DIVISIONE DEL LAVORO, TERZA PARTE







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DIVISIONE DEL LAVORO, PARTE TERZA

DIVISIONE DEL LAVORO E MATERIALISMO STORICO

La critica del capitale è la critica della sua pretesa all’appropriazione dell’intero prodotto, non soltanto del plusvalore. Per non cadere in un atteggiamento donchisciottesco é necessario muovere una critica che parta dall’interno del capitale, che mostri come esso, proprio in base ai suoi stessi principi, non possa esistere che transitoriamente. A tal fine quindi occorre ricercare le sue contraddizioni, cioè mostrare come non possa essere quello che pretende di essere e quindi sia destinato a scomparire. Solo quando questo compito sarà assolto sarà possibile indagare quali nuovi principi, storicamente prodotti dall’impossibilità di esistenza del capitale, portino al suo superamento.

Secondo il materialismo storico, ciò che determina il movimento storico di una formazione sociale è la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Quindi se quella che è stata posta come contraddizione fondamentale è veramente tale, essa deve essere interpretabile nei termini propri del materialismo storico, cioè in termini di forze produttive e rapporti di produzione e della incompatibilità dei secondi in rapporto alle prime. Si esige inoltre, come conseguenza di tali premesse, che tale incompatibilità deve lasciare intravedere dietro la contraddizione le forme di un superamento già in atto.

Nel caso della contraddizione fondamentale le forze produttive sono chiaramente la divisione cooperativa del lavoro, in quanto nuovo livello raggiunto dal lavoro sociale, forza produttiva che tende a trapassare nel macchinismo. Questa forza è in contraddizione con il rapporto di scambio, che informa la divisione del lavoro nella società, e con il diritto di proprietà su cui è fondato. Ma questo è un rapporto non essenziale, cioè sovrastrutturale, fondamentale però indirettamente in quanto la sua funzione è quella di mascherare e riprodurre il vero rapporto di produzione, il rapporto di sfruttamento fondato sulla proprietà dei fattori della produzione. Quindi la divisione cooperativa del lavoro sviluppandosi entra sempre più in contraddizione con la scambio forza lavoro contro salario, che fonda e riconferma e allarga la proprietà dei mezzi di produzione da parte del capitale e quindi del rapporto di sfruttamento, in quanto tale proprietà permette ai sui titolari di appropriarsi di tutto il prodotto e in particolare di tutto il plusprodotto.


1.Rapporti naturali e sociali

Qui però siamo ancora al livello dei rapporti politici, cioè di dominio sociale. Non siamo ancora giunti al fondamentale e concreto rapporto di produzione quale si presenta nel luogo stesso della produzione. Infatti i rapporti di produzione sono determinati dalla posizione dei produttori nel processo produttivo, dal carattere essenziale della funzione svolta in esso. Ciò determina la forma del rapporto che tra classi è sempre conflittuale.1

Il fatto che i rapporti di produzione sono determinati dallo sviluppo delle forze produttive significa che i rapporti sociali sono essenzialmente definiti dal rapporto che una certa formazione sociale esplica con l’ambiente naturale. Le classi nascono dalle differenti posizioni che i membri della società hanno nel processo complessivo di ricambio organico che intercorre tra società e natura, cioè dalla loro collocazione nell’ambito della divisione del lavoro vigente in tale società. Nel caso del capitalismo vige la cooperazione e il macchinismo, per cui la complessità della divisione del lavoro è tale che sempre più si rende necessaria una complessa e rigida divisione dei compiti. Cioè la cooperazione manifatturiera esige una fondamentale divisione dei produttori tra dirigenti ed esecutori. Di qui la polarizzazione sociale del capitalismo e l’esistenza di una classe borghese e una proletaria complementari e contrapposte.

