L'ALIENAZIONE 2.0







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L’ALIENAZIONE 2.0

Marx e l’alienazione

Marx in quanto materialista coerente prende in considerazione anche l’influenza del modo di produzione sulla coscienza sociale. Indubbiamente si tratta di una questione sovrastrutturale, ma che ha molta importanza a livello soggettivo in quanto qui si colloca la critica dell’ideologia. Certo in ciò Marx, dichiarando la sua discontinuità rispetto a Hegel, deve ammettere anche la sua continuità con il medesimo, e quindi riconosce il suo debito verso Hegel. Per cui più che capovolgere materialisticamente la dialettica hegeliana corre il rischio di venirne travolto facendo ad essa molte concessioni e traendone un discorso nebuloso e contradditorio. Ma non si può negare che, come tutti i discorsi hegeliani, questa contaminazione della dialettica produce un grandioso ed abbagliante affresco dal quale traspaiono concetti che, sebbene solo abbozzati, sono carichi di suggestioni che meritano di essere sviluppate, seguendo in ciò Marx che già aveva percorso un buon tratto di questo cammino effettuando il celebre rovesciamento dell’idealismo hegeliano. Marx utilizza a tal fine materializzandola la categoria dell’alienazione e interpretandola come rapporto fra uomini e cose. Questa relazione si realizza all’interno di un rapporto di dominio tra gli uomini in cui tale rapporto si riverbera in quello tra gli uomini e la natura, ma anche con le cose da loro prodotte, in modo tale per cui invece di essere gli uomini ad usare le cose, sono le cose stesse che sono sottratte al controllo umano e quindi dominano gli uomini, per cui queste si personificano e gli uomini si reificano. Marx descrive tale fenomeno soprattutto in due ambiti: la religione e l’economia politica. Nel primo caso si tratta di ideologie religiose che, proiettate nella trascendenza, finiscono per dominare i loro creatori. Nel secondo prende in esame le categorie dell’economia: merce, denaro, capitale, ecc. e constata che le loro materializzazioni anche qui dominano i loro produttori.

Prima di trattare questo argomento è necessario chiarire che l’uso che qui palesemente viene fatto del linguaggio dell’idealismo, è puramente strumentale, in quanto i termini idealistici sono straordinariamente adatti ad un discorso attorno all’alienazione e permettono di parlarne evitando lunghe e complesse perifrasi inevitabili quando si applica un linguaggio materialistico a un discorso marcatamente idealistico. Però è necessario assumersi all’occorrenza l’impegno di tradurre tutto il discorso in termini materialistici, partendo dall’assunto che prima vi è la materia, dopo compare l’idea, cioè prima viene l’analisi poi la sintesi. Nel caso di Hegel ci troviamo di fronte ad una narrazione mitica, che per essere accettabile va ricondotta ai suoi fondamenti materialisti, effettuando il classico “rovesciamento”, del quale Marx ha indicato la strada..

In Marx tale analisi è appena abbozzata. Infatti egli traccia un quadro dell’alienazione frammentario, come insieme di descrizioni corrispondenti a punti di vista diversi, senza comporle in un discorso unitario. Questa è una scelta inevitabile quando si tratta di descrivere un oggetto contradditorio e indefinito, per cui diviene necessario descriverlo qualitativamente, procedimento questo proprio dell’idealismo. La prima qualificazione è quella dell’alienazione come espropriazione, riferita in particolare al lavoro salariato, forma in cui appare sotto il capitale. Vi è poi l’alienazione come inversione del rapporto tra soggetto e oggetto, che allude ad un rapporto di dominio fra di loro. A questa definizione è connessa l’idea di personificazione dell’oggetto e il fenomeno inverso della reificazione del soggetto, concetti che sviluppano l’idea di inversione di soggetto e oggetto. Infine vi è l’idea dell’alienazione come feticismo che propriamente può essere definito come personificazione della merce. Chiaramente se si vuole interpretare materialisticamente il concetto di alienazione è necessario ricondurre tutti i concetti astratti di alienazione a quello concreto di alienazione del lavoro. Infatti i concetti astratti rappresentano tutti aspetti dello sfruttamento: esso infatti presuppone un rapporto di dominio che a sua volta determina l’inversione e questa si concretizza nella reificazione e nella personalizzazione, di cui il feticismo è un caso particolare.

