi eminenti); nel gennaio 1918 scrisse in un articolo non pubblicato che “gli operai che rallentano il lavoro” dovevano essere “messi in prigione”. Secondo Lenin solo “gli intellettuali declassati della piccola borghesia … non comprendono che per il socialismo la principale difficoltà consiste nel garantire la disciplina del lavoro … “: pertanto la ‘principale difficoltà’ del socialismo sembra essere la stessa del capitalismo ! La soluzione di Lenin era identica a quella del capitalismo: “il cottimo deve essere posto all’ordine del giorno, applicato e messo alla prova; dobbiamo adottare interamene quanto di scientifico e progressivo vi è nel sistema di Taylor … “ (31) Chi decide ciò che deve essere all’ordine del giorno è Lenin, non i lavoratori, ma sono i lavoratori, non Lenin, che mettono alla prova il cottimo. Questa linea di condotta si manifestò di riflesso nel primo congresso panrusso dei sindacati, che si svolse nel gennaio 1918. I comitati di fabbrica vennero attaccati con l’accusa di non essere abbastanza ‘organizzati’ o ‘disciplinati’ o sperimentati. I membri del consiglio centrale dei comitati di fabbrica non erano presenti e non poterono sostenere le loro ragioni. Il bolscevico Gastev presentò una risoluzione, approvata quasi all’unanimità, a favore di una ricostruzione della Russia con l’uso di capitali stranieri, dell’applicazione del taylorismo (cottimo, analisi dei tempi e dei movimenti, ecc.) per accrescere produttività e disciplina, della mobilità del lavoro secondo necessità e per il mantenimento della proprietà privata. Questa linea di condotta venne approvata a marzo dal quarto congresso dei sindacati. I bolscevichi procedettero alla bolscevizzazione dei sindacati non bolscevichi sciogliendo le assemblee, costituendo sindacati concorrenti, nominando funzionari dall’alto, in modo che tutti i sindacati adottassero la linea capitalistica di Gastev. Nella primavera del 1918 crebbero le proteste dei lavoratori per la mancanza di autonomia dallo stato mostrata dai sindacati. I comitati di fabbrica tentarono ancora di mostrarsi costruttivi. Rispondendo agli attacchi calunniosi mossi contro di loro dai sindacati, i comitati proposero ai sindacati un patto unitario, in modo da evitare l’esistenza di due organizzazioni dei lavoratori in conflitto tra loro. La proposta era legata ad alcune condizioni: rendere obbligatoria l’iscrizione in modo che tutti i lavoratori partecipassero ai processi decisionali; i comitati di fabbrica avrebbero operato come sezioni locali; il vertice del sindacato sarebbe stato costituito da una assemblea di delegati dei comitati di fabbrica, che avrebbe quindi eletto un esecutivo con la funzione di consiglio centrale dei comitati di fabbrica. Nell’agosto 1917 i comitati di fabbrica di Pietrogrado erano molto più avanti di ogni altro nel prospettare una economia centralizzata, sviluppando un piano dopo l’altro, tutti come proposte pratiche, per la gestione operaia e la realizzazione del socialismo. Dato il modo in cui Lenin non dava peso a questi tentativi, fu un vero e proprio atto di impudenza la dichiarazione che fece al terzo congresso dei soviet nel gennaio 1918: “Nell’introdurre il controllo operaio sappiamo che passerà molto tempo prima che esso si diffonda in tutta la Russia, ma vogliamo dimostrare che conosciamo una sola strada: il cambiamento dal basso; desideriamo che siano i lavoratori stessi a esprimere i nuovi e fondamentali principi economici … “ Infatti il capitalismo di stato leniniano, con l’aggiunta di un decorativo tocco di controllo operaio, era ciò che stava dietro alle lotte operaie. I lavoratori avevano i loro piani ed una superiore concezione del socialismo, frutto della necessità: spogliato della retorica, ciò che Lenin aveva era “Potere al partito.” A Lenin non occorse molto tempo per dichiarare apertamente il contenuto capitalistico del suo socialismo. Nel marzo 