2. La contraddizione fondamentale in termini materiali: cooperazione e conflittualità.

La proprietà dei mezzi di produzione assume quindi carattere ambivalente. Appare sia lo strumento necessario per poter esplicare il ruolo di direttori del processo di produzione svolto dai capitalisti, che la base materiale per affermare i loro privilegi di classe dominante.
Ma tale contraddizione determina ulteriori contraddizioni. La proprietà privata dei mezzi di produzione fa sì che il processo di produzione si realizzi sì come cooperazione, ma solo in quanto finalizzata all’estorsione del plusvalore. Quindi non può essere attuata nella sua forma adeguata, l’organizzazione dei produttori liberamente associati, ma solo in quella di una cooperazione forzata di individui isolati, - forma mascherata di servitù, - forma che è in contraddizione con se stessa già nella produzione. Infatti una cooperazione costrittiva è una “contradictio in terminis”, che non è veramente tale in quanto contraddice il suo stesso concetto.2 Infatti questo genere di cooperazione ne vanifica i vantaggi in quanto essa può realizzarsi solo per mezzo di una struttura gerarchica oggettivamente inessenziale, in quanto giustapposta a quella tecnica, realizzando così una inutile duplicazione della struttura produttiva in una parte esecutiva e una direttiva ma quest’ultima in realtà essenzialmente ispettiva, speculare alla prima, che per essere realmente efficace richiederebbe il raddoppio del personale. Non potendo giungere a tanto il controllo individuale è attenuato e sostituito da un regolamento interno che codifica il dispotismo del capitalista. Per cui tale duplicazione è contestuale a una serie di sanzioni disciplinari, e di elargizioni premiali, che diviene il vero elemento unificante tra i cooperanti, ma che costituisce un nesso esteriore ed estraneo alla cooperazione. Ma non solo, tale nesso è anche controproducente, poiché la sua necessità discende solo dal carattere estraneo ai produttori di una cooperazione imposta dall’esterno, per cui nasce essenzialmente dall’esigenza del capitalista di controllare l’esecuzione dei compiti di ciascun produttore.3
Naturalmente tale sistema di controllo viene presentato sul piano oggettivo e razionale come necessario per l’organizzazione della produzione stessa, cioè per l’esecuzione del piano di produzione. Ma in realtà tali strutture hanno come fine reale quello di stornare l’attenzione dal vero obbiettivo dell’impresa capitalistica, cioè la produzione di plusvalore.4 Questa, che è la vera finalità, mette in luce una ulteriore contraddizione della produzione capitalista, quella di non avere come fine i produttori stessi, i loro bisogni, ma una parte soltanto dell’unità produttiva, la proprietà, elemento che si pone per principio come esterno alla produzione stessa, come semplice percettore di profitto senza alcuna funzione essenziale nella produzione stessa, se non quella puramente esteriore di capitalista, ciò che gli permette di essere proprietario dei mezzi di produzione5 e titolare del comando sul lavoro.