Tutta la teoria dell’alienazione è però una costruzione teorica che deve trovare riscontro nel contenuto di coscienza degli individui. Ma questo è dubbio. L’interpretazione marxiana del rapporto tra individui e realtà del capitale rappresenta tutt’al più una metafora descrittiva, una sorta di mito laico. Gli oggetti che costituiscono un sistema economico non hanno una personalità però esprimono una personalità, individuale o collettiva, in quanto sono strumenti realizzati allo scopo di oggettivare tale personalità. Infatti dietro tali strumenti sta la personalità del capitalista ed essi realizzano le esigenze del capitalista e hanno sul lavoro quel potere che il capitalista conferisce loro in quanto strumenti di cui ha pieno possesso. Lo stesso accade nella reificazione: il dominio appare sorgere dalle cose, da un rapporto con esse che riduce gli individui alla passività e quindi a cose, mentre innalza queste alla soggettività. Ma in realtà si tratta di un rapporto sociale tra uomini.

L’ “oggettività spettrale” delle merci

“In quanto i valori d’uso appaiono senza eccezione come merci, ricevono una nuova oggettività” (Lukacs, Storia e coscienza di classe, Sugar, p.120)

Come si verificano questi fenomeni? Ciò avviene poiché gli oggetti materiali quando sono considerati in rapporto alla concezione che una società ha del mondo acquisiscono nell’immaginario collettivo proprietà nuove che dipendono dal modo in cui sono considerati nel contesto delle attività sociali. Tipiche sono le qualità economiche come il prezzo, il profitto, l’interesse. Queste qualità non corrispondono a nulla di reale ma solo ad una pratica sociale che viene attuata attenendosi a norme determinate. Queste possono essere organizzate in codici fondati su principi generali ed aventi una struttura logico-deduttiva, oppure essere delineate in una mitologia, come di regola accade nel pensiero religioso. Tuttavia entrambe queste formulazioni hanno la loro base in una tacita convenzione sociale che conferisce il crisma della realtà alle qualità ideologiche delle cose, cioè a certe qualità che si sovrappongono a quelle empiriche. Queste qualità ideologiche non dipendono da quelle empiriche ma queste ultime sono condizione necessaria ma non sufficiente per l’esistenza delle prime. (Ad esempio il valore di scambio dipende dall’esistenza del valore d’uso, ma non solo da quello, ma anche dal mercato). Questi sistemi di pensiero, sia quelli a struttura razionale che quelli di forma irrazionale sono le ideologie, cioè la forma concettualizzata dell’alienazione. L’economia appartiene al primo tipo, la religione al secondo. La “nuova oggettività” che viene attribuita alle cose è un velo ideologico che ha la funzione di occultare il contenuto reale dell’attività degli individui. Queste qualità immaginarie attribuite alle cose possono arrivare a conferire alle cose i tratti di una personalità, che esiste solo in quanto dietro alle cose stanno gli individui, i quali utilizzano tale realtà fantasmatica per i propri fini. Questo gioco di specchi può coinvolgere anche il soggetto che così acquisisce una nuova soggettività, che può arrivare ad esprimere i caratteri dell’oggettività, pervenendo così alla reificazione.