1918 richiese che nelle ferrovie si applicasse la direzione individuale: per lui l’autogestione collettiva era qualcosa di rudimentale e doveva essere sostituita dalla direzione individuale. Ne “I compiti immediati del potere sovietico” Lenin così scrive: “Ogni industria meccanizzata su grande scala – e questa è precisamente la sorgente produttiva materiale del socialismo e la sua base - esige la incondizionata e rigorosa unità della volontà che dirige il lavoro simultaneo di centinaia, migliaia e decine di migliaia di individui … La sottomissione assoluta ad una singola volontà è la condizione necessaria per il buon esito del processo di lavoro organizzato sul modello dell’industria meccanizzata su larga scala.” (32) Perché i lavoratori dovrebbero lottare e morire per ottenere questo, ciò non viene spiegato. Nel 1915 Larin, a quel tempo menscevico, scrisse un articolo entusiastico sullo stato di guerra tedesco: la Germania attuale ha dato all’umanità un modello di direzione centralizzata dell’economia nazionale nel quale essa funziona secondo un piano come un’unica macchina.” Lenin fece propria quest’idea rilevando che in Russia il socialismo era stato realizzato politicamente e in Germania economicamente. Nell’aprile 1918 esortò: “Si, impariamo dalla Germania ! La storia procede a sghimbescio, secondo cammini tortuosi. Ciò che accade è che sia la Germania a presentare in sé, accanto al un mostruoso imperialismo, i principi della disciplina, dell’organizzazione, del concreto lavorare insieme, e questo sulla base della più moderna industria meccanica, della contabilità e del controllo più rigorosi.” Che tutto questo disciplinamento del lavoro potesse avere qualcosa a che fare con il ‘mostruoso imperialismo’, ciò non faceva parte della mentalità di Lenin: per lui ciò che vi era di sbagliato nel capitalismo di stato tedesco era che lo stato fosse imperialista e borghese; aggiungendovi uno ‘stato socialista’ si poteva ottenere il socialismo. Metodi di produzione capitalisti possono creare solo il capitalismo, ma Lenin riteneva che potessero fondare anche il ‘socialismo’. Nel argomentare vigorosamente la sua tesi Lenin non manca di fare riferimento con ammirazione ad uno zar. I socialisti russi devono “studiare il capitalismo di stato tedesco … farlo proprio con tutta l’energia possibile, senza risparmiare metodi dittatoriali, ciò al fine di accelerare la sua adozione anche più di quanto lo zar Pietro sollecitò l’accoglimento da parte della Russia barbarica della cultura occidentale, senza rifuggire dall’uso di armi barbare per combattere la barbarie.” Per i lavoratori questo significa più lavoro e lavorare più duramente, ed essere più organizzati (da altri). Il settimo congresso del partito, tenutosi nel marzo 1918, domandò le più energiche le più inesorabilmente determinate e draconiane misure per elevare l’autodisciplina e il disciplinamento degli operai e dei contadini. Milyutin in una sessione del Vesenkha (consiglio supremo dell’economia nazionale), richiede l’istituzione di un ‘servizio lavorativo’, naturalmente ”non il servizio lavorativo come è stato applicato in occidente, nemmeno il genere di servizio come qui era inteso dalle masse, che afferma che tutti devono essere messi al lavoro, bensì un servizio lavorativo considerato come un sistema di disciplina del lavoro e come sistema di organizzazione del lavoro nell’interesse della produzione.” Evidentemente non nell’interesse dei lavoratori: tutto ciò esigeva una “ferrea autodisciplina” da parte dei lavoratori. Il Vesenkha aveva sotto di sé una rete di glavky (comitati direttivi) e di tsentry (centri) Questi organismi erano strutturati sul modello dei comitati di guerra per l’industria esistenti al tempo dello zar, che operavano di concerto con gli amministratori. Larin, l'ammiratore del capitalismo tedesco, e Milyutin, facevano parte della dirigenza del Vesenkha, ed