3. La transizione

Il modo di produzione capitalistico può essere progressivo solo fino a quando lo sviluppo razionale dell’economia, quindi della società, cioè lo sviluppo della produttività del lavoro, non collide con gli interessi del capitale come classe, cioè con la valorizzazione. Anzi si può affermare che sotto il capitale l’interesse generale, cioè dei produttori, viene realizzato solo come risultato subordinato all’appropriazione del plusvalore da parte del capitale, quindi come sottoprodotto dell’economia capitalista.
Sotto questa condizione le contraddizioni del capitale non costituiscono più un incentivo allo sviluppo, ma elementi di instabilità, per cui la contraddizione fondamentale può essere risolta solo nell’adeguamento della sfera del consumo alle modalità vigenti nella produzione.
Infatti il modo di produzione capitalistico è già in parte fondato sulla cooperazione, quindi è di per sé una società di transizione eminentemente instabile. Per risolvere la contraddizione su cui si regge, che è quella tra cooperazione nella produzione e mercato nella circolazione, è solo necessario un passo ulteriore verso una economia completamente socializzata. 6 Il passo ulteriore per completare la transizione da una divisione del lavoro naturale, quale è quella mercantile, ad una consapevole, quella cooperativa, è togliere la contraddizione tra cooperazione e interesse particolare, in tutta la sua estensione. Poiché sarebbe antistorico ed economicamente impossibile eliminare la cooperazione, è necessario mantenerla finalizzandola però all’interesse generale. Ciò significa una cooperazione attuata sulla base di una associazione di liberi produttori.
Si tratta cioè di armonizzare il modo di distribuzione con il modo di produzione. Anche questo passo è già stato in parte compiuto dal capitale in misura cospicua con l’istituzione dello stato capitalista, macchina amministrativa di una potenza senza pari, fondata sulla divisione cooperativa del lavoro intellettuale, cioè sulla burocrazia. Nonostante il suo carattere sovraindividuale lo stato è anch’esso affetto dallo stesso limite che ostacola la cooperazione capitalista come strumento dell’interesse generale, cioè i fini sociali si affermano contro la volontà degli attori attraverso quelli privati. Astrattamente lo stato capitalista esiste per realizzare l’interesse generale, ma in realtà ha come fine quello particolare della classe borghese 7 Pertanto lo stato si pone come strumento di dominio della borghesia, quindi di oppressione del proletariato, del quale realizza gli interessi solo in quanto subordinati a quelli della borghesia. Cioè si ritrova su scala sociale la stessa duplicità di fini e di priorità che si riscontra nella sfera produttiva. Infatti lo stato capitalista realizza un interesse generale, ma si tratta di quello della generalità dei capitalisti, fra i quali è il mediatore per eccellenza, quindi si tratta certamente di un interesse collettivo, ma quello di una classe particolare.8Ma lo stato è solo l’aspetto più evidente di un fenomeno più generale che investe tutta la società capitalista, cioè che l’esistente contiene già in sè i germi del suo superamento. L’impresa capitalistica individuale o familiare, in concorrenza con numerose altre, si è trasformata in impresa collettiva (società per azioni o “public company”) e monopolistica. Il rapporto di produzione è regolato da contratti collettivi e da una estesa legislazione sociale. Lo stato stesso, già strutturato per essere portatore di interessi collettivi (classe capitalistica e in generale gruppi di pressione) si è trasformato sempre più in stato sociale e regolatore, tutelando interessi interclassisti. Quindi per l’essenziale il superamento del capitale è già avvenuto e di esso resta solo la forma esteriore, l’apparenza. Tuttavia si tratta di apparenze reali e materialmente potenti e il funzionamento in senso socialista di queste strutture non più capitaliste ma non ancora socialiste è subordinato alla conservazione della forma capitalista.9
Per cui si tratta certamente di collettivizzare a beneficio della generalità degli individui i mezzi di produzione e di collegare centralmente tali strutture produttive mediante le strutture amministrative pubbliche già esistenti. Ma occorre cambiare la loro finalità, da particolaristica a generale, quindi mutarne il carattere di organi di controllo. Cioè occorre rimuovere il dualismo delle strutture organizzative, mantenendo il carattere funzionale ed eliminando quello inquisitorio e poliziesco, 10 in modo da permettere alle forze produttive del lavoro sociale, ora imbrigliate da organi e norme di controllo, di svilupparsi liberamente.

4. L’autogestione e la sua negazione

Tale prospettiva implica un modo di organizzazione, cioè una forma dei rapporti di produzione, nei quali la volontà collettiva possa esprimersi realmente come tale e realizzarsi, e non come volontà di un vertice più o meno formale, fatta passare come decisione democratica. Questo significa che a un mutamento di finalità, cioè dei contenuti, da particolare a generale deve corrispondere un mutamento di forma, e questo non può essere che una trasformazione della struttura organizzativa da gerarchica ed autoritaria ad associativa e democratica, da piramidale e verticistica ad orizzontale e decentrata.
Quindi va eliminato il carattere gerarchico delle attuali strutture nella produzione come nello stato. Che non sia questa una operazione puramente formale lo dimostra la storia dei movimenti sociali fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si tratta di una operazione che pone problemi tuttora irrisolti. Marx aveva opposto “il regno della necessità” al “regno della libertà”, e proponeva che il tempo di lavoro dedicato al primo fosse ridotto al minimo. Ma l’esperienza storica ha dimostrato che questo minimo è già qualcosa che mette in pericolo il processo stesso del superamento. Si tratta quindi di eliminare radicalmente fin dal principio ogni elemento classista dalla nuova formazione sociale. Anzi, a ben vedere il nuovo non è altro che l’esistente cui è stato cambiato il segno, cioè il carattere di classe. Cioè non è sufficiente per la realizzazione del comunismo che l’economia perda il suo carattere di anarchia incontrollata, dandogli una struttura pianificata. ma occorre che sia posta sotto il controllo dei produttori medesimi.