Quindi le qualità ideologiche proiettate sulla cosa empirica attraverso un discorso ideologico non trasformano la sua apparenza ma vi aggiungono un quid metafisico, creando così un rapporto immaginario, ma che effettivamente si instaura tra soggetto e oggetto, giungendo in casi estremi ad un rapporto allucinatorio. Qui si arriva ad un feticismo realmente vissuto, che però si verifica solo nella religione dove assume le sembianze del misticismo. Ma tale fenomeno compare anche in campi più ristretti come ad esempio nel nazionalismo e nella passione sportiva, che hanno molto in comune con il fanatismo religioso. Un altro campo nel quale il processo di feticizzazione della realtà materiale giunge a livelli molto avanzati è quello delle arti visive: pittura, scultura ed architettura. I musei e i siti archeologici come recinti sacri, lo straordinario potere di fascinazione, la fruizione come rituale: sono tutti tratti che avvicinano l’arte alla religione. Le immagini e i luoghi in passato potevano assumere carattere sacro. Ora questa sacralità è svanita ma non il potere di coinvolgimento emotivo, che ha solo cambiato di contenuto.

In realtà tutti i contenuti intellettuali sono potenzialmente ideologici, perché in quanto prodotti del pensiero tendono a materializzarsi come afferma l’idealismo, che effettivamente in questo coglie il segno. E’ l’attività sociale che materializza il pensiero ma così corre il rischio di alienarsi perché il sociale è teatro di antagonismi e perciò può sempre incarnare l’errore. Questo può accadere in ogni campo del pensiero: la scienza può scadere in scientismo, la filosofia in metafisica della religione; e della pratica sociale, dove le istituzioni possono trasformarsi in strumenti di asservimento: lo stato, la chiesa, l’esercito. Segno del carattere alienato di una scienza particolare è la pretesa di universalità, cioè di pensiero totalitario, per una istituzione la sua separatezza dal resto della società.

L’ideologia, come pensiero sociale della totalità, è il pensiero della classe dominante, quindi in quanto tale è il pensiero dominante. Può essere più o meno razionale ma è sempre strumentale, cioè funzionale al mantenimento del dominio. Questo significa che ha sempre carattere apologetico rispetto alla classe dominante ed ha come fine quello di giustificare la sua posizione privilegiata. Infatti le convenzioni sociali che fanno da supporto all’ideologia sono in realtà delle imposizioni che la classe dominante applica a tutta la società. Infatti occorre sottolineare due aspetti fondamentali dell’ideologia. Il fatto che l’ideologia sia strumentale rispetto agli interessi della classe dominante non è accidentale ma è proprio ciò che determina il suo carattere ideologico. E’ la causa della sua formazione come della sua decadenza quando non è più idonea al suo scopo, per cui entra in crisi e si dissolve quando il dominio delle classe di cui è il sostegno entra in crisi. L’altro aspetto della funzione sociale dell’ideologia è quello di veicolo della produzione culturale di una società. Si può affermare che nulla di tutto ciò che determina lo sviluppo materiale e intellettuale di una società può affermarsi al di fuori dell’ideologia, almeno fino a quando essa è pensiero dominante. Infatti almeno inizialmente nemmeno il pensiero rivoluzionario può svilupparsi al di fuori di essa. Nella sua stessa rivoluzione la borghesia ha dovuto usare nelle prime fasi il linguaggio religioso, quello del suo principale avversario, per dare forma organica alle sue istanze. Infatti l’ideologia costituisce allo stesso tempo un freno per lo sviluppo sociale e una base indispensabile per il suo progresso. Cioè la produzione di ideologia accompagna la produzione di pensiero progressivo e viceversa. Questo rapporto contradditorio è del tutto analogo a quello che nella produzione esiste tra processo di lavoro, cioè sviluppo della produzione di valori d’uso, e processo di valorizzazione, cioè di produzione di valore. In entrambi i casi i due processi sono inscindibili.