erano entrambi pianificatori entusiasti. Alla fine di aprile un decreto del Vesenkha dichiarò illegali le ‘nazionalizzazioni selvagge’, ma esso come altri precedenti decreti venne largamente trascurato. I comitati di fabbrica non obbedivano alla ‘autorità’ del Vesenkha. Da parte sua il Consiglio centrale dei comitati di fabbrica operava senza alcuna sanzione ufficiale. I DIRIGENTI BOLSCEVICHI Quando nel maggio 1918 si riunì a Mosca il Congresso panrusso dei consigli dell’economia nazionale, vi erano presenti delegati del Vesenkha, i suoi glavky e tsentry, e i sindacati, ma non i comitati di fabbrica. Le porte furono fermamente sbarrate ai lavoratori, poiché i comitati erano diventati semplici sezioni locali di una burocrazia sindacale pesantemente verticistica. I sindacati erano subordinati allo stato, in accordo con le posizioni espresse dal primo congresso panrusso dei sindacati. (Un delegato anarchico descrisse i sindacati come “cadaveri viventi”; un altro dichiarò che i comitati di fabbrica erano “le cellule di un incipiente ordine sociale socialista, un ordine senza potere politico.”) Un decreto emanato il 18 giugno 1918 nazionalizzò tutte le principali industrie, facendo dello stato il maggiore imprenditore della Russia; il lavoro diveniva una forma di servizio sociale e il cottimo venne considerato normale. (33) Poiché l’invasione ad opera delle potenze alleate e la guerra civile erano appena agli inizi, nulla di quanto era accaduto fino a quel momento può essere imputato a questi fattori. L’applicazione del sistema del cottimo e delle norme di produzione stava a significare che i lavoratori dovevano spingere l’intensità del lavoro fino a compromettere la salute, ciò per un salario di sopravvivenza. Già alla fine dell’anno in tutta l’industria le norme vennero aumentate in quanto la macchina statale considerava i salari “pericolosamente elevati”. Nel gennaio 1919 nell’industria metallurgica le norme vennero elevate del 150%. Questi sviluppi iniziarono a suscitare dissensi nel partito bolscevico, anche tra quelli che non avevano mai lavorato in vita loro. Il “Kommunist”, giornale della ‘Sinistra Comunista’, riportò un attacco a Lenin mossogli da Osinsky. Oltre ad altre critiche Osinsky argomentò che la ‘disciplina’ di Lenin era esattamente uguale a quella dei capitalisti; che solo i lavoratori possono emancipare se stessi; che confondeva i miglioramenti della produttività con il lavorare più duramente e velocemente. “Il socialismo e l’organizzazione socialista del lavoro o saranno costruiti dal proletariato stesso o non saranno costruiti affatto; ma in tal caso qualcos’altro verrà edificato, cioè il capitalismo di stato.” (34) Lenin replicò, come sempre faceva quando gli mancava la risposta, con una sequela di insulti e contraddizioni: ad esempio, che affermazioni come quella di dichiarare che l’introduzione di una autorità capitalista e della disciplina nel lavoro siano un attacco all’autorganizzazione dei lavoratori fossero “una terribile sventura e implichino in pratica una totale rinuncia al comunismo e una completa diserzione verso il campo della piccola borghesia.” I lavoratori furono talvolta in grado di opporsi al monolito crescente del potere statale bolscevico. Nel corso del 1918 nell’industria del cuoio, del tessile e dello zucchero erano state create delle imprese miste, statali e capitaliste, basate sulla cooperazione tra stato e vecchi proprietari. L’industriale reazionario Mescherskii voleva creare un ‘trust’ analogo nell’industria metallurgica, dove le fabbriche sarebbero state amministrate dai vecchi proprietari borghesi. Tutto ciò a Lenin e Trotsky andava bene e i funzionari del sindacato dei metallurgici appoggiavano il progetto. Tuttavia i lavoratori erano fortemente contrari. Un’assemblea di delegati degli impianti interessati chiesero l’annullamento del progetto e la nazionalizzazione