L’obiezione più frequentemente avanzata a questa prospettiva è che eliminando il carattere inquisitorio della gerarchia e mantenendo quello funzionale, il pericolo cui si va incontro è che si manifesti nel collettivo dei produttori un grado insufficiente di socialità, cioè di adesione all’interesse collettivo. Ciò nella duplice forma della scarsità di impegno nella produzione e nelle esigenze sproporzionate rispetto al prodotto consumabile. Ciò che significherebbe che la divisione cooperativa del lavoro è possibile solo in una organizzazione del lavoro autoritaria, delle quali quella capitalista è la migliore possibile, la più democratica, cioè il migliore dei mondi possibili. Questo è il vero senso dell’obiezione.11 Il problema si manifesta sia a livello individuale che collettivo e si pone per il fatto che la divisione del lavoro è un vantaggio se ognuno si rapporta alla collettività come a una proiezione di se stesso e viceversa. Cioè se la reale identità di individuo e collettività sia realmente percepibile e percepita. Naturalmente i sostenitori del capitale affermano, da Hobbes fino a Smith, o la tesi dell‘ ”homo homini lupus” o quella apparentemente meno pessimistica che per ottenere il bene comune, occorra rivolgersi non ai buoni sentimenti, ma a quelli egoistici, come osserva Smith. Questo è un punto cruciale, risolvibile solo nella prassi storica. In realtà questo è un problema che si pone in modo insolubile solo nel modo di produzione capitalistico, dove coesistono ed è necessario conciliare, due sistemi economici antitetici, cooperazione e mercato. Così, essendo chiamato a collaborare per un fine comune, il piano produttivo, ma sulla base di un interesse individuale, il salario, dovendo quindi assolvere insieme a compiti di carattere particolaristico e collettivistico, l’individuo si trova in perenne contraddizione, per cui sotto il capitale non ci si può che attendere comportamenti contradditori, anzi per lo più particolaristici perché questa è l’apologetica dominante, appena temperata da una vaga socialità residuale.
Sul piano teorico la questione è se la coscienza sociale sia qualcosa di esteriore e si materializzi come sistema premiale o punitivo, o possa essere prodotta come qualcosa di kantianamente interiore, cioè qualcosa di spontaneo o appreso attraverso un processo di socializzazione. A questo proposito la storia comprova che la socializzazione è un rapporto collettivo di potenza illimitata, che può indurre negli individui stati d’animo e gesti inauditi, in particolare fino al sacrificio di sé per le motivazioni più disparate, ad esempio quelle religiose. Proprio per questo vale il principio che l’uomo è un essere infinitamente plasmabile. Quindi, poiché l’individuo può assumere una quantità di comportamenti irrazionali insieme al loro contrario, non è infondato ipotizzare che l’individuo, sotto condizioni opportune, possa adottare un comportamento, in generale sociale ed economico in particolare, razionale, il che significa vantaggioso per sè e per i suoi sodali. A condizione che i suoi bisogni siano soddisfatti.
Naturalmente si tratta di un problema pratico, e di un problema che si pone soprattutto nella transizione. Ma si può affermare che la coscienza, come sempre, arriverà in ritardo sulle trasformazioni materiali, ma sarà anch’essa un risultato, l’ultimo ma il più importante, della crisi e del tramonto della società capitalista. In effetti già ora si può scorgere in essa la produzione di una coscienza sociale evoluta come anche di una retrograda, al di sotto di quella borghese. Si tratta di due fenomeni concomitanti e inscindibili, esprimendo uno la crisi della borghesia, l’altro il superamento.
Certamente, soprattutto nella transizione, qualche cosa si può perdere nella funzionalità dell’insieme, ma questa perdita è compensata dall’eliminazione di quel freno all’attività collettiva, allo sprigionamento delle energie collettive, costituito dalle forme di costrizione che accompagnano come elementi ineludibili la cooperazione capitalista. Se la cooperazione capitalista funziona nonostante il suo carattere coercitivo, a maggior ragione sarà fonte di sviluppo sociale ed individuale, materiale ed intellettuale, quando potrà realizzarsi senza le contraddizioni che attualmente ne ostacolano lo svolgimento.