L’alienazione naturale

Il significato fondamentale e più generale del termine alienazione è quello di condizione del soggetto dominato dal mondo esterno, cioè una situazione in cui l’oggetto domina il soggetto. Ma questo dominio può realizzarsi in molti modi. In particolare può essere esercitato direttamente dalle cose sugli uomini. Questa è la condizione ordinaria delle società primitive, dove il basso grado di sviluppo delle forze produttive fa sì che siano dominate dall’ambiente naturale in cui sono immerse. Per esse si può affermare che l’oggetto, cioè la natura primordiale, dominando totalmente il soggetto, cioè la società umana, diviene esso stesso il vero soggetto, cioè si determina una personificazione dell’oggetto. Correlativamente il soggetto viene posto come l’oggetto effettivo del rapporto. Per cui la forma originaria dell’alienazione è quella che si afferma in rapporto alla natura. Compito del soggetto alienato è allora quello di ritrovare se stesso, cioè il suo vero carattere, quello di essere autonomo rispetto al mondo esteriore, cioè alla natura. Deve effettuare ciò superando la sua condizione di alienazione, cioè la sua riduzione ad essere passivo, a cosa, in balia di una natura straripante, quindi deve superare la sua reificazione. Seguendo Hegel si può dire che l’intero processo si esplica come dialettica della liberà, per cui l’uomo è un essere libero, ma solo potenzialmente, in quanto deve conquistare la sua verità realizzandosi come essere libero.

Questo è compito del movimento rivoluzionario, la cui teoria è fondata su un postulato che è l’esatto opposto di quello corrispondente dell’idealismo: non sono le idee a determinare la realtà materiale, ma al contrario è quest’ultima la fonte del pensiero. L’hegelismo, quale espressione compiuta dell’idealismo e quindi la più coerente, afferma esplicitamente che il mondo materiale è una creazione dello spirito. In principio soggetto ed oggetto sono identici, poi si separano. Di qui inizia la lunga “odissea dello spirito” che lo porterà a riconoscere nel mondo materiale una espressione di se stesso e quindi a identificarsi in esso, pervenendo così ad una nuova unità di soggetto ed oggetto, superiore a quella anteriore alla scissione, unità nella quale può infine quietarsi.

Non occorre sottolineare il carattere essenzialmente religioso di questa narrazione, che richiama fortemente lo gnosticismo e quindi Platone e la sua filosofia, ancora impregnata di pensiero mitico. Egli fa largamente uso del mito nell’esposizione del suo pensiero, attingendo quindi abbondantemente alle fonti del pensiero primitivo, cioè allo sciamanesimo, i cui contenuti erano ancora ben vivi nella cultura dell’epoca. Queste sono le radici dell’idealismo, ma il pensiero primitivo stesso sorge dalle condizioni di vita della società primitiva. Per comprenderlo si tratta quindi di trovare questo rapporto e quindi discernere in queste testimonianze ciò che si riferisce alle condizioni di vita materiali e le istituzioni sociali che le esprimono, separandole dalla parte puramente mitologica, per poi constatare il loro legame. In questa impresa è possibile appoggiarsi all’enorme materiale accumulato dall’antropologia scientifica. Operazione questa già tentata da Marx e soprattutto da Engels, sulla scorta di Morgan, con un lavoro pionieristico che essi consideravano parte essenziale della teoria rivoluzionaria. Tale lavoro si concentra essenzialmente nella ricerca delle tracce lasciate nel mondo attuale del comunismo primitivo, quale struttura sociale che caratterizza le società primitive, per evidenziarne il carattere sostanzialmente conservatore, che porta alla loro dissoluzione. Ma che al tempo stesso può essere recuperato dalla teoria rivoluzionaria moderna portandolo ad un livello più elevato sulla base dello sviluppo sociale e materiale del periodo intercorso.

Il pensiero corrispondente a questa condizione, quella dell’alienazione originaria, è la religione primitiva, che infatti si caratterizza come animismo, cioè per il fatto che alle cose viene attribuita una personalità, una soggettività e poteri sovrumani, facendone così degli esseri superiori da cui guardarsi per il loro comportamento imprevedibile, esseri enigmatici in grado di imporre agli uomini la loro volontà, in un rapporto di subordinazione. Questa visione del mondo non è che il tentativo messo in atto dalla società primitiva, - il soggetto, - di rappresentarsi le proprie condizioni di esistenza, - l’oggetto, - al fine di porle sotto il proprio controllo. Quindi la religione è una pratica di controllo del proprio ambiente propria delle società primitive, pratica che corrisponde alla limitatezza di quel controllo, fondato essenzialmente sulla magia, mentre la teoria si riduce alla elaborazione di miti.