immediata. Poiché i bolscevichi non erano ancora abbastanza forti per schiacciare una iniziativa del genere, la pressione dal basso mise fine al progetto. Senza dubbio la guerra civile rafforzò la tendenza verso un controllo e una pianificazione centralizzati, ciò che comporta la direzione individuale e l’impiego di tecnici specializzati con retribuzioni elevate. La centralizzazione non è di per sé un fatto negativo: il problema è: chi è il centralizzatore e qual’è lo scopo della centralizzazione ? E ancora, l’utilizzazione delle competenze di un personale tecnico è essenziale, ma a quale fine le loro capacità sarebbero dirette ? I contadini erano adirati perché i vecchi sfruttatori erano stati assunti come direttori nei sovkhoz, le fattorie collettive. Gli specialisti percepivano alte retribuzioni, amministratori e direttori vivevano nelle lussuose case dei vecchi proprietari terrieri: talvolta il direttore era lo stesso vecchio latifondista. Il messaggio di Lenin ai contadini era “ … se voi stessi non sapete come organizzare l’agricoltura in modo nuovo dobbiamo assumere al nostro servizio i vecchi specialisti.” Mentre il Lenin di ‘Stato e rivoluzione’ diceva “spezziamo lo stato borghese”, il Lenin di ‘I bolscevichi manterranno il potere dello stato ?” diceva “Usiamo lo stato borghese, subentriamo in esso.” Così Trotsky reclutò massicciamente dal corpo degli ufficiali zaristi per l’Armata Rossa. Quando Molotov analizzò il personale dei glavki constatò che il 57% era costituito da non-lavoratori permanenti; il rimanente 43% era costituito da rappresentanti dei sindacati, anche loro non-lavoratori. Egli conclude la sua relazione (consegnata nel dicembre 1918) asserendo che coloro che dirigono la politica sono “imprenditori, rappresentanti, tecnici e specialisti.” Nell’autunno 1919 un professore ‘bianco’ riferisce che “un osservatore ingenuo di questi centri e glavki che fosse personalmente a conoscenza del precedente ambiente commerciale e industriale rimarrà sorpreso nel vedere i precedenti proprietari di grandi fabbriche di pelletterie sedere nel glavkoz, così anche i grandi imprenditori nell’organizzazione centrale del tessile, ecc.” (35) La disponibilità ad utilizzare la macchina statale zarista arriva fino all’emanazione di un decreto da parte del Sovnarcom (Consiglio dei commissari del popolo) del gennaio 1920, nel quale si deplora che “il vecchio apparato di polizia, che sapeva come schedare i cittadini non solo nelle città ma anche nelle compagne” sia stato distrutto dalla rivoluzione. Nonostante questa distruzione operata dalla rivoluzione, si pervenne ancora alla realizzazione della mobilità del lavoro. Un portavoce del Narcomtrud (Commissariato del popolo per il lavoro) vantò “ Noi provvediamo a fornire il lavoro secondo il piano, senza tenere in conto le particolarità o le qualifiche individuali o il desiderio del lavoratore di essere assunto in questo o quel tipo di lavoro.” Avrebbe potuto parlare allo stesso modo di una qualsiasi merce. La politica salariale del governo era basata sugli incentivi e sul cottimo; le retribuzioni erano graduate per categorie e quelle di gran lunga le più elevate erano le retribuzioni dei tecnici e degli amministratori. All’ottavo congresso del partito del marzo 1919, il nuovo programma dichiarava che “ … il modo di produzione socialista può essere reso sicuro solo fondandosi su di una disciplina cameratesca tra i lavoratori.” Il compito di creare questa nuova ‘disciplina socialista’ cadeva sui sindacati. Nel 1920 i tribunali di disciplina del lavoro trattarono 945 casi registrasti. Circa la metà di questi casi riguardavano la puntualità, altri il rifiuto dello straordinario il sabato, il rifiuto di accettare gli ordini o la disciplina sindacale, abbandono del lavoro e agitazione per una giornata lavorativa più breve. Il nono congresso del partito del marzo 1920, non solo accettò