Valerio Bertello
Torino, 30 novembre 2010


1 Il principio hobbesiano del “homo homini lupus” vale incondizionatamente tra le classi.

2 Contraddizione che non impedisce a tale falsa cooperazione di arrivare a realizzare forme di produzione pianificata che arrivano a simulare il socialismo, come nell’economia degli “stati operai” o nel capitalismo dirigista di tipo keynesiano, forme in cui il controllo dell’economia è comunque sempre finalizzato agli interessi della classe dirigente, cioè della borghesia nei suoi vari travestimenti.

3 E’ noto come tale contesto incentivi, più che la collaborazione, la competizione fra i produttori, e induca altresì alla dissimulazione e al sotterfugio, con risultati del tutto opposti a quelli previsti. Inoltre tale duplicazione tende a riprodursi, in quanto “Quis custodiet custodes ipsos ? “. Ribaltando la questione, c’è da chiedersi come può nascere in tali condizioni costrittive quel tanto di collaborazione che in effetti si realizza, altrimenti il capitalismo non potrebbe esistere. “Socialisme ou Barbarie” aveva individuato in tale problema la contraddizione fondamentale del capitalismo burocratico, cioè taylorista.

4 Ovviamente corrisponde al vero che si renda necessaria una struttura di coordinamento parallela alle varie attività parcellizzate che devono essere collegate secondo uno schema predeterminato ed invariabile, ma questo non necessariamente deve assumere la forma di una catena di comando gerarchica ed autoritaria, il cui modello di riferimento è quello militare.

5 I mezzi di produzione, quasi come schiavi, lavorano, per così dire, ma solo per i loro padroni, sostituendoli. I proprietari possono talvolta, ma non necessariamente, partecipare alla produzione, in generale come direttori, ma in tal caso sono remunerati a parte.

6 A questo proposito occorre ricordare come Marx nell’introduzione del ’57 affermi che tutto il ciclo produzione-consumo sia in generale determinato dalla produzione, cioè dai rapporti sociali di produzione. In base a tale principio la contraddizione fondamentale non può sussistere, oppure può esistere solo transitoriamente, in quanto la le cooperazione operante nella produzione deve affermarsi, in ritardo, anche nella circolazione. Così è chiaro che non è ancora stata compresa pienamente la natura del modo di produzione capitalistico. Cioè questi non si è ancora sviluppato fino alle sue estreme possibilità, quindi fino alla risoluzione della contraddizione

7 Infatti, per la realizzazione dell'interesse generale, accade che il principio smithiano della “mano invisibile” sia di per sé vero solo per quanto riguarda la produzione e falso per la distribuzione, in quanto porta ad una appropriazione del plusprodotto da parte della sola classe proprietaria. Ma a ben vedere tale “principio della concorrenza” non è valido nemmeno nella produzione perché da una parte determina una sottoutilizzazione delle risorse, in particolare della forza lavoro, a causa del carattere dispotico del rapporto di produzione, e dall’altra per il carattere di merce del prodotto, per cui ha valore solo il lavoro socialmente utile.

8 Ciò nel senso della “mano invisibile”, cioè nel senso che l’interesse collettivo si afferma attraverso la concorrenza, però non confermandola, ma superandola. Vale il principio dialettico per il quale la legge della società capitalistica la porta al di là di se stessa: “la legge del sistema implica la fine del sistema stesso, non la sua conferma”. Infatti, “la dialettica ha il compito di appropriarsi della forza dell’avversario e di utilizzarla contro di lui.” (T.W. Adorno, Terminologia folosofica, Einaudi, pp. 455-6). Quindi il capitale si muove spontaneamente sulla strada del comunismo. Ma tale sviluppo non è guidato da una volontà razionale ma dalla necessità per il capitale di dare stabilità e livello adeguati al profitto, elementi messi continuamente in pericolo dalla contraddizione fondamentale.

9 Ciò è confermato dalle dimensioni raggiunte dallo sato sociale e dalle multinazionali, e negato dalla comparsa della democrazia autoritaria.

101 Questo vale anche per le strutture materiali, che incarnano il principio autoritario che regge i rapporti sociali. Infatti anch’esse sono affette da dualismo: massimizzazione della produttività attraverso l’ottimizzazione del controllo.

11 Il padre di questo argomento è Hobbes, che ricava paradossalmente la società da una condizione naturale del tutto asociale, società imposta con la forza da uno stato “Leviatano”, argomento principe delle classi dominanti per dare base razionale al dominio di classe.