L’alienazione sociale

Con lo sviluppo delle forze produttive sociali aumenta il controllo della società sull’ambiente naturale e quindi si riduce progressivamente l’alienazione naturale della società, così come perde di credibilità il mito. Ma non per questo l’alienazione complessiva diminuisce. Infatti parallelamente alla riduzione dell’alienazione naturale si sviluppa una nuova forma di alienazione la cui origine non è più la natura ma paradossalmente la società stessa. L’accresciuta produttività del lavoro sociale provoca alla grande maggioranza della società una miseria a livelli mai toccati e l’arricchimento smisurato di una minoranza. Infatti nella società compare un elemento prima sconosciuto, il sovraprodotto, che fuoriesce dalla sfera della necessità, per cui può essere espropriato ma la cui produzione deve essere imposta ai produttori. Per cui compare nella società la conflittualità interna. Ciò che accade è che la società, di fronte al problema di a chi imporre la produzione e come distribuire il sovraprodotto, si scinda in frammenti ostili fra loro, ciascuno dei quali tenta di dominare gli altri e l’intera società. Cioè ciascuno di essi vuole essere l’unico soggetto e ridurre il resto della società ad un oggetto. Questi frammenti sono le classi. Con la loro formazione inizia una nuova fase di sviluppo dell’alienazione, che da naturale diviene sociale. Infatti la dialettica delle classi, cioè la lotta di classe, fa sì che una classe prevalga e divenga classe dominante, che si ponga come soggetto, mentre le altre divengono l’oggetto in quanto classi dominate. Il risultato complessivo di questo processo è che il soggetto, cioè la società, si trova di fronte ad un mondo fatto da lui, cioè dalla società stessa, che tuttavia gli appare estraneo e ostile. Prima l’alienazione era qualcosa di dato e indipendente da lui, ora appare come un suo prodotto.

Arrivando all’epoca attuale, quella nella quale l’alienazione sociale ha raggiunto il massimo sviluppo, si può affermare che il pensiero dell’attuale condizione sociale è l’economia politica. Ciò che è significativo al riguardo è che essa, quale ideologia della società di classe borghese, ha la medesima struttura del pensiero religioso. Infatti in entrambe vengono attribuiti alle cose e alle persone speciali qualità, che nel caso della religione ne fanno un oggetto o una persona sacra, nel caso dell’economia un valore o un creatore di valore. Ma non solo: nel caso della politica ne fanno una autorità o un simbolo del potere, in campo artistico un’opera d’arte o un artista. Il possesso di queste qualità conferiscono all’oggetto o alla persona un potere sulle cose, e attraverso le cose sulle persone, che viene attribuito alle qualità naturali degli esseri. Questa struttura di rapporti deriva da una falsa percezione dell’oggetto che sia nel caso della religione che in quello dell’economia proviene da un rapporto pratico con l’oggetto ancora poco sviluppato, che apre la strada all’instaurazione di una complesso di convenzioni sociali che formano una ideologia, cioè una falsa coscienza. Ma in entrambi i casi l’ideologia non è mai neutrale: il suo contenuto è tale da poter essere utilizzato dalla classe dominante per giustificare i suoi privilegi e attuarne i contenuti.

Ma questa analogia tra tipi diversi di alienazione ha un carattere del tutto particolare. Essa ha luogo come una percezione del mondo simile al sogno, cioè con una coscienza solo parziale e distorta, visione che viene mantenuta nonostante le smentite della prassi reale, in quanto l’indeterminatezza di tale discorso non vale a svelare l’inganno ma permette invece di sminuire i fatti che possono mettere in crisi tale credenza. Per cui l’immagine religiosa del mondo risulta inattaccabile dal pensiero razionale. Al contrario il mondo dell’alienazione sociale è sotto gli occhi di tutti, essendo sceso dal cielo dell’ideologia religiosa a quello terrestre della vita materiale, ma l’alienazione non viene percepita come tale, cioè come contraddizione tra realtà concreta ed apparenza ideologica. E’ invece considerata come proprietà naturale delle cose e dei rapporti sociali mentre la percezione di esse cessa di essere pienamente cosciente. Ma data la similarità dell’alienazione sociale con quella religiosa, ed essendo quest’ultima meglio conosciuta perché superata, attraverso questa si può conoscere anche la prima. Cioè si può rendere evidenti i contenuti dell’alienazione sociale e portarli alla coscienza utilizzando i risultati della critica alla religione. Già Marx affermava che “la critica della religione è il presupposto di ogni critica” e lui stesso era giunto alla critica dell’economia politica passando per la critica della religione. Marx stesso del resto ha sviluppato una critica dell’ideologia economica mettendone in rilievo l’analogia strutturale con la religione. Con ciò Marx non intende sostenere che la teoria economica della borghesia sia una religione e sia percepita come tale me semplicemente sottolineare l’analogia tra i due discorsi in modo che criticato l’uno è liquidato anche l’altro.

Ma vi sono anche delle differenze. Nella religione la base dell’ideologia è la fede, cioè la credenza effettiva nel sovrannaturale, mentre nell’economia è la convenzione sociale, che in taluni casi può tradursi in un fanatismo di tipo religioso, e ciò accade non raramente pur essendo l’economia un fatto troppo materiale per ispirare misticismo. Un’altra differenza sta nel fatto che nell’alienazione naturale sia l’oggetto che il soggetto sono posti dall’oggetto stesso, mentre nell’alienazione sociale l’oggetto in primo luogo, ma anche il soggetto, sono prodotti dal soggetto stesso. Cioè, producendo il suo mondo “l’uomo fa se stesso”, ma assolve a questo compito producendo al contempo la sua alienazione.

Feticismo

Un esempio particolarmente trasparente di alienazione sociale è il feticismo. In una società mercantile semplice il modo di produzione è fondato sul lavoro di produttori indipendenti, che producono e scambiano i loro prodotti liberamente. Qui l’alienazione si manifesta a due livelli. Poiché ciascun produttore compie le sue scelte economiche indipendentemente da tutti gli altri, la concorrenza generale tra i produttori determina un sistema economico dove i prezzi delle merci, quindi il valore del lavoro, variano in maniera imprevedibile, determinando condizioni di esistenza dominate dall’incertezza, analoghe a quelle esistenti nell’ambiente naturale. L’altro livello è conseguenza del precedente. Le merci sono in relazione fra loro nel mercato, relazione che determina il loro valore relativo e tutte le loro qualità economiche, prima fra tutte il loro prezzo. Ma dietro ciascuna merce sta il proprietario, cioè il produttore o lo scambista, la cui esistenza dipende dalla sorte incontrata sul mercato dalla sua merce, cioè dalla sua proprietà. Dipendendo da essa però il produttore si trova subordinato ad essa. Da proprietario della merce si trova in realtà nella condizione di essere proprietà della merce. Ciò significa che la massa complessiva delle merci, in quanto domina i suoi produttori, nel rapporto con essi è il soggetto, mentre l’insieme dei produttori si trova nella condizione di oggetto. Quindi anche nell’alienazione sociale ci troviamo di fronte ad una inversione nel rapporto tra soggetto e oggetto.

L’altra conseguenza, dove l’alienazione genera il suo superamento, è che gli individui non sono più in relazione sociale diretta fra di loro né nella produzione, né nella circolazione, ma solo in quest’ultima sono in relazione indiretta mediante le loro merci nel rapporto di scambio. Ciò determina un fatto paradossale, che degli individui isolati formano un sistema di divisione del lavoro non organizzato coscientemente, ma al prezzo di essere in balia del movimento casuale di un apparato in cui ciascuno è libero e allo stesso tempo è subordinato ad un sistema fuori del suo controllo.

Invece nella società capitalistica, cioè nella divisione del lavoro manifatturiera, il risultato cui si perviene, oltre allo sfruttamento della forza lavoro, è l’inverso del precedente. Anche qui si verifica una condizione di isolamento del singolo produttore, che è totale come rapporto diretto fra i produttori, ma sia nella produzione che nella circolazione ogni produttore si trova in relazione con il capitalista o un suo rappresentante e tramite esso è in rapporto indiretto con gli altri produttori. Tutto ciò fa sì che la massa dei salariati, pur essendo radunata dal capitale in uno stesso luogo e in una stessa condizione, non si unifica soggettivamente. La situazione non si modifica con l’introduzione delle macchine. Nel caso di una fabbrica meccanizzata il rapporto tra i produttori è mediato dalle macchine. La macchina esalta ulteriormente la trasformazione del rapporto di proprietà in rapporto di dominio sulla forza lavoro. Il movimento della macchina determina il ritmo del lavoro in quanto obbliga l’operatore umano a lavorare con la stessa cadenza. Questo si verifica in quanto dietro la macchina sta il sorvegliante e dietro di lui il capitalista. Il capitalista nella manifattura è fisicamente presente per sorvegliare l’operaio. Nella fabbrica sembra scomparire ma in realtà la sua funzione di sorvegliante è assorbita dalla macchina. Perciò si può affermare che all’atto pratico la macchina ha assorbito la personalità del capitalista. Al contempo l’operaio, ridotto ad un organo della macchina, si può dire reificato. Nuovamente si verifica una trasformazione dell’oggetto in soggetto e viceversa. Questo fenomeno si produceva già nella manifattura, in cui operaio e capitalista erano direttamente in rapporto, dove l’operaio era ridotto ad una macchina e il capitale monetario assumeva la personalità del capitalista in quanto sua estrinsecazione. Nella fabbrica questo trasformazione diventa evidente, al punto che la metafora dell’inversione diviene obbligatoria e nasce il problema se la metafora nasce dalla situazione concreta o se questa nasce dalla metafora, cioè da un processo ideato coscientemente, e quindi in che rapporto stanno idealismo e materialismo.

Il problema si pone già con la merce, quindi nella circolazione, ma in termini più sfumati. Per essa si giunge alla conclusione che, essendo le merci oggetti sociali, esse hanno rapporti sociali quindi sono non solo metaforicamente dei soggetti, ma che abbiano una personalità. Tale discorso, posto in questi termini, va ovviamente respinto. Il parallelismo con la religione ci permette di affermare che le metafore idealiste sono tali e se una cosa assume una personalità è perché dietro di essa vi è una persona della quale la cosa è strumento; che, se una persona si trasforma in una cosa ciò accade quando nelle sue relazioni con il mondo assume un ruolo passivo in quanto è strumento di qualcuno. Nel caso delle macchine ciò è evidente, nel caso della merce sembra che manchi il conflitto, condizione perché si sviluppi questa ideologia. In realtà la società mercantile semplice è solo un modello astratto poiché in essa esiste bensì la merce, quindi la divisione del lavoro, ma non le classi. Infatti non esistendo le classi si tratta in realtà di un travestimento del mito settecentesco del “buon selvaggio”, Non vi è alcun motivo, anche in questo caso, perché questi borghesi mascherati da selvaggi debbano costituire una società essendo tutti produttori indipendenti. In realtà si tratta del modello presociale di Hobbes, del “bellum omnium contra omnes”, per cui ciascun individuo è nemico di tutti gli altri, economicamente parlando. Quindi le merci, le singole merci, possono essere di volta in volta strumento di guadagno di chi è favorito dall’andamento del mercato e quindi di perdita per chi è sfavorito. Pertanto la merce assume la personalità di chi è in grado di condizionare il mercato.

Torino, marzo, 20014

Valerio Bertello