completamente il principio della direzione individuale, ma vennero finanche proposti quattro modi diversi per realizzarla. L’estrema debolezza dell’ ‘opposizione’ che emergeva all’interno del partito risulta evidente dalla dichiarazione di Lutovinov, aderente all’ ‘Opposizione Operaia’ quando dice che essi avrebbero appoggiato la direzione individuale nonostante il loro disaccordo in merito. Prima il partito e buoni ultimi i lavoratori. Nel novembre 1920 solo il 12% delle industrie nazionalizzate presentavano qualche forma di direzione collettiva. Su 2051 grandi imprese controllate dal Vesenkha, 1783 avevano una dirigenza individuale. Per sconfiggere l’assenteismo e l’inefficienza il governo aveva introdotto per i lavoratori di Pietrogrado e Mosca il libretto di lavoro (fino ad allora essi erano consegnati alla vecchia borghesia solo a causa della obbligatorietà del lavoro). Il ‘sabato comunista’ – cioè, lavorare per niente - fu istituito con l’approvazione entusiastica di Lenin. La massiccia pressione per lo straordinario non pagato, con i subbotnik che lavoravano il sabato non pagati e i vorcresnik che lavoravano senza paga la domenica, infine crollò. I lavoratori (del tutto incomprensibilmente !) non si mostrarono eccessivamente stimolati. Lenin tentò di dare l’esempio: effettivamente lavorò un ‘sabato comunista’ il primo maggio 1920. L’altro figlio favorito del bolscevismo, bolscevico dell’ultim’ora, Trotsky, merita a questo punto un discorso a parte. Nel gennaio 1920 in un congresso sindacale sottolineò che: “In un’epoca in cui sono i sindacati a fissare i salari e le condizioni di lavoro, in cui anche la nomina del commissario per il lavoro dipende dal nostro congresso, nessuno sciopero può aver luogo nella Russia sovietica. Mettiamo i puntini su questa ‘ì’.“ Dopo aver messo il puntino su questa ‘i’ proseguì l’anno successivo tagliando le ‘t’, sancendo “il diritto dello stato operaio di collocare ciascun lavoratore o lavoratrice nel posto di lavoro dove sono necessari per l’adempimento di compiti economici”; e “il diritto dello stato, cioè dello stato operaio, di punire il lavoratore o la lavoratrice che rifiutino di adempiere agli ordini dello stato, che non subordina la sua volontà alla volontà della classe operaia e ai suoi obbiettivi economici … “ Spogliato della verbosità e della retorica il messaggio di Trotsky ai lavoratori era ‘Noi bolscevichi ora siamo i padroni; voi lavoratori tornate al lavoro !’ L’appello di Trotsky per una ‘militarizzazione del lavoro’ “nella quale ogni lavoratore si senta come un soldato del lavoro, che non può disporre liberamente di se stesso”, venne accolto dal comitato centrale del partito, che discusse solo se esso doveva assumere una forma ‘salutare ‘ o ‘burocratica’. LA SCONFITTA DELLA RIVOLUZIONE Nelle discussioni intorno al ruolo dei sindacati nel cosiddetto ‘stato operaio’ il partito parlava solo con se stesso. Le linee di classe erano già state tracciate con l’indebolimento dei comitati di fabbrica e dei soviet. Da una parte stavano Lenin, i burocrati e il capitalismo di stato; dall’altro si trovavano i lavoratori (sia bolscevichi che i senza partito) e il socialismo. Poiché Lenin tolse loro le fabbriche, diede ai lavoratori il diritto di scioperare ! Come se la rivoluzione fosse stata fatta solo per quello. La repressione della rivolta di Kronstadt nel marzo 1921 portò la controrivoluzione allo scoperto. Per gli operai Trotsky non era un eroe ma il sanguinario carnefice degli operai, dei soldati e dei marinai di Kronstadt. La conclusione della guerra civile alla fine del 1920 e l’introduzione della NEP (la Nuova Politica Economica, detta Nuovo Sfruttamento del Proletariato dall’Opposizione Operaia) portarono la disoccupazione. Poiché le industrie venivano riorganizzate e razionalizzate, per i lavoratori arrivarono i licenziamenti. La crescente penuria nelle campagne tratteneva questi lavoratori nei paesi e nelle città. La loro terribile indigenza significò che ora lo stato poteva dirigerli senza coercizione. Nel settembre 1921 un decreto dichiarò che il sistema salariale era “un fondamentale fattore di sviluppo per l’industria” e inoltre che “ogni idea di egualitarismo deve essere esclusa.” Anche ogni idea di socialismo era ormai fuori questione. Nel settembre 1922, al quinto congresso panrusso dei sindacati i burocrati strapparono la loro vittoria. Venne deciso che se un operaio non riusciva a raggiungere la norma il suo salario sarebbe stato abbattuto di un terzo e che se i lavoratori non rispettavano i loro contratti potevano essere licenziati senza indennizzo. Nonostante ciò si verificarono scioperi non ufficiali contro gli amministratori e i sindacati fino al luglio e l’agosto 1923. A metà degli anni 20 i lavoratori vennero ingannati dall’ ‘uomo della NEP’ e dal burocrate in quanto pagavano prezzi elevati e percepivano bassi salari. Imprenditori e funzionari dello stato li comandavano duramente: essi non ebbero alcuna voce in capitolo nella conduzione delle aziende. La locale sezione sindacale e la cellula di partito erano tutt’uno con la direzione, mentre il disoccupato in attesa fuori dalla fabbrica costringeva i lavoratori ai loro posti di lavoro, tenendo bassi i salari e cattive le condizioni di lavoro. Le ‘opposizioni’ interne al partito facevano appello ai lavoratori che però non gli davano credito. “Con il loro silenzio sembrava che i lavoratori dicessero: tutto questo va bene, ma cosa significa per noi ?” (36) Dal punto di vista dei lavoratori che significato poteva avere per loro la ‘lotta’ all’interno del partito ? Il problema non era se le parole d’ordine o le azioni fossero ‘giuste’, ma piuttosto chi dovesse tradurle in atto. Il partito poteva anche mobilitarsi per una ‘lotta alla burocrazia, ma i lavoratori rimanere indifferenti, pur continuando nondimeno ad odiare i burocrati. La lotta corpo a corpo ai piani alti del partito non aveva nulla da spartire con il socialismo o i lavoratori, ma solo con il potere: nient’altro che una riproduzione della politica borghese. ‘La lotta contro la burocrazia’ di Lenin, non mirava a far sì che i lavoratori affrontassero il problema della burocrazia, ma piuttosto alla creazione di ancora un altro organo burocratico, per vigilare su altri corpi simili a se stesso. Così pure gli appelli e le proteste di Trotsky erano rivolti al partito: quando infine fu costretto a rivolgersi ai lavoratori, che per tutto il tempo erano stati per lui semplicemente un oggetto, non fu possibile in nessun modo che gli prestassero attenzione. Trotsky non era contro la burocrazia, né contro i privilegi e le ineguaglianze; ma voleva una burocrazia ‘migliore’, meno privilegi ‘eccessivi’, meno ineguaglianze ‘estreme’. Tutto ciò contro cui protesta era conseguenza di un sistema che egli difese fino a quando venne ucciso. Quindi il trotskismo fu nient’altro che uno stalinismo all’opposizione: e lo è ancora oggi. A differenza di Trotsky il Gruppo Operaio attaccò l’intero regime politico ed economico istituito da Lenin, e questo già prima della NEP: essi facevano risalire la sconfitta della rivoluzione alla linea politica complessiva di Lenin. La base del loro programma era la vecchia ma tuttora valida parola d’ordine “L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi.” Essi erano contrari alla dittatura del partito unico e contro una organizzazione burocratica della produzione. Per loro il socialismo era un libero atto creativo dei lavoratori. Nel 1923 diffusero un manifesto che attaccava il ‘culto del capo’ e furono alla testa di alcuni degli scioperi che ebbero luogo quell’anno. Il ‘decemist’ Volodya Smirnov andò oltre il ‘Gruppo Operaio’: “In Russia non vi è mai stata una rivoluzione proletaria né una dittatura del proletariato. Vi è stata semplicemente una ‘rivoluzione popolare’ dal basso e una dittatura dall’alto. Lenin non è mai stato un teorico del proletariato, ma è stato dalla testa ai piedi un ideologo dell’intelligentsia.” Nella Russia del 1917 i lavoratori andarono oltre a quanto Lenin prevedeva nel suo schema di fasi considerate tappe obbligate attraverso le quali la rivoluzione doveva passare, così egli li frenò. Egli voleva che i lavoratori avessero solo un ruolo di supervisori dei capitalisti, i quali avrebbero ancora diretto le fabbriche – una politica di collaborazione di classe. Ma lo scontro di classe reale fu combattuto tra il sabotaggio economico attuato dai capitalisti e il rilevamento della gestione delle aziende attuato dai lavoratori. In opposizione alle aspirazioni verso il socialismo dei comitati di fabbrica Lenin e i bolscevichi offrivano il capitalismo di stato. Con la distruzione dei comitati di fabbrica i bolscevichi soppressero tutte le tendenze verso il socialismo; per assicurarsi un dominio indiscusso dovevano sconfiggere completamente la classe operaia ed è quello che fecero. L’errore fatale compiuto dai comitati di fabbrica fu di lasciare la gestione politica ai soviet e ai bolscevichi, concentrando la loro azione sull’economia. Nella primavera del 1928 un ferroviere jugoslavo che era stato in Russia all’epoca della rivoluzione diceva: “La situazione attuale è molto diversa da quella dei miei tempi; il lavoratore manuale ancora una volta è caduto in trappola; i burocrati vivono come erano soliti vivere i borghesi e le loro mogli giocano il medesimo ruolo. Ciò che ci vuole è una nuova rivoluzione.” Un operaio qualificato così criticò: “Ora viviamo peggio che ai tempi del capitalismo. Se allora avessimo dovuto affrontare tale inedia, se al tempo dei nostri vecchi padroni i nostri salari fossero stati così bassi, saremmo scesi in sciopero mille volte. Ma ora cosa possiamo fare ? Infine l’opinione di un operaio tessile, anche lui comunista straniero : “Mai in vita mia avevo provato una schiavitù come quella che esiste nella mia fabbrica. Se una cosa simile fosse esistita in un paese borghese, già da molto tempo gli avrei buttato una bomba” (37)

NOTE

(1) Marc Ferro, The Russian Revolution of February 1917, p. 112.
(2) Ante Ciliga, The Russian Enigma, p. 13.
(3) Leon Trotsky, History of the Russian Revolution, p. 121.
(4) Trotsky, p.131.
(5) Marc Ferro, October 1917 – A Social History of the Russian Revolution, p. 3.
(6) in Trotsky, cit. p.256.
(7) cit. in Carmen Sirianni, Workers’ Control and Socialist Democracy: The Soviet Experience, p.16.
(8) cit. in Sirianni, p. 26.
(9) cit. in E. H. Carr, Bolshevik Revolution, II, pp. 67-8.
(10) cit. in Ferro, October, p. 153.
(11) ivi, p. 151.
(12) ivi, p. 166.
(13) cit. in Sirianni p. 50.
(14) cit. in Sirianni, p. 55 (da Paul Avrich, The Russian Revolution and the Factory Committees, pp. 69-70).
(15) cit. in Ferro, October, p. 118.
(!6) ivi, p. 120.
(17) ivi, p. 62.
(18) ivi, p. 65.
(19) cit. in Trotsky, p. 528.
(20) Trotsky, p.528.
(21) ivi, p. 799.
(22) cit, in Trotsky, p. 1132.
(23) Carr, p. 71-2.
(24) ivi, p.73.
(25) cit. in Carr, p. 74.
(26) cit. in Sirianni, p.101.
(27) ivi, pp. 99-100.
(28) cit. in Ferro, October, p. 176.
(29) cit., in Sirianni, pp.106-7.
(30) cit., in Ferro, October, p. 177.
(31) cit. in Carr, p. 116.
(32) cit. in Carr, p.191. (Carr afferma che ciò suscita “i più ostinati pregiudizi”!)
(33) “Il salario a cottimo … è fonte fecondissima di detrazioni sul salario e di truffe capitalistiche.”, “ … la forma del salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico.” in K, Marx, Capital, I, p. 518, p. 521; trad. it.: Il capitale, Editori Riuniti, 1964, p. 605, p. 608.
(34) cit. in Sirianni, p. 149.
(35) cit. in Carr, p. 188.
(36) cit. in Ciliga, p. 21.
(37) cit. in Ciliga, p. 280, 33, 108-9.

Valerio Bertello
Torino, aprile